Tante polemiche per un grande film sperimentale come «Dau», abbacinante anche se diseguale, con la seconda parte non all’altezza della prima (che invece è notevole). Non è solo l’apertura ad altre forme d’arte (l’architettura nei film di Wenders e Zeller, la musica con gli Oasis e il «gladiatore» Russel Crowe, in vetrina oggi), ma anche il coraggio di inserire in gara un’opera come questa di Ilya Khrzhanovsky – che cerca una complicata sintesi tra cinema e fisica – a certificare la felice attitudine interdisciplinare della Mostra di quest’anno.
Il film
«Dau» è un’opera monumentale anche aldilà della durata (195 minuti più 15 di intervallo), girata nel corso di oltre vent’anni, che pare un aggiornamento schizofrenico de «L’uomo con la macchina da presa» di Dziga Vertov. Comincia con la furia iconoclasta di chi abbatte statue e brucia icone, stesso atteggiamento riservato nel finale al busto di Lenin e ai simboli del comunismo: nel mezzo, la rappresentazione tra psichedelico e stroboscopico – al contempo sontuosa e meschina, fangosa e ipnotica, romanzata e iperrealistica – dell’attività scientifica e della vita dissoluta del fisico teorico Lev Landau (Nobel nel 1962), eccentrico e riottoso elemento di punta di un gruppo di scienziati a cui l’Unione Sovietica chiedeva invenzioni d’avanguardia per confermarsi potenza inattaccabile.
Tutto questo è passato in secondo piano, perché l’attenzione dei media si è concentrata sulle polemiche che già avevano accompagnato la decisione del direttore Barbera di accogliere in concorso il film, nonostante le proteste del governo ucraino, che ne lamentava la natura di «strumento di propaganda filo-russa». «Niente di più sbagliato», aveva ribattuto Khrzhanovsky, che è nato russo ma ha rinunciato alla cittadinanza per protesta contro la politica di Putin e il conflitto, credenziali che dovrebbero a suo parere tenerlo al riparo da ogni sospetto.
La politica
Lo ha ribadito anche nella conferenza stampa di ieri, spiegando: «La mia posizione rispetto al conflitto russo-ucraino è sempre stata molto chiara, da ben prima dell’invasione del 2022, quindi fin dai tempi della guerra del Donbass. Ma non ho gli elementi per parlare degli aspetti politici della situazione». Poi ha proseguito: «Da quando ho cominciato il film, ho visto accadere cose terribili nel Paese in cui sono nato, e tutto è iniziato proprio con la guerra in Ucraina, in cui le violenze sono sempre peggiori: questa realtà è più importante di qualunque polemica contro il film».
Quindi, si sente in dovere di spiegare due contributi sotto la lente dei suoi detrattori: quello dell’oligarca russo Sergey Adoniev tra i finanziatori («Ha partecipato con generosità fin dal 2008, quando non era in alcuna lista di persone soggette a restrizioni») e quello del direttore d’orchestra greco-russo Teodor Currentzis nei panni di Dau («Non posso criticarlo per non aver preso posizione sulla guerra: ognuno risponde per le proprie decisioni. Come si vede anche nel film, dove il protagonista fa scelte di cui paga le conseguenze, come accade a tutti noi»). Chiusura sul cameo di Carlo Rovelli, che interpreta un fisico comunista: «A parte il suo apporto alla teoria della gravità quantistica, Rovelli sa come forse nessun altro trovare le parole per illustrare la scienza a un vasto pubblico».



