«Gli uomini sono superiori alle donne ed è per questo che ci sono più registi maschi e, per giunta, fanno anche film migliori». Macché. Maggie Gyllenhaal ha scelto la via del sarcasmo per indirizzare l’elefante in quella grande stanza che è di fatto la Mostra del Cinema di Venezia. Ovvero il fatto che l’83esima edizione sia nel segno di una regia che si declina quasi esclusivamente al maschile. Solo due film sui ventuno in corsa per il Leone d’Oro sono diretti da donne – la danese-egiziana May El-Toukhy e l’emergente Rachel Szor –, col suo «Naza» aggiunto in corsa solo alla fine di agosto. Un numero che fa impallidire perfino quello dello scorso anno, quando pure le registe in concorso parevano un numero esiguo: sei.
E d’altronde sono solamente otto le donne che in altrettante decadi sono riuscite a portarsi a casa la statua per il miglior film in Laguna, contando pure Leni Riefenstahl che nel 1938 conquistò quella che allora si chiamava Coppa Mussolini solo grazie alle pressioni del regime. L’istinto di indignarsi contro un’Italietta che resta ancorata agli stereotipi si volge però a interrogativo globale considerando che le registe candidate agli Oscar in ben 98 anni di Academy non arrivano a esaurire le dita di due mani: nove. Dunque circoscrivere la quaestio ai soli confini del Lido sarebbe un esercizio di miopia, peraltro comunque poco consolatorio. La scarsità di registe in concorso non è una svista della direzione artistica, che è sempre rimasta appannaggio maschile con un implicito ricorso al «pinkwashing» esplicitato nella scelta di affidare il ruolo glamour di presidenti di giuria a figure come Isabelle Huppert, Annette Bening o Cate Blanchett. Un anestetico culturale di cui però beneficia più la society che la società.
È allora inevitabile trovare in queste cifre conferma di quel maschilismo strutturale che impregna l’industria cinematografica globale, quella fondata sui precetti degli Weinstein e dei Rudin. O che comunque, in misura minore, continua a pesare i budget con il gender. Qualche spiraglio arriva dalle riserve indie, come quell’avamposto progressista europeo che è la Berlinale (9 film su 22 diretti da donne), ma soprattutto il Sundance o il Toronto Film Festival, dove quelle rosa non sono quote ma una maggioranza; e dove una selezione paritaria non solo è possibile, ma è qualitativamente dirompente. Qui la «diversity» non è un bollino da esibire nei panel, ma l’imperativo di una narrazione necessariamente nuova.
Nel giorno in cui lo schermo della Sala Grande si accende per May El-Toukhy, il dibattito diventa indifferibile. E viene da domandarsi: se l’industria impiega decenni per accorgersi della metà del mondo, forse ha davvero ragione Maggie. Gli uomini fanno semplicemente film migliori. Specie quando decidono che sono gli unici film che vale la pena di vedere premiati.




