Omero è vivo: pensieri sull’«Odissea» di Nolan, prima e dopo averla vista

Un’esperienza visiva senza precedenti: il poema del grande aedo non è stato tradito
Straordinaria l'interpretazione di Matt Damon
Straordinaria l'interpretazione di Matt Damon

È nelle sale «Odissea», il nuovo film di Christopher Nolan che porta sul grande schermo il poema omerico. Ecco una serie di considerazioni, prima e dopo averlo visto.

Prima: c’è qui un cieco dalla fronte grande e bianca come una nuvola

L’Odissea diventa film. Ineluttabili arrivano i giudizi, ma prima di vedere il film ha senso sentirlo raccontare. Perché la storia in sé è nata così. Non è forse il poema stesso un racconto di racconti, raccolti da un cantore che andava in giro a narrarli a gente di ogni genere e modello? Ognuno la vedrà e la spiegherà (e se la spiegherà) in modo diverso.

Come può essere omogenea l’impressione che dà un film destinato al pubblico del mondo contemporaneo? Ci sono i puristi e gli entusiasti, quelli che gridano al tradimento e coloro che si esaltano per la modernizzazione hollywoodiana della seconda puntata della prima serie più famosa di sempre (la prima è l’Iliade). Ci sono quelli che questa storia non l’avevano mai sentita, ma di simili ne conoscono a iosa.

Ma che importa se Ulisse, che poi in realtà sarebbe Odisseo con l’accento sulla i, è un americano di cinquant’anni, se Elena (bellissima) è nera, se Calipso (la più splendida di tutte, cinquantenne pure li) è sudafricana? Che v’interessa se il nuovo modello di I-Max c’è solo in meno di 100 cinema al mondo? Le immagini sono potenti e arrivano lo stesso anche attraverso il trailer visto sullo schermo dello smartphone. La storia è universale e quando una storia è bella arriva sempre e comunque, in qualsiasi lingua tu la traduca, qualsiasi faccia tu metta al protagonista, pure se è sbarcato da Marte.

In fondo Omero, secondo una delle molte etimologia del suo nome, è letteralmente «colui che non vede». Il cieco. Sapete perché? Perché con gli occhi dell’immaginazione si vede molto molto lontano. Oltre il trucco, le armature, gli attori, i secoli, i millenni. E comunque l’Odissea si chiama «poema epico», non «manuale di storia preciso e circostanziato». Se l’Iliade (il prequel) è il racconto di un conflitto tra Occidente e Oriente per uno stretto commerciale (non vi sovviene nulla di simile?) con la scusa di una donna, l’Odissea è un road-movie, anzi un sea-movie, un viaggio di scoperta e insieme un percorso di sofferenza, che ai nostri giorni si chiama ricerca di se stessi, ma è la stessa roba. Racconta che l’intelligenza, la dote che contraddistingue Ulisse, ha un prezzo.

Matt Damon e Zendaya in Odissea di Nolan
Matt Damon e Zendaya in Odissea di Nolan

Lui trova la soluzione per finire la guerra, ma si trova costretto a ordire un imbroglio. Lui sa che il cavallo di Troia è una truffa e questo inganno è frutto dell’intelligenza, la sua più grande virtù: è la dimostrazione scritta in tempi non sospetti che quando è necessario sai che dovrai usarla, come sai che ha il tuo dono ha un prezzo e il prezzo lo dovrai pagare tu, perché tuo è il dono e tuo è il costo. Poi nel debito che hai contratto magari è inclusa Calipso ma anche i cannibalici Lestrigoni, c’è il vedere la morte di chi ha combattuto con te e si fidava di te ed è morto per te, c’è Nausicaa ma anche le tue mani macchiate del sangue dei bambini troiani massacrati, di una città distrutta da una bugia inventata dalla tua intelligenza e dalla tua disperazione.

Così Ulisse ha gettato i migliori anni della sua vita, dieci ad assediare Troia e altri dieci a tornare a casa odiato dagli dei che continuano a fargli sbagliare rotta e protetto solo da Atena, la dea guerriera della Sapienza. E più sbaglia e più impara. E più impara e più invecchia. Torna vivo, ritrova moglie e figlio, uccide (ancora sangue) i proci pretendenti della sua non-vedova che infestano casa sua. La colpa di Ulisse corrisponde al suo più grande dono, l’essere polumetis, molto arguto. Lui esiste perché è l’intelligente che deve fare una scelta immonda, quella di tradire per distruggere poveri troiani senza colpe, essendo tragicamente consapevole del suo gesto. Lo sa, e malgrado ciò non riesce a tenere pulite dal sangue nemmeno le mani di suo figlio Telemaco, il cui nome significa colui che combatte da lontano. Invece partecipa alla vendetta del padre contro i Proci invasori della sua casa, stalker della sua regina.

Ma forse Telemaco è colui che, avendo solo vent’anni, può ancora uscire pulito dagli errori di una generazione che ha sterminato un popolo. Forse. È bello veder vivere (e morire) e lottare gli eroi classici sullo schermo, ma il vero evento è il racconto in sé. Un racconto di racconti, che ciascuno appunto interpreta come vuole. Con il suo fluire di immagini straordinarie e antiche. Purtroppo non si torna mai uguali da certe esperienze, non si torna uguali dalla guerra e da quel lungo e affascinante ed estenuante viaggio che è la vita. Ce lo spiega Ulisse. Lui stesso non sa più chi sia, la sua sposa (Penelope, devota per antonomasia) dubita di lui. Alla fine l’unico che, a istinto, senza bisogno di prove, lo riconosce è il suo cane Argo, che lo ha aspettato tutta la vita. Il vero protagonista di questo racconto immenso non è Ulisse e nemmeno Matt Damon e nemmeno Christopher Nolan, per quanto impareggiabili.

È Omero, che ancora oggi ci dice che il mondo non finisce finché sei qui a raccontarlo. Tutti dovremmo ascoltare Omero. Una poesia di Edgar Lee Masters, dedicata a Blind Jack, suonatore ubriacone cieco che parla dal cimitero di Spoon River, si conclude così: «C’è qui un cieco dalla fronte grande e bianca come una nuvola. E tutti noi suonatori, dal più grande al più umile, scrittori di musica e narratori di storie, sediamo ai suoi piedi, e lo ascoltiamo cantare della caduta di Troia». Ecco chi siamo. Ecco qual è il nostro posto, dentro e fuori dal cinema.

Dopo: un viaggio dell’anima di un uomo di migliaia di anni un po’ come noi

Un’esperienza visiva senza precedenti: questa è l’Odissea di Christopher Nolan. Una sala piena di gente che per tre ore resta incollata senza proferire sillaba davanti a una storia antica come il mondo, che parla della creazione delle fondamenta della nostra civiltà attraverso l’esperienza tragica di un Uomo e nel quale, più passano i minuti, più ci s’immedesima. Un eroe senza paura che conosce la paura, che rischia e che vince, che osa e che perde. Divorato dal senso di colpa per le vite che ha sacrificato, che si detesta ma continua a lottare. L’etimologia del suo nome può essere interpretata sia come «colui che odia odio» sia «colui che viene odiato». Niente di più vero, nel suo caso. Il film inizia e finisce con lui, tutto ciò che accade è determinato dalle sue scelte, quelle che fa in modo consapevole e quelle che è costretto a fare. È dominato dalle conseguenze imprevedibili del suo agire quotidiano in situazioni il più delle volte senza via d’uscita. Un po’ come noi, no?

E gli dei, tanto presenti nell’originale omerico, qui sono solo nominati o sono proiezioni mentali (o speranze) sue e dei suoi compagni in un viaggio che è una potente e convincente metafora della vita. Non di quella dei tempi da cui giunge l’opera, ma di quelli in cui ci troviamo adesso, trascinati come siamo dalle onde, costretti a ingannare e a combattere battaglie perse o vinte con disonore. La caduta di Troia, ottenuta con un imperdonabile inganno, quello del celeberrimo Cavallo (non è uno spoiler, poiché stiamo parlando dell’equino più famoso di sempre), è un dono fatto a nome degli dei per una sua trovata geniale quanto crudele, pensata da lui solo, l’intelligente per antonomasia. Lo fa costruire (è stanco anche lui di star lì) per chiudere un assedio di dieci anni trascorso dall’esercito greco su un’arida e assolata spiaggia, dove non si è fatto altro che spargere sangue e coltivare odio. Una volta riuscito il perfido trucco, il male accumulato viene sfogato nel modo più violento e cattivo possibile.

A che altro porta la guerra, se non alla consunzione dello spirito e all’oblio delle più banali regole morali? Odisseo (un Matt Damon straordinario) inizia già consumato dal risultato raccapricciante di un parto della sua mente arguta per risolvere una situazione che non sembrava avere via d’uscita. Il suo unico desiderio è andare a casa, invece egli si consuma in un ritorno che sembra non finire mai e che ha in pratica la stessa durata temporale della guerra. Cerca di dimenticare, ma non riesce. Le prova tutte, ma non a caso si trova dentro quella che, quando tutti noi descriviamo eventi e periodi in cui le cose non fanno che andare di male in peggio, definiamo Odissea.

Una scena del film
Una scena del film

I suoi anni migliori se ne vanno, il suo coraggio e la sua Fede (che non è particolarmente salda) vacillano di fronte ai continui imprevisti. Ogni volta che cerca di controllare la situazione la sua Odissea (sua per antonomasia) continua senza concedergli tregua. È un Grande Uomo, ma è solo un uomo e, malgrado i molti che lo circondano, è un uomo solo. Perso in un mare che non lo vuole, in terre che lo rifiutano, con gente che gli vuole male o non si fida abbastanza di lui. Solo quando capisce che non può controllare tutto riesce a raggiungere infine chi ama. Non si arrende, accetta semplicemente se stesso e i suoi limiti.

La grande magia di questo film è riuscire a farti sentire come lui. Infelice, colpevole, ma ancora desideroso di vivere e di fare l’ennesimo disperato tentativo di farcela. Anche se il passato non si può cancellare, anche se quel pesantissimo cavallo di legno peserà per sempre sul suo cuore, anche se è ben conscio che la vendetta e il potere e il successo e la vittoria sono solo frutto di fasi e casi. Questo Ulisse da archetipo diventa una persona con dubbi e incertezze, speranze e drammi irrisolti, che si dovrà portare dietro per sempre. Ogni giorno un problema diverso, che cerca di risolvere come può, con le forze che gli restano.

No, il poema del grande aedo non è stato tradito. Semmai è stato onorato da questo nuovo canto per immagini. Rivisto, aggiornato, ma vero, credibile, commovente quanto la gioia del cane Argo che è vissuto vent’anni solo per poter scodinzolare un’ultima volta per il suo amico Ulisse. Il quale è davvero l’epigono di un mondo da abbandonare e l’iniziatore di una civiltà di uomini nuovi. Che combattono ma odiano la guerra, fragili ma non arrendevoli, capaci di essere deboli con i deboli e forti con i forti. Come dovremmo diventare tutti. Insomma, Omero è vivo e ci vede benissimo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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