C’è sempre una certa inquietudine, quando il cinema torna a mettere mano ai grandi classici. Vale per Shakespeare, per la Bibbia, per i miti greci e vale ancora di più per l’Odissea, uno dei testi fondativi dell’immaginario occidentale. Ogni nuova versione porta con sé una domanda inevitabile: fino a che punto si può cambiare un’opera così antica senza tradirla? La questione torna oggi con forza attorno a «Odissea», il nuovo film di Christopher Nolan, atteso nelle sale per il 16 luglio 2026 e già discusso prima ancora dell’uscita per le sue scelte visive, produttive e interpretative.
Il progetto è di quelli che non passano inosservati. Dopo «Oppenheimer», premiato con l’Oscar, Nolan ha scelto di affrontare il poema attribuito a Omero, portando sullo schermo il viaggio di Odisseo verso Itaca dopo la guerra di Troia. Matt Damon interpreta il re di Itaca, Tom Holland è Telemaco, Anne Hathaway è Penelope, Zendaya presta il volto ad Atena, Charlize Theron è Calipso, Lupita Nyong’o interpreta Elena di Troia e Clitennestra, in un cast che comprende anche Robert Pattinson, Jon Bernthal, Benny Safdie e John Leguizamo. Un cast da kolossal di primissimo livello, pensato per riportare il mito dentro il grande cinema popolare.
Le riprese
A rendere il film ancora più particolare è lo sforzo tecnico. «Odissea» è stato girato interamente con cineprese Imax su pellicola, un primato per un lungometraggio di finzione. Nolan aveva già fatto dell’Imax 70mm una delle sue firme, da «Il cavaliere oscuro» a «Dunkirk» e «Oppenheimer», ma questa volta il salto è ulteriore: non alcune sequenze, bensì l’intero film. Una scelta che ha comportato difficoltà enormi, perché le camere Imax su pellicola sono tradizionalmente pesanti, rumorose, complesse da utilizzare e poco adatte alle scene di dialogo ravvicinato.
Per rendere possibile il progetto, Imax e la squadra del regista hanno lavorato a nuove soluzioni tecniche, con macchine più leggere e silenziose e sistemi pensati per permettere un uso più flessibile del formato. Le riprese, realizzate in più Paesi e anche in contesti naturali impegnativi, confermano la volontà di Nolan di trasformare il viaggio di Odisseo in un’esperienza fisica, non soltanto spettacolare.
Il senso del racconto
È proprio qui che la tecnica incontra il senso del racconto. L’Odissea non è solo una sequenza di mostri, dèi, isole e prove da superare. È il racconto di un ritorno difficile, della distanza tra ciò che si era e ciò che si diventa, della nostalgia della casa e dell’impossibilità di tornare davvero identici a prima. Per questo il problema non è stabilire se ogni dettaglio visivo sia filologicamente inattaccabile. Il punto, semmai, è capire se la nuova versione riesca a conservare il nucleo profondo dell’opera: il viaggio, la perdita, l’astuzia, la fatica, il rapporto tra umano e divino, tra memoria e identità.

Le discussioni nate attorno al film mostrano quanto il tema sia sensibile. Alcune immagini promozionali hanno suscitato critiche per armature, armi o dettagli ritenuti storicamente poco coerenti con l’età del bronzo o con l’immaginario omerico. Ma l’Odissea non è un manuale di storia militare. È un poema epico nato da una lunga tradizione orale, fissato in forma scritta molti secoli dopo gli eventi mitici che racconta, e popolato da ciclopi, maghe, sirene, dèi capricciosi, giganti cannibali e viaggi ai confini del mondo conosciuto. Pretendere da un adattamento cinematografico una fedeltà archeologica assoluta rischia di dimenticare la natura stessa del materiale di partenza: un racconto che, prima ancora di essere testo, è stato voce, memoria, variazione.
Gli adattamenti
Questo non significa che tutto sia lecito o che ogni rilettura funzioni. Esistono adattamenti che semplificano, tradiscono, svuotano i classici riducendoli a pura decorazione. Ma cambiare dettagli, aggiornare immagini, spostare accenti o modificare forme dello spettacolo non equivale automaticamente a snaturare un’opera. Al contrario, spesso è proprio attraverso queste variazioni che i classici continuano a vivere. Ogni epoca rilegge Omero a partire dalle proprie domande: il cinema di Mario Camerini, con «Ulisse» del 1954, ne fece un’avventura mitologica da grande schermo, affidando a Kirk Douglas il ruolo dell’eroe e a Silvana Mangano il doppio volto di Penelope e Circe; la televisione di Franco Rossi, con lo sceneggiato Rai «Odissea» del 1968, trasformò il poema in un racconto popolare e solenne, rimasto centrale nell’immaginario italiano anche grazie a Bekim Fehmiu e Irene Papas; i fratelli Coen, con «Fratello, dove sei?» del 2000, spostarono invece la struttura dell’Odissea nel Mississippi della Grande Depressione, facendone una commedia musicale e picaresca con George Clooney. A questi esempi si potrebbero aggiungere riletture più radicali, come «Nostos - Il ritorno» del bresciano Franco Piavoli del 1989, quasi senza dialoghi e costruito come esperienza sensoriale del ritorno, o più recenti e concentrate su un solo segmento del mito, come «The Return» di Uberto Pasolini del 2024, con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, dedicato soprattutto al rientro di Odisseo a Itaca. Nessuna di queste versioni esaurisce il poema, ma ciascuna ne illumina un aspetto.
Il senso del viaggio
La fedeltà più importante, allora, non è sempre quella al dettaglio esterno. È quella ai temi, alla tensione morale, al valore simbolico dell’opera. Se un’armatura, una nave, un mostro o un’arma vengono cambiati per rendere più forte, più chiaro o più cinematografico il senso del viaggio, il problema non è la modifica in sé. Il problema è se quella modifica serve davvero il racconto oppure no. Nel caso di Nolan, almeno nelle intenzioni, l’obiettivo sembra essere quello di restituire al poema una dimensione fisica e monumentale, facendo sentire allo spettatore il peso del mare, della distanza, della paura, dell’ignoto.
Da questo punto di vista, «Odissea» potrebbe diventare un banco di prova interessante non solo per Nolan, ma per il modo in cui oggi guardiamo ai classici. Non come reliquie intoccabili, da custodire senza variazioni, ma come opere vive, capaci di sopportare nuove forme purché non venga disperso ciò che le rende necessarie. Omero non ha attraversato quasi tremila anni perché ogni generazione lo ha ripetuto identico, ma perché ogni generazione ha trovato nel suo racconto qualcosa da riconoscere, interrogare e reinventare. Il cinema può farlo ancora, a patto di ricordare che la libertà di cambiare ha senso solo quando nasce da una comprensione profonda di ciò che si sta cambiando.



