«NAZA», nelle sale il documentario con le voci dell’esercito israeliano

Raccoglie le testimonianze anonime di 24 militari e uomini dell’intelligence di Israele sulle operazioni a Gaza: sarà al cinema dal 28 al 30 settembre. Ha già scatenato accuse, minacce e richieste di revoca della cittadinanza ai registi
Cristiano Bolla
Una scena di «NAZA»
Una scena di «NAZA»

Arriva nelle sale italiane preceduto da un premio importante e soprattutto da una lunga scia di polemiche. Parliamo di «NAZA», diretto dagli israeliani Yuval Abraham e Rachel Szor e presentato in concorso alla Mostra del cinema di Venezia, dove ha ricevuto il Premio speciale della giuria, sarà nei cinema italiani il 28, 29 e 30 settembre distribuito da I Wonder Pictures. Il titolo viene dall’espressione ebraica «nezek agavi», cioè «danno collaterale», il termine usato in ambito militare per indicare il danno previsto ai civili durante un attacco contro un obiettivo. Ed è proprio dentro questo calcolo che il film prova a entrare.

Abraham e Szor raccolgono le testimonianze di 24 persone provenienti dall’esercito e dall’intelligence israeliana. Non ne vediamo i volti (che anzi sono stati anche alterati digitalmente) e non ne ascoltiamo le voci naturali: gli intervistati restano nell’ombra, sui tetti di Tel Aviv, per proteggerne l’identità. Raccontano dall’interno i sistemi di sorveglianza, l’individuazione degli obiettivi, l’uso di strumenti informatici e dell’intelligenza artificiale e soprattutto le procedure con cui viene valutato preventivamente il numero di civili che potrebbero essere uccisi in un raid.

Secondo la tesi costruita dal documentario, durante la guerra seguita agli attacchi di Hamas del 7 ottobre 2023 queste soglie sarebbero state progressivamente ampliate. Alcuni intervistati parlano apertamente di genocidio. Sul piano giuridico la questione resta oggetto di procedimenti e interpretazioni differenti: nel settembre 2025 una Commissione indipendente d’inchiesta dell’Onu ha concluso che Israele ha commesso genocidio a Gaza, conclusione respinta dal governo israeliano, mentre davanti alla Corte internazionale di giustizia il procedimento promosso dal Sudafrica non è ancora arrivato a una sentenza definitiva sul merito.

«NAZA» si muove dunque su un terreno delicatissimo, nel quale testimonianza, inchiesta giornalistica e giudizio giuridico non coincidono. Proprio per questo colpisce il modo in cui il documentario evita quasi del tutto l’apparato emotivo che accompagna molti documentari sulla guerra. Dal punto di vista strettamente cinematografico, anzi, «NAZA» è un’opera ridotta all’osso. Pochissima costruzione narrativa, nessuna spettacolarizzazione, immagini essenziali, lunghi racconti nell’oscurità. È persino difficile, a tratti, considerarlo un film nel senso tradizionale del termine. Eppure proprio questa povertà formale finisce per coincidere con la sua forza.

Se un anno fa, intorno a «La voce di Hind Rajab», una parte del dibattito aveva evocato il rischio della cosiddetta «pornografia del dolore», accusando il film di usare la vera voce della bambina palestinese uccisa a Gaza per produrre un effetto emotivo sul pubblico, qui l’obiezione diventa molto più difficile. Abraham e Szor non mostrano corpi, bambini sotto le macerie o ospedali distrutti. Lasciano parlare soprattutto israeliani che raccontano procedure, numeri, sistemi di targeting, margini di rischio, autorizzazioni. L’orrore, quando emerge, arriva dalla normalità del linguaggio tecnico. È senza dubbio il punto più inquietante del documentario: trasformare ciò che appare astratto nelle conseguenze concrete che può avere sulla vita delle persone.

I due registi arrivano a «NAZA» dopo «No Other Land», realizzato insieme ai palestinesi Basel Adra e Hamdan Ballal e vincitore dell’Oscar per il miglior documentario nel 2025. Quel film raccontava le demolizioni e gli sgomberi a Masafer Yatta, in Cisgiordania. Con «NAZA» Abraham e Szor spostano invece lo sguardo dentro le strutture del proprio Paese. Decisivo anche il ruolo del «Guardian», che produce il documentario insieme a JW Films. Il progetto nasce infatti anche dal lavoro investigativo condotto negli anni precedenti dal quotidiano britannico e dalle testate israelo-palestinesi +972 Magazine e Local Call sui sistemi di targeting utilizzati a Gaza. Tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, regista di «La zona d’interesse».

Proprio l’attendibilità delle fonti è diventata il principale terreno dello scontro. L’esercito israeliano ha respinto categoricamente le accuse, sostenendo che l’anonimato non permetta al pubblico di verificare ruoli e competenze degli intervistati. L’Idf contesta inoltre l’idea che le decisioni sugli attacchi vengano delegate a sistemi automatici e afferma che l’intelligenza artificiale svolge soltanto una funzione di supporto, mentre la responsabilità resta umana. Secondo l’esercito, il calcolo del possibile danno ai civili serve proprio a limitarlo nel rispetto del diritto internazionale.

Un'auto in fiamme a Gaza City - © www.giornaledibrescia.it
Un'auto in fiamme a Gaza City - © www.giornaledibrescia.it

La replica non ha però chiuso il caso. Il ministro israeliano della Cultura Miki Zohar ha accusato i registi di tradimento e ha invocato la possibilità di revocarne la cittadinanza. Anche il primo ministro Benjamin Netanyahu ha rilanciato l’ipotesi di nuove norme contro chi venga ritenuto responsabile di diffamare i soldati israeliani. I registi hanno inoltre denunciato minacce, mentre dal mondo del cinema internazionale sono arrivate numerose manifestazioni di solidarietà. È questo dibattito a distanza, forse ancora più del premio veneziano, a spiegare perché «NAZA» sia diventato un caso. Da una parte un documentario che affida la propria sostanza a testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato israeliano; dall’altra le istituzioni militari e politiche che ne contestano metodo, fonti e conclusioni.

Il film, insomma, può essere discusso sul piano della forma e persino giudicato fragile come opera cinematografica. Ma poco conta. Molto più difficile è ignorare la sostanza delle testimonianze che mette in fila. Ed è probabilmente questo che Abraham e Szor cercano: non offrire un’immagine definitiva della guerra, ma costringere lo spettatore ad ascoltare chi sostiene di averne visto da vicino il funzionamento. La circolazione del film, inoltre, non finirà con il passaggio nelle sale. Il «Guardian» ha annunciato che, dopo la distribuzione cinematografica internazionale, «NAZA» sarà reso disponibile gratuitamente sul proprio sito. Una scelta coerente con la natura del progetto: più che un prodotto destinato soltanto al circuito dei festival e delle sale, «NAZA» vuole diventare un documento accessibile al pubblico più ampio possibile.

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