«La voce di Hind Rajab» torna in sala: perché vederlo, anche se fa male

Cristiano Bolla
Il fim è nuovamente in programmazione nei cinema italiani: usa le vere registrazioni di una bambina palestinese di 5 anni morta a Gaza, ma non chiamatela «pornografia del dolore»
Un frame del film La voce di Hind Rajab - Foto I Wonder Pictures
Un frame del film La voce di Hind Rajab - Foto I Wonder Pictures
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La Giornata della Memoria appena passata ci ha ricordato, come ogni anno, quanto il cinema sappia farsi strumento di testimonianza: molte sale ripropongono titoli che, con linguaggi diversi, tentano di restituire forma e voce agli orrori del Novecento, perché ciò che è accaduto non venga ridotto a un capitolo chiuso. Ma esistono anche film che provano a misurarsi con gli orrori del presente, quando sono ancora materia viva, dolorosa, incompiuta. Pochi, oggi, hanno l’impatto de «La voce di Hind Rajab» (candidato al premio Oscar), che torna in sala dal 29 gennaio in re-release con I Wonder Pictures.

Il film

Il film, scritto e diretto dalla regista e sceneggiatrice tunisina Kaouther Ben Hania, prende avvio da un fatto di cronaca diventato rapidamente di risonanza globale. Il 29 gennaio 2024, esattamente due anni fa, nella Striscia di Gaza una bambina – Hind Rajab – è rimasta intrappolata in un’auto colpita durante una situazione di guerra: con lei c’erano i familiari, raggiunti dai colpi e morti accanto alla bambina in auto. Attraverso una chiamata d’emergenza, Hind è entrata in contatto con gli operatori della Mezzaluna Rossa palestinese, che hanno provato a guidarla, rassicurarla e, soprattutto, a farle arrivare un soccorso in tempo. Quella richiesta d’aiuto è proseguita per ore, mentre dall’altra parte del filo si sono accumulati ostacoli, ritardi, autorizzazioni incerte e la sensazione crescente che il tempo stesse finendo. L’esito, purtroppo, è quello che la cronaca ha consegnato: quando l’area è tornata nuovamente accessibile, giorni dopo, sono stati ritrovati i corpi della bambina e dei familiari, e anche quelli di due paramedici uccisi durante il tentativo di raggiungerla. Attorno alla vicenda, come spesso accade nelle tragedie di guerra, restano ancora oggi versioni contrapposte e richieste di chiarimenti: la storia di Hind, però, ha superato presto la dimensione del singolo caso, trasformandosi in simbolo e in domanda rivolta a chi guarda da lontano.

Ben Hania ha scelto una forma radicale e, proprio per questo, difficilissima sia da sostenere che da respingere: al centro non è stata messa l’azione bellica o la ricostruzione visiva della violenza in modo spettacolare, non viene cercata l’immagine «forte» come scorciatoia emotiva. Il cuore del film è invece il lavoro dei soccorritori, il centralino, la procedura, l’attesa, l’impotenza. La scelta che fa davvero la differenza è l’uso dell’audio originale: non una voce ricreata, non un’interpretazione, ma la registrazione reale della chiamata di Hind, su cui gli attori hanno costruito le reazioni dei volontari e di chi prova a coordinarne il salvataggio.

È una commistione tra realtà e finzione che appartiene da tempo al cinema della regista, già evidente nel suo precedente «Quattro figlie», e che qui acquista un peso ulteriore: perché la finzione non addolcisce la realtà, semmai la rende più difficile da eludere, inchiodando lo spettatore alla responsabilità dell’ascolto.

Le critiche

In questo senso si inserisce anche un’accusa circolata attorno al film, quella di essere «pornografia del dolore»: un’etichetta che, più che descrivere l’opera, sembra rivelare il bisogno di mettere distanza e cinismo tra sé e ciò che accade. «La voce di Hind Rajab» fa il contrario: non indulge nel trauma, non lo consuma come spettacolo, e anzi tenta di contrastare l’assuefazione prodotta dal flusso quotidiano di immagini e numeri. La sua scelta è sottrattiva e insieme inesorabile: togliere il clamore e lasciare, in primo piano, la voce, l’attesa, il fallimento di una catena di soccorso, cioè la parte più insostenibile perché più umana.

Alla conferenza stampa di Venezia, dove il film è stato presentato in concorso e ha vinto il Leone d’Argento - Gran Premio della Giuria, il cast e la regista hanno esplicitato questa intenzione senza ambiguità. Saja Kilani ha detto: «Da parte di tutti noi attori e del team chiediamo: non è abbastanza? Della fame, della disumanizzazione, della distruzione. La voce di Hind Rajab non ha bisogno della nostra difesa. Questo film non è un’opinione, ma ha salde radici nella realtà. La sua voce è quella di 10.000 bambini uccisi in due anni a Gaza, la voce di ogni figlia o figlio che ha diritto di esistere e di sognare, di vivere». Ben Hania ha collegato il senso del film al ruolo stesso del cinema: «Le notizie si dimenticano, il cinema può costruire questi preziosi momenti di empatia, ne manca molta, permette di vedere il mondo da un altro punto di vista… Questo film è molto importante per me, quando ho sentito per la prima volta la voce di Hind Rajab, era la voce di Gaza che chiedeva aiuto. La rabbia e il senso di impotenza hanno dato origine al film». E Motaz Malhees, chiamato a interpretare chi resta in linea con Hind, ha raccontato il prezzo psicologico di quel confronto: «Ho avuto due attacchi di panico, durante le riprese. È stato difficile, ma è anche una responsabilità: se non facciamo niente noi, chi lo farà?».

La re-release del 29 gennaio riporta dunque in sala un film che non si limita a raccontare un caso, ma prova a opporsi alla sua rimozione, soprattutto emotiva. Lo fa senza scorciatoie, senza facile retorica, chiedendo allo spettatore una cosa semplice e tremenda: restare lì, ascoltare, e non voltarsi dall’altra parte mentre una bambina ripete, ancora e ancora, la richiesta più umana del mondo.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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