Ciak, si torna a scuola: i migliori film italiani tra banchi e lavagna

«Caterina va in città», «Notte prima degli esami» e gli altri: dalla campanella di settembre alla maturità, il cinema italiano ha raccontato la scuola come luogo di crescita, conflitto e scoperta
Cristiano Bolla
Io speriamo che me la cavo
Io speriamo che me la cavo

A settembre si ricomincia. In Lombardia l’anno scolastico 2026/2027 ha già preso il via il 7 settembre per le scuole dell’infanzia, mentre per tutti gli altri ordini e gradi le lezioni ripartono lunedì 14 settembre (salvo anticipi decisi dai singoli istituti). Tornano così sveglie puntate presto, zaini, registri, compagni ritrovati dopo l’estate e nuovi insegnanti da conoscere, ma anche tante novità dal punto di vista amministrativo: un rito collettivo che riguarda milioni di famiglie e che il cinema italiano, nel corso dei decenni, ha osservato più volte, trasformando la scuola in qualcosa di molto più grande di un semplice fondale.

Perché nelle aule cinematografiche si può raccontare quasi tutto. Le differenze sociali, le aspettative dei genitori, le amicizie e i primi amori, l’autorità e la ribellione, il rapporto tra generazioni, le ambizioni degli insegnanti e la loro disillusione. La scuola è un piccolo mondo con regole proprie, ma proprio per questo diventa facilmente una miniatura del Paese. Non stupisce allora che alcuni tra i film italiani più riusciti sul tema abbiano raccontato non soltanto cosa significa studiare, ma soprattutto cosa significa entrare in una classe, trovare il proprio posto e attraversare quell’età incerta in cui si comincia a capire quale adulto si potrebbe diventare.

Caterina va in città (2003)

Tra i titoli più adatti a raccontare proprio l’atmosfera di settembre c’è «Caterina va in città», diretto nel 2003 da Paolo Virzì. La protagonista, interpretata da Alice Teghil, ha tredici anni e arriva a Roma da Montalto di Castro insieme alla madre Agata, Margherita Buy, e al padre Giancarlo, Sergio Castellitto. Per lei il ritorno a scuola coincide con qualcosa di molto più radicale: è il primo giorno in un istituto nuovo, in una città enorme e in un ambiente sociale che non conosce. Caterina entra in classe spaesata e scopre rapidamente che i compagni sono già divisi in gruppi, appartenenze, idee e stili di vita. Da una parte le ragazze legate a famiglie della sinistra intellettuale romana, dall’altra quelle provenienti dagli ambienti più ricchi e conservatori. Lei, timida e provinciale, passa da un mondo all’altro senza riuscire davvero a riconoscersi in nessuno dei due.
 

Caterina va in città
Caterina va in città

Virzì trasforma una situazione familiare a ogni adolescente – entrare in una classe e cercare di capire con chi stare – in un ritratto dell’Italia. La scuola è il luogo nel quale le divisioni degli adulti ricompaiono attraverso i figli: politica, ricchezza, ambizione, bisogno di appartenenza. Lo sguardo ingenuo di Caterina permette al regista di osservare tutto senza affidarsi a un solo punto di vista. Non è un caso che Virzì sia considerato uno degli eredi più riconoscibili della commedia all’italiana, capace di usare l’ironia per leggere le trasformazioni sociali e, in particolare, il mondo dei giovani. «Caterina va in città» rimane così uno dei migliori film italiani sul disorientamento del primo giorno: quella sensazione per cui la scuola sembra già conoscere le proprie regole mentre chi entra per la prima volta deve ancora impararle.

Classe Z (2017)

Un primo giorno molto diverso è quello di «Classe Z», commedia diretta da Guido Chiesa nel 2017. Siamo all’inizio dell’ultimo anno di un liceo scientifico e alcuni studenti considerati problematici vengono improvvisamente separati dai compagni e riuniti in una nuova sezione. È una sorta di classe degli «irrecuperabili»: ragazzi svogliati, ribelli o semplicemente giudicati troppo difficili dagli adulti. Tra loro ci sono Ricky, interpretato da Enrico Oetiker, che trasforma gli scherzi in contenuti per YouTube, Stella, interpretata da Greta Menchi, e Viola, Alice Pagani. A credere ancora nella possibilità di coinvolgerli è soprattutto Marco Andreoli, supplente di italiano interpretato da Andrea Pisani; nel cast figurano anche Alessandro Preziosi e Antonio Catania.


«Classe Z» non possiede il peso storico dei grandi classici italiani sulla scuola, ma fotografa efficacemente un passaggio preciso: l’ingresso nell’aula di una generazione ormai cresciuta insieme a internet, ai video online e alla costruzione pubblica della propria identità. Anche qui settembre significa essere classificati immediatamente: bravi, difficili, promettenti, perduti. E il film parte proprio da una domanda che il cinema scolastico ha ripetuto molte volte: quanto può diventare definitiva l’etichetta attribuita a un ragazzo?

Io speriamo che me la cavo (1992)

Molto prima, a interrogarsi sul rapporto tra maestro e alunni era stata Lina Wertmüller con uno dei film scolastici italiani più popolari di sempre, «Io speriamo che me la cavo», del 1992. Paolo Villaggio è Marco Tullio Sperelli, un maestro ligure che per un errore burocratico viene inviato in una scuola di Corzano, immaginario comune del Napoletano. Una volta entrato in classe scopre però che la classe, di fatto, non c’è: gli alunni sono pochissimi e per recuperarli deve andarli a cercare nelle case e nelle strade. Alcuni lavorano, altri vivono situazioni familiari difficili; Raffaele, interpretato da Ciro Esposito, è già vicino agli ambienti della criminalità, mentre Vincenzino, interpretato da Adriano Pantaleo, mostra un’intelligenza vivace.
 

Il film nasce dal fortunatissimo libro di Marcello D’Orta, pubblicato nel 1990 e costruito a partire dai temi degli alunni di una scuola elementare. Wertmüller trasforma quel materiale in un racconto nel quale il maestro deve imparare almeno quanto i bambini: arriva pensando di dover insegnare e finisce per misurarsi con una realtà sociale che nessun programma ministeriale può contenere. Persino il titolo, volutamente sgrammaticato, è diventato una delle espressioni più riconoscibili associate al film e al libro. All’uscita si parlò della ormai celebre frase come di una formula capace di condensare, tra ironia e fatalismo, l’universo raccontato da D’Orta.

La scuola (1995)

Se «Io speriamo che me la cavo» guarda soprattutto agli alunni, «La scuola» di Daniele Luchetti, uscito nel 1995, allarga l’inquadratura fino a comprendere l’intera istituzione. Stavolta, però, siamo all’estremo opposto del calendario: non all’inizio ma alla fine delle lezioni. Il film, tratto da testi di Domenico Starnone, ruota attorno all’ultimo giorno e agli scrutini finali. Silvio Orlando interpreta Vivaldi, professore idealista e partecipe, mentre Fabrizio Bentivoglio e Anna Galiena completano il nucleo principale di un corpo docente attraversato da rivalità, stanchezze, convinzioni pedagogiche e piccole nevrosi.
È uno dei film che più hanno contribuito a fissare nell’immaginario cinematografico italiano la sala professori, i consigli di classe e quella continua trattativa tra regole e comprensione che accompagna ogni valutazione. «La scuola» vinse il David di Donatello come miglior film nel 1995 e, a trent’anni di distanza, è stato nuovamente presentato come un ritratto ancora riconoscibile dell’istituzione scolastica. Luchetti stesso ha osservato come possano cambiare gli elementi superficiali – ieri la politica, oggi la tecnologia – mentre restano il confronto tra adolescenti e adulti e il sistema gerarchico nel quale gli insegnanti devono muoversi.

Come te nessuno mai (1999)

Della scuola vista dagli studenti parla invece «Come te nessuno mai», diretto nel 1999 da Gabriele Muccino. Qui il momento decisivo non è settembre ma l’occupazione di un liceo romano. Silvio e Ponzi partecipano alla protesta inizialmente più per stare con gli amici e avvicinarsi alle ragazze che per autentica militanza politica. In pochi giorni l’edificio scolastico diventa teatro di amori, gelosie, amicizie, contrasti con i genitori e scontri con l’autorità. È un ritratto generazionale particolarmente significativo perché conserva l’immagine di un’adolescenza ancora sostanzialmente analogica: la scuola è il luogo fisico nel quale bisogna esserci per incontrarsi, innamorarsi, litigare, farsi conoscere dagli altri.

Come te nessuno mai
Come te nessuno mai

Il rosso e il blu (2012)

Un altro passaggio arriva nel 2012 con «Il rosso e il blu» di Giuseppe Piccioni, liberamente tratto dall’omonimo libro di Marco Lodoli. Nel liceo romano del film si incrociano un anziano professore disilluso interpretato da Roberto Herlitzka, un giovane supplente al primo incarico interpretato da Riccardo Scamarcio e una preside rigorosa che ha il volto di Margherita Buy. Attorno a loro si muovono ragazzi con storie, fragilità e prospettive molto differenti. La scuola, ancora una volta, non è soltanto il problema di cui discutere: è il luogo nel quale persone di generazioni diverse sono obbligate a incontrarsi. Lo stesso Piccioni rivendicò l’intenzione di non realizzare semplicemente l’ennesimo film sull’istituzione in crisi, ma un racconto di desideri, delusioni e possibilità umane. Perfino il titolo richiama un oggetto che appartiene alla memoria scolastica di generazioni di italiani: la matita rossa e blu degli insegnanti.

Notte prima degli esami (2006)

E se settembre rappresenta l’inizio, ogni anno scolastico cinematografico deve prima o poi arrivare alla sua notte più famosa. Nel 2006 «Notte prima degli esami», esordio alla regia di Fausto Brizzi, riportò il pubblico nella Roma del 1989 seguendo Luca Molinari, interpretato da Nicolas Vaporidis, e i suoi amici nelle settimane che precedono la maturità. Tra studio rimandato, amori e paure per il futuro, Luca si innamora di Claudia, Cristiana Capotondi, per scoprire che è la figlia del temutissimo professor Martinelli, interpretato da Giorgio Faletti. Il titolo riprende naturalmente la canzone di Antonello Venditti, già legata al rito della maturità e destinata a saldarsi ancora più strettamente a esso attraverso il film.

Il successo trasformò «Notte prima degli esami» in un autentico fenomeno di costume: costato circa 2,5 milioni di euro, arrivò a un incasso intorno ai 15 milioni e generò immediatamente un seguito. A vent’anni di distanza il suo immaginario si è dimostrato ancora abbastanza forte da produrre nel 2026 «Notte prima degli esami 3.0», con una nuova generazione di maturandi e Sabrina Ferilli nella parte dell’insegnante più temuta.

Arriva al cinema Notte prima degli esami 3.0
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Arriva al cinema Notte prima degli esami 3.0

È forse questo il motivo per cui il cinema torna così spesso tra banchi, corridoi e lavagne. La scuola possiede già una struttura narrativa perfetta: ogni settembre ricomincia da capo e ogni giugno costringe a chiudere qualcosa. Nel mezzo ci sono prove, amicizie, gerarchie, professori che si ricordano per tutta la vita e compagni dei quali, invece, si perde rapidamente ogni traccia. Da Caterina che entra spaesata nella sua nuova classe romana fino ai ragazzi di «Notte prima degli esami» davanti alla maturità, il cinema italiano ha raccontato soprattutto questo: a scuola si pensa di andare per imparare delle materie, ma intanto, quasi senza accorgersene, si sta imparando a stare nel mondo.

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