Entrano, si inginocchiano, tirano fuori i rosari e iniziano a sgranarli. Davanti a loro, una Madonna blu. Anzi, una «Madre azzurrissima». Succede in corso Cavour 48C tutti i giovedì di maggio: a Brescia durante il mese mariano c’è un rosario che pare quasi una performance, ma che non ha nulla di irriverente o blasfemo. L’artista che lo organizza – il 30enne Giovanni Stefano Rossi – infonde da sempre nella sua arte la spiritualità, nello specifico quella di matrice cattolica. Qualche anno fa, appena laureato all’Accademia SantaGiulia, ha vinto anche il Premio Paolo VI, il riconoscimento elargito dall’omonima Collezione di Concesio.
Da qualche tempo si è spostato dallo studio allestito nella casa di sua nonna al villaggio Badia e ha aperto uno spazio in centro. È qui che il giovedì si tiene il Santo Rosario. Puntuali alle 20.30, i fedeli (e i curiosi, e gli appassionati d’arte) si riuniscono per pregare la Vergine, «in modo particolare per il mondo dell’arte, per i suoi operatori e per la cultura». Ma non è l’unico intervento ibrido di Rossi: tutto il suo corpus artistico è così, a cavallo tra concetto, iconografia cristiana, preghiera, devozione, critica sociale ed elementi popolari.
Lei è molto giovane ma la sua arte sembra avere già un’estetica e una direzione granitica.
Durante il biennio in accademia d’arte la mia attenzione si è focalizzata sui punti centrali della mia ricerca: la dimensione della spiritualità e il colore blu, veicolo e strumento di testimonianza di questa spiritualità diffusa in ogni cosa. Il mio lavoro è quindi legato alla spiritualità e all’iconografia cattolica, ma sfocia anche nel filone più universale, più laico, anche per avvicinare persone che non hanno una fede ma che cercano la propria dimensione spirituale. Un’arte, quindi, adatta a raccontare le grandi domande che muovono il cuore dell’essere umano.

Un tempo arte, spiritualità e Chiesa erano strettamente legate. Oggi l’arte spirituale e in particolare cattolica trova spazio nella società e nella cultura?
Nel Novecento il sodalizio tra gli artisti e la Chiesa si è sfaldato, per la crisi dell’individuo e per quella delle istituzioni ecclesiastiche. Mi sono sempre chiesto, da credente, come poter portare a riflettere sull’arte contemporanea, e come l’arte contemporanea possa essere vissuta anche come forma devozionale e come incontro con la fede. Con un’iconografia precisa e provando a porre le grandi domande: cosa siamo, dove andiamo, cosa c’è dopo la morte, qual è il senso della vita? L’arte contemporanea deve parlare dell’umanità e delle domande che l’uomo porta dentro.
Lei come pone queste domande?
Per esempio: il mio «Pan di Stelle» inserito all’interno di un ostensorio (una copia si trova nella collezione di Umberta Gnutti Beretta in Spazio Almag, ndr): le mie opere partono prima di tutto dalla parola, nasce prima il titolo rispetto al lavoro, solo in un secondo momento trovo o realizzo l’oggetto che possa enfatizzare il titolo. «Errore di prospettiva» parla di questo gioco sbagliato che può commettere l’uomo contemporaneo, scambiando per sacro ciò che non è, venerando qualcosa che richiama il sacro per via della parola, ma che sacro non è. Ci sono quindi la parola, l’iconografia cattolica e un elemento liturgico. E poi c'è l’ironia, in senso pirandelliano: cerco di lavorare con profondità di senso usando un escamotage che crea la risata ma porta a riflettere sul dramma. Questi elementi nei miei lavori si trovano spesso, insieme o in combinazioni diverse.
L’ironia ha quindi un ruolo potente e la usa anche per parlare di temi sociali, non solo spirituali...
Serve, a volte, ad ammorbidire la serietà dei temi. Uso anche elementi commerciali, oggetti del quotidiano: sacchetti di patatine, saponette, i biscotti… Serve per avvicinare la dimensione spirituale alla quotidianità, facendola percepire attraverso qualcosa che non sia lontano o avulso. Lavoro con pittura, fotografia, installazione e scultura. Ma la scultura è il linguaggio che preferisco: l’oggetto ha una presenza fisica, un peso, una materia. È qualcosa che puoi toccare, spostare, percepire. Ha tridimensionalità, come l’essere umano. È la parte più viscerale del mio lavoro.

A proposito di Pan di Stelle ed «Errore di prospettiva»: quell’opera fu esposta alla Collezione Paolo VI dopo che vinse il Premio. Che valore ha avuto?
È stato molto importante, ma anche un momento critico per me. Ero uscito dall’accademia da due anni, la mia produzione era agli inizi. Confrontarsi con uno spazio così grande come quello concesso ai vincitori del premio è stato impegnativo. È stato un modo per mettersi in discussione. Mi ha fatto riflettere su cosa avrei potuto fare se lo spazio si fosse ingrandito rispetto ai lavori più piccoli che ero abituato a produrre, che creano contemplazione ma rischiano di perdersi.
Paolo VI era il papa amico degli artisti e la Collezione prosegue in questo solco, ma concretamente oggi qual è la relazione della Chiesa con gli artisti? Cosa viene commissionato?
La committenza è cambiata. La Chiesa fa ancora fatica ad accettare l’opera contemporanea nello spazio del sacro, perché deve rispondere a schemi liturgici ancora solidi. Però negli ultimi anni ci sono tentativi di riavvicinamento. Io per esempio ho collaborato con il Museo Diocesano di Brescia e con l’abbazia di Pontida. Ci sono realtà che lavorano in questa direzione.
Non si vedono però opere d’arte contemporanea permanenti in chiese classiche, mentre al loro interno convivono lavori di epoche diverse. Non sarebbe auspicabile un dialogo anche con il presente, con lavori che non si fermino al Sette, Ottocento, ma che arrivino al Duemila?
Sì. Io stesso sto lavorando a un’installazione per il chiostro della chiesa di San Giuseppe a Brescia, all’interno di un progetto con tre artisti selezionati. La mia opera sarà all’ingresso dei chiostri restaurati. È un percorso: così l’arte contemporanea prova a entrare gradualmente nei luoghi.
Lei ha scelto di restare a Brescia. Com’è il territorio, visto dal punto di vista degli artisti?
Molto fertile. Nonostante sia un territorio di provincia, ha elementi che nel tempo hanno dato fertilità creativa all’arte contemporanea. Pensiamo alle gallerie, a Massimo Minini, a realtà come Apalazzogallery, A+B, che si sono ritagliate spazio nazionale e internazionale. È una realtà molto frizzante e tanti giovani riescono a trovare spazio per creare e mostrare la propria visione. C’è una base istituzionale forte e, paradossalmente, anche una componente indipendente e privata molto attiva. Forse le due non sono ancora pienamente in dialogo, ma sono entrambe molto di supporto al tessuto culturale della città.
Il suo studio in corso Cavour è uno di questi luoghi «indie» ed è proprio qui che organizza il Santo Rosario.
Nasce da un desiderio: che l’opera d’arte non sia più solo elemento finale della contemplazione, ma tramite per un’altra contemplazione che passa attraverso la preghiera. Recitiamo quindi il rosario davanti a una statua della Madonna, la «Madre azzurrissima», che richiama una delle litanie finali del rosario. È un momento performativo ma anche di preghiera. L’opera non è fine a se stessa, ma rimanda a qualcos’altro. Partecipano artisti, familiari, collezionisti, amici, passanti. Il valore non dipende dal numero di partecipanti: la cosa bella è che, lasciando la porta aperta, durante la preghiera le persone entrano e si fermano. Lo spazio è completamente blu, illuminato da un’altra opera, e questo crea un ambiente che enfatizza la meditazione.




