Belli, giovani, ultra contemporanei: la next generation dell’arte bresciana

Le gallerie d’arte continuano ad avere un ruolo fondamentale per una città, e Brescia in questo senso è fortunata, grazie a una nuova generazione di professionisti che ha deciso di non fuggire
Edoardo Monti, fondatore e curatore di Palazzo Monti - Foto Luca Santese © www.giornaledibrescia.it
Edoardo Monti, fondatore e curatore di Palazzo Monti - Foto Luca Santese © www.giornaledibrescia.it
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Gloria Pasotti ci risponde da Göteborg, in Svezia, dove ha svolto una residenza artistica. Edoardo Monti è sempre in viaggio e intervistarlo è difficile, perché oggi c’è la Biennale, domani Art Basel. Riccardo Angossini lo si trova spesso nella sua galleria - una vecchia banca dismessa nel cuore del centro storico - ma è chiaro che pure lui prende aerei settimana sì e settimana no. Il lavoro del gallerista e del curatore d’arte è così. Valigia sempre fatta e occhio sull’attenti. Sono giovani, e sono la nuova generazione di art workers di Brescia.

Le gallerie d’arte hanno un ruolo fondamentale. La buona nomea o la marginalità di una città sono anche responsabilità loro. Brescia in questo senso è fortunata. Non lo è stata solo in passato, con le presenza di alcune delle più importanti gallerie d’arte (i cui nomi solo per pura casualità si somigliano: Minini, Cavellini, Agnellini), a cui hanno fatto seguito altre gallerie di spessore (A Palazzo, A+B, Kanalidarte…). Lo è anche oggi, grazie a una nuova generazione di professionisti che ha deciso di non fuggire. Il gallerista Massimo Minini nel documentario del 2019 a lui dedicato l’aveva detto chiaramente: ci sono città più grandi e seducenti di Brescia. Ci sono New York e Città del Messico. Ma restare qui ha i suoi vantaggi, tanto che alla fine si torna sempre. Quindi perché faticare? Lui stesso l’ha fatto e guardiamo dov’è oggi. Gli svantaggi ci sono: manca pur sempre un museo civico dedicato all’arte attuale. Ma forse è proprio questa mancanza a rendere fertile il sottobosco culturale bresciano contemporaneo.

Edoardo Monti, Palazzo Monti

Edoardo Monti, fondatore e curatore di Palazzo Monti - antico edificio del XIII secolo in Piazza Tebaldo Brusato - ne è addirittura contento. «Preferisco che ci siano quattro o cinque grandi musei d’arte contemporanea in Italia, piuttosto che numerose piccole realtà. Brescia non ce l’ha e questo ha avuto un impatto positivo. L’arte contemporanea non manca, in ogni caso: ci sono tante gallerie di alto livello - A Palazzo, Minini… - e gallerie più piccole e di qualità - A+B, The Address, Kanalidarte… - che nutrono il sistema». La sua non è una galleria, ma una residenza d’artista che ospita anche diverse esposizioni. Aperta nel 2017, è nata dalla volontà di creare qualcosa da questo palazzo di famiglia che all’epoca era vuoto. «Nel 2016 sentivo il desiderio di tornare in Italia dopo un’esperienza nella comunicazione per Stella McCartney. Sapevo che non volevo fare carriera nel mondo della moda».

Palazzo Monti - Foto Omar Sartor © www.giornaledibrescia.it
Palazzo Monti - Foto Omar Sartor © www.giornaledibrescia.it

Nato e cresciuto a Bergamo, è stato in Italia fino ai 18 anni, poi ha scelto Londra e New York. Ma alla fine è tornato. «In totale onestà il progetto non è nato per Brescia, ma con Brescia. Il palazzo era già lì». Oltre a lui, a lavorare a tempo pieno nel Palazzo ci sono una residency manager, un ragazzo che si occupa di ricerca e assistenza ai designer e uno stagista, più tre artisti in residenza. Una parola da imparare: nel mondo dell’arte è un po’ come «empatia», è il termine degli ultimi anni. Indica quei programmi di sostegno che permettono agli artisti di dedicarsi ai propri progetti e trovare nuova ispirazione, supportati da una realtà che li ospita per un periodo di tempo prestabilito.

A Brescia sono diversi gli spazi che propongono le residenze artistiche e Palazzo Monti ne è un po’ la celebrity. Se non altro perché è stata citata anche dal New York Times. Ogni anno da lì passano 36 artisti, 3 al mese, per un mese di residenza. Dodici sono su invito, gli altri 24 sono selezionati da un consiglio d’amministrazione che ogni 5 mesi si riunisce per sfoltire le circa 500 domande che arrivano ogni tre mesi. «Ma all’inizio eravamo noi a bussare alla porta degli artisti». Oltre al lavoro in sede, Monti viaggia moltissimo. «Almeno una settimana al mese. Dopo la residenza degli artisti, coltiviamo il rapporto con gallerie e collezionisti. È essenziale: si può essere iperconnessi, ma l’incontro fisico e la visita sul posto hanno qualcosa in più».

Riccardo Angossini, The Address

Lo stesso vale per Riccardo Angossini, founder 33enne della galleria The Address in via Felice Cavallotti, che inizialmente (nel 2018) si trovava in via Trieste. «La pandemia mi ha costretto a chiudere e nel 2021 ho riaperto in questa ex banca degli anni ’50: è più grande e mi permette di fare progetti più solidi e ambiziosi. Le mie giornate sono fatte di tanta ricerca. Sono vecchia scuola: va bene adocchiare i quadri sui social - ormai Instagram è la prima vetrina - ma poi vado a vederli di persona. Ho un’assistente di galleria e a seconda della mostra ingaggiamo più persone (con quella di Oliviero Fiorenzi sugli aquiloni eravamo in 30, tra artigiani, videomaker e ingegneri), ma la parte di ricerca e curatela me la tengo stretta. È quella che mi piace di più, per quanto il rapporto con clienti e collezionisti sia essenziale». La sua, infatti, è una galleria vera e propria, anche commerciale. Angossini ha studiato in Università Cattolica e in Naba a Milano. «Ho potuto approfondire tante correnti: arte concettuale, minimalismo, land art, arrivando al 2000. Ho studiato con il curatore Marco Scotini e alla fine sono finito a lavorare per lui come assistente curatore a Milano. Imbastivamo mostre enormi con tre, quattrocento opere. Dopo un po’ sono tornato a Brescia, anche per seguire gli artisti miei coetanei».

Riccardo Angossini - © www.giornaledibrescia.it
Riccardo Angossini - © www.giornaledibrescia.it

La galleria al mattino è chiusa: gli appuntamenti con i clienti si svolgono in quell’orario, quando Riccardo non è impegnato nella promozione delle mostre (su Instagram: ormai Facebook è sempre meno usato). Il pomeriggio è aperta al pubblico. Ma Angossini viaggia molto, e non solo per studi. «Vado anche per musei, anche se in Italia sono pochissime le realtà che trattano i giovani. Lo scriva: non so mai dove andare per vedere gente nuova».

In questo senso per lui il fatto che a Brescia non ci sia un museo dedicato è una pecca: «Un’istituzione contemporanea ci vorrebbe, come la Art Week di Cremona o la raccolta civica di Mantova. Sono città più turistiche anche perché hanno appuntamenti di quel tipo. L’arte contemporanea serve anche a questo: basta guardare cos’ha fatto Christo in un’estate». Lui, dal canto suo, anche per ovviare a questa mancanza si butta sull’ultra-contemporaneo. «Da me passano solo artisti della mia generazione, tra i 25 e i 40 anni. Lavorano con media diversi, non solo scultura e pittura, ma anche digitale e video. Abbiamo fatto una mostra su Nft e Metaverso, per dire. La mia linea si può intuire guardando le mostre, ma non posso spiegarla: c’è molto emotività verso i lavori che mi affascinano. Tra 10 anni? Mi vedo a farlo lo stesso lavoro, ma con un sistema più internazionale sia dal punto di vista degli artisti che degli addetti ai lavori: nel mondo dell’arte stanno entrando nuove persone e gusti differenti, con culture distanti dalla nostra. I soldi sono lì. Dobbiamo internazionalizzarci».

Camilla Remondina

Se i due galleristi hanno studiato e si sono formati fuori Brescia, c’è chi qui ha anche le radici accademiche. Come la curatrice 28enne Camilla Remondina, laureata all’Accademia di Belle Arti SantaGiulia. «Essere curatrice significa prendersi cura del progetto espositivo, e quindi fare qualsiasi cosa, dal parlare con le istituzioni all’organizzare le conferenze stampa, fino all’allestimento e all’assistenza agli artisti, pensando insieme il progetto, revisionando le didascalie e mettendo i chiodi al muro. Si è anche manovali: non esce nulla senza che venga controllato da noi. Mi piace molto». La prima mostra che curò fu per «Meccaniche della Meraviglia», kermesse d’arte contemporanea. In quel caso esponeva Antonio Scaccabarozzi e la mostra si intitolava «Transient». Era il marzo del 2019 e in seguito «Meccaniche» è diventata per lei un appuntamento fisso, così come il lavoro nell’archivio di Scaccabarozzi. Ma il suo nome è molto legato anche a quello di Ilaria Bignotti, curatrice della generazione precedente (di poco) che le fece fare uno stage intuendo le sue doti e introducendola proprio a Scaccabarozzi. «Posso solo ringraziarla perché mi ha creata: avevo 22 anni, sapevo di volerlo fare, ma non sapevo se ne sarei stata capace. Non ci siamo più lasciate. Ci diamo tanto supporto».

Camilla Remondina - Foto Emilia Rombolà © www.giornaledibrescia.it
Camilla Remondina - Foto Emilia Rombolà © www.giornaledibrescia.it

A chi si approccia a questo mestiere, Remondina ha un paio di suggerimenti d’ispirazione. Per lei è stato essenziale per esempio il libro «Fare una mostra» di Hans Ulrich Obrist. «Ma anche Harald Szeemann, altro svizzero: nelle sue mostre c’era un’aura di divertimento. Mi piace l’idea che anche quello del curatore sia un atto creativo e amo uscire dai contesti istituzionali. Anche perché credo che l’arte contemporanea sia per tutti: gli artisti vivono nel nostro tempo e ciò che fa riflettere loro fa riflettere anche noi. Siamo nello stesso contesto, anche se l’incomprensione al primo sguardo può sembrare uno scoglio». Al pubblico dice di non avere paura: «Chiedete più informazioni, cercate di capire cosa si sta osservando. Vorrei che non ci fosse più imbarazzo nell’entrare nelle gallerie e nel chiedere».

Gloria Pasotti

A questo proposito: chi scende i gradini che portano a Spazio Contemporanea in Corsetto Sant’Agata trova all’accoglienza Gloria Pasotti. È a lei che si devono chiedere (senza imbarazzo) informazioni riguardo alle mostre. «Vorrei che non ci fosse l’aura di sacralità attorno alle gallerie e che l’arte fosse più orizzontale, accessibile», conferma. Purtroppo, aggiunge, secondo lei il mondo dell’arte a Brescia è «un bel tessuto, ci conosciamo tutti»; ma mancano gli studi d’artista e artisti che vivano davvero la città. «Nonostante le accademie e il Dams in Cattolica, trovo le scuole poco connesse con la città. Gli studenti non vanno a vedere le mostre. Incredibile. Non sento fame d’arte da parte loro». Spesso le esposizioni in Spazio Contemporanea sono curate proprio da lei, che in questo luogo lavora sia come assistente di galleria che come curatrice. Ma il suo ruolo è addirittura triplice: a questi due si aggiunge quello di artista.

Gloria Pasotti - © www.giornaledibrescia.it
Gloria Pasotti - © www.giornaledibrescia.it

Pasotti ha 37 anni, vive a Brescia e si è laureata in fotografia a Brera. «È lì che è iniziata la mia ricerca. Mentre studiavo, però, ho iniziato a lavorare come assistente del gallerista Ken Damy nel suo museo di fotografia, nello spazio in cui sono ora. Avevo 22 anni, era uno stage che poi è proseguito. Il suo approccio alla materia era diverso da ciò che cercavo, ovvero una fotografia più concettuale. Lui puntava su autori classici e storicizzati». Quando Damy si trasferì al Sud, Gloria prese il suo posto gestendo per lui a distanza il museo. «Quando riuscivo, nella programmazione cercavo di inserire le mie proposte. Volevo mantenere aperto e vivo lo spazio». I suoi sforzi - senza budget, invitando i giovani artisti a casa sua pur di ospitarli - sono stati ripagati: alla fine lo spazio è diventato un contenitore del contemporaneo e lo scorso anno è diventato «Fondazione Clerici».

«La famiglia Clerici, proprietaria dello spazio, ha seguito il mio lavoro e ha deciso di investire in questo luogo. In particolare Carlotta, nipote di Carlo». Qui Gloria, «come tutti quelli che si occupano di arte», fa un po’ di tutto: direzione artistica, selezione delle proposte, gestione fisica dello spazio, allestimento, media-management, gestione del sito, segreteria, grafica… È chiaro, quindi, che conciliare il lavoro in galleria e la carriera artistica per lei non sia stato semplice. «Per tanti anni ho dovuto sacrificarla. Sono sempre riuscita a ritagliare il tempo per i miei progetti, ma dovevo lavorare. Detto questo, ho sempre creduto in questo luogo: è in centro, tra le due piazze, e ha una metratura importante. Non mi vedevo in nessun luogo se non qua».

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