Cambiamenti in corso, avrebbe potuto intitolarsi il breve ma denso saggio del professore emerito di Diritto Pubblico Michele Ainis, uno dei più noti costituzionalisti italiani, saggista, editorialista e autore di ottimi romanzi. Si intitola invece «Fascismo Bianco» (Garzanti, 192 pagine, 15 euro) ed è la constatazione di situazioni che si stanno verificando anche in Italia in un momento drammatico per il mondo intero in cui avanzano le autocrazie e le democrazie registrano difficoltà.
Tanto da fargli pensare «che un cappio ci sta stringendo il collo. Lentamente, senza strappi, togliendoci l’aria a poco a poco. Intanto le nostre antiche libertà appassiscono; l’autonomia degli individui si restringe il nuovo ordine giuridico s’accanisce contro gli ultimi: i poveri, i detenuti, gli immigrati. L’autorità politica si concentra, deprimendo il Parlamento, bastonando il potere giudiziario, azzerando il sistema di checks and balances che forgia lo Stato di diritto».
Non è una situazione allegra: tra guerre e crisi petrolifere, le preoccupazioni aumentano. Il professore, oltre a rilevare la crisi della legalità internazionale, compila una sorta di diario in cui evidenza le tante sofferenze di casa nostra raccontando il «caso italiano» con la «sua Costituzione ferita, dove la democrazia si è trasformata in una capocrazia». Ed elenca i tanti «atti di forza» che si registrano contro il dissenso, i giudici, i migranti, i detenuti, i poveri e lo stile di vita tanto da fargli intravvedere la necessità di «una nuova resistenza» contro la minaccia che sembra prospettarsi sotto forma di «Fascismo Bianco».
Professore, perché fascismo bianco?
«Il bianco indica purezza, ma a volte si dice “sono andato in bianco” quando non si riesce a realizzare un proposito. È vero che il fascismo storico è nero, ma al momento c’è un fascismo in maschera. In Italia, ma non solo, abbiamo a che fare con delle politiche autoritarie repressive dei diritti e delle libertà. Cadono goccia a goccia, non attraverso un evento traumatico come la marcia su Roma o l’arresto degli oppositori come fece Pinochet: è una pioggerella acida, di provvedimenti autoritari che man mano restringe le nostre libertà».
In che ambito si muoverebbe quest’onda occulta cresciuta nell’idea del totalitarismo?
«Si muove in ambito politico, che è il governo della polis. La politica decide i destini e l’economia è in mano a poche imprese, a pochi uomini. In questo senso anche la nostra stessa vita è definita. La rete era apparsa come una promessa di libertà, di orizzontalità nei rapporti, ma anche lì è avvenuto l’opposto. In rete, alla fine, ognuno parla con sé stesso. Ti raggiungono messaggi omogenei a quelli che tu hai già ascoltato o lanciato: si chiama camera dell’eco, perché i social ti profilano e poi ti bombardano con messaggi che sono di tuo gradimento. Questo è una tossina della democrazia».
In che senso?
«La democrazia ha bisogno del confronto tra diversi, non tra uguali. Se il confronto è solo fra uguali, le opinioni si irrigidiscono e diventano anche più cattive e intransigenti. Questo per quanto riguarda l’economia e la società telematica. La politica poi, da parte sua, deve rispondere a un bisogno di sicurezza per le grandi paure di cui tutti siamo vittime».
Cosa favorisce in questo momento secondo lei, la voglia di autocrazie?
«Questo è un tempo in cui i mutamenti avvengono molto velocemente. Così anche gli eventi catastrofici, e rapidamente sale il livello di paura. Nel libro ho cercato di elencare i pericoli più immediati: le guerre che rumoreggiano ai nostri confini; l’apocalisse climatica di cui si avverte già il sentore; l’immigrazione sempre più incontrollabile che mescola e disperde le nostre antiche identità; le epidemie che ancora ci minacciano; le disuguaglianze sempre più accentuate; il terrorismo che colpisce quando siamo più indifesi. E tutti questi fenomeni intervengono su una condizione umana che era già più fragile. Un sociologo, Ulrich Beck qualche anno fa ha parlato di società del rischio. Su questa condizione più precaria si sono innestati gli eventi terribili del nostro tempo».
Perché preoccupa la situazione italiana?
«C’è un sondaggio Censis di dicembre che attesterebbe che il 30% degli italiani è convinto che le autocrazie siano più adatte al tempo in cui viviamo. Soluzioni semplificanti, muscolari, purché funzionino. Non vorrei essere percepito come partigiano dell’uno o dell’altro, ma in questa esperienza di Governo i diritti si sono affievoliti e non lo dico io, ma Amnesty International».
Non crede che certe posizioni, certe leggi, come quelle per contenere l’immigrazione, siano necessarie?
«L’immigrazione è un fatto, e non si può entrare in polemica con i fatti. Gli immigrati arrivano da posti dilaniati dalla guerra e chiunque di noi scapperebbe dalla sua terra per salvare i suoi figli, o se non può dar loro da mangiare; ma scappano anche dal surriscaldamento climatico, da terreni aridi e incoltivabili. L’immigrazione è una situazione che va gestita non solo a colpi di decreti. Una volta le leggi avevano una durata lunga, adesso invece durano poco, sono sopravanzate da altre leggi. Manca uno sguardo lungo sulle cose e sull’opinione pubblica».



