Crescono le diseguaglianze e la democrazia è più fragile

Metà delle ricchezze del nostro pianeta è nelle mani dell’1% della popolazione. Mentre i ricchi negli ultimi 15 anni hanno aumentato la loro quota di 7 punti percentuali, i poveri hanno perso un punto
Un senzatetto al freddo - © www.giornaledibrescia.it
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La povertà è argomento che non va di moda e le disuguaglianze sono scontate. Almeno così verrebbe da pensare visto lo spazio che questi temi hanno nel dibattito pubblico. Lo dice anche l’Osservatorio di Pavia, che misura i tempi dedicati ai temi sui programmi tv d’informazione: alla questione povertà-disuguaglianze è stato riservato il 2% del tempo e solo per riferire di indagini statistiche.

Eppure povertà e disuguaglianze, statisticamente parlando, registrano numeri da record. E pongono il mondo intero davanti a un bivio. In vista del World Economic Forum di Davos, l’Oxfam, una confederazione di organizzazioni non profit attive in una novantina di Paesi, stila un rapporto internazionale. E l’ultimo non è proprio incoraggiante.

Spiega che siamo dentro «un sistema economico in cui si acuisce la distanza tra vincitori e vinti, a discapito delle tante promesse di portare all’emancipazione economica collettiva». Qualche dato per comprendere l’aria che tira. Oggi i dodici miliardari più ricchi del mondo posseggono 2.635 miliardi di dollari, molto di più di quel che possiede la metà più povera del mondo.

Dunque, dodici persone hanno un patrimonio maggiore di quanto hanno, tutti insieme, quattro miliardi di abitanti della Terra. Metà delle ricchezze del nostro pianeta è nelle mani dell’1% della popolazione. Il 65% della ricchezza accumulata solo nel 2025 da tutti i miliardari, che sono poco più di tremila, basterebbe a dare ad ognuno degli 8 miliardi e 300 milioni di abitanti della Terra una quota di 8,3 dollari al giorno.

Nessuno patirebbe fame e miseria. Se è vero che la povertà resta realtà predominante in alcune aree del pianeta – Africa in testa – è vero anche che profonde diversità nella distribuzione della ricchezza si registrano in zone insospettabili. In Italia, ad esempio. In termini di ricchezza netta, infatti, il 10% delle famiglie più ricche italiane detiene il 59,9% della ricchezza nazionale, mentre la metà più povera delle famiglie italiane ha solo il 7,4%.

E la distanza aumenta: i ricchi negli ultimi 15 anni hanno aumentato la loro quota di 7 punti percentuali, mentre i poveri hanno perso un punto. Si parla di famiglie non a caso, perché quote e spostamenti (si calcola un valore di oltre 2.500 miliardi nei prossimi dieci anni) avvengono in ambito familiare, in gran parte grazie ad eredità e successioni.

La situazione delineata dal rapporto ha alcune ricadute sociali e politiche dirette e pesanti, a livello italiano e a livello mondiale. L’Oxfam per l’Italia parla di «Paese delle fortune invertite». Nonostante le disuguaglianze siano aumentate, le politiche attuate vanno a favore di «territori e gruppi sociali che già godono di una condizione di relativo vantaggio».

Accanto ai «soliti» rilievi (basso tasso di occupazione giovanile e femminile, povertà nonostante il lavoro, povertà educativa, riduzione del welfare...) stanno diventando significative le differenze tra grandi città e aree periferiche, che non riguardano soltanto Nord e Sud, o le aree marginali interne, ma anche zone urbano-rurali, aree pedemontane e collinari e città medie, che stanno vivendo una stagnazione economica, la perdita di popolazione e servizi, una mancanza di politiche industriali…

Le situazioni di povertà non sono diminuite
Le situazioni di povertà non sono diminuite

Ed è questo crescente senso di esclusione che incanala i cittadini su due sbocchi politici evidenti: l’attrazione verso forze populiste o estreme, oppure, sempre più spesso, la scelta di disertare ogni forma di partecipazione, compresa quella del voto.

Le disuguaglianze minano alla base la democrazia. Il contesto internazionale rafforza queste tendenze: è la ricchezza che dà potenza, quindi diventa l’unica misura delle pretese e persino dei diritti. La proposta del Board for Peace di Trump per Gaza, al di là dell’esito che ne sortirà, ne è la manifestazione più clamorosa: partecipa e conta davvero chi paga, gli altri, al massimo, sono spettatori invitati per applaudire.

E chi si sta sfilando, non lo fa contestando i criteri, ma perché non sopporta i vicini di tavola. La statistica spiega che un miliardario ha 4mila volte più probabilità di ricoprire cariche pubbliche rispetto ad ogni altro cittadino. Senza contare la forza di pressione che ha in mano: negli Usa lo scorso anno i dieci personaggi più ricchi hanno speso 88 milioni di dollari in attività di lobbying.

Ma, al di là dei loro vantaggi diretti, verso quali approdi? Sul tavolo del Forum di Davos, cui il Rapporto sulle disuguaglianze è rivolto, dietro alle singole questioni del momento – finanza e bitcoin, dazi e commerci, petrolio e gas, tecnologia e terre rare, Groenlandia e Canada, Ucraina e Gaza – c’è una scelta di fondo: potenza di pochi o benessere per molti? E di conseguenza, le scelte sui singoli versanti: logiche imperiali o multilaterali? Conflittualità o cooperazione? Autocrazie o democrazie? Stabilità o partecipazione? Le singole decisioni portano alla visione complessiva e la strategia complessiva sta dietro ogni singola scelta.

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