L’Unione europea prova a ragionare come un attore globale e non come semplice espressione dei 27 Stati membri. L’annuale discorso di Ursula von der Leyen davanti al Parlamento europeo era molto atteso: l’Europa sta attraversando un periodo difficile o, per dirla con la presidente che cita Dickens, «Era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi». Stretta tra l’aggressività russa, l’imprevedibilità americana e l’invasività cinese, ora l’Unione deve ripensare se stessa nella politica internazionale.
Senza archiviare l’allargamento a nuovi Stati membri, l’Unione guarda ora anche oltre i propri confini e al Canada come primo possibile Stato membro associato. Un colpo di scena nel bel mezzo di quella politica europea spesso rappresentata come pachidermica, incapace di scegliere o decidere e bloccata dai veti incrociati delle cancellerie.
A stronger, independent Europe is now emerging.
— Ursula von der Leyen (@vonderleyen) September 16, 2026
A Europe better able to defend itself than ever before.
That is there for Europeans.
This is a Europe we can be so proud of ↓ https://t.co/kwoTX3l4Ud
Il percorso è tutto da costruire, ma dalla partnership commerciale con un Paese ricco di materie prime e risorse si passerà a un’alleanza più stretta. Un modo per rispondere agli Stati Uniti di Trump, il presidente americano non viene mai nominato nel discorso. Ed è una reazione alla nuova postura interdittiva di Washington nei confronti dell’Unione, ma anche alla reiterata idea di fare del Canada il cinquantunesimo Stato americano.
Al contempo è una risposta al premier canadese, Mark Carney ieri presente nell’emiciclo europeo, che per primo in un discorso al Forum di Davos aveva tratteggiato una nuova linea di condotta per le medie potenze e per le democrazie occidentali che non potevano più permettersi una strategia basata sulla nostalgia dei bei tempi andati in cui gli Stati Uniti da egemone difendevano l’Occidente. Insomma, Canada ed Europa possono tenere in vita quella Comunità atlantica picconata dall’amministrazione Trump e farne ancora un argine all’avanzata delle autocrazie, a cominciare dalla Russia. La Comunità atlantica non scompare, ma cambia geometria.

E se il Canada diventerà qualcosa di più di un alleato, la nuova proposta di von der Leyen prevede anche un Consiglio europeo di sicurezza, un formato che allargherebbe il coordinamento dei Ventisette a partner come Canada, Regno Unito, Norvegia e Ucraina. Scomodando De Gasperi, la possiamo immaginare come una nuova Comunità europea di difesa che questa volta non può partire dall’esercito, ma innanzitutto da un coordinamento politico della sicurezza.
Von der Leyen ha parlato anche di economia, competitività, intelligenza artificiale, energia, clima, casa e immigrazione. Ma il filo politico che attraversa il discorso è soprattutto uno: la sicurezza dell’Europa, intesa in un senso molto più ampio della difesa militare. In tempi di guerra ibrida, che rischia di essere sempre meno ibrida, alla difesa fisica dei confini e dell’integrità territoriale degli Stati membri si affianca infatti la difesa dei regimi democratici. Von der Leyen tratta minacce esterne e interne come parti della stessa vulnerabilità democratica, ma non propone di combatterle con gli stessi strumenti.
Bruxelles guarda con preoccupazione all’avanzata elettorale di forze antidemocratiche, ultranazionaliste ed euroscettiche. In Germania Alternative für Deutschland cresce in maniera poderosa, mentre aumenta la pressione politica sul cancelliere Merz. E già si guarda con una certa preoccupazione al prossimo anno quando si voterà in Spagna, Francia, Polonia, Italia (e Finlandia). Si teme l’interferenza russa da un lato e, dall’altro, la crescita e addirittura l’affermazione di partiti promotori di un’idea regressiva di Europa. Tra queste forze ve ne sono alcune, a partire dal Rassemblement National di Marine Le Pen, che contestano aspetti centrali dell’attuale costruzione europea, mentre altre sono entrate direttamente in conflitto con Bruxelles sullo Stato di diritto, come i conservatori polacchi di Diritto e Giustizia.
La risposta segue due binari. Contro la minaccia esterna l’Europa si attrezza con uno scudo democratico capace di contrastare interferenze, disinformazione e quella che von der Leyen chiama «guerra cognitiva». Contro quella interna utilizza invece l’arma dello Stato di diritto, vincolando sempre più strettamente l’accesso ai fondi europei al rispetto dei principi democratici. Ma è proprio qui che la sfida diventa più difficile.
L’Unione può costruire strumenti contro la disinformazione, difendere lo Stato di diritto e condizionare l’accesso ai propri fondi. Molto più difficile è contrastare nelle urne la forza di un richiamo nazionale che continua a dimostrarsi più immediato di qualsiasi suggestione europea. Il problema forse è legato a una considerazione amara: l’Unione europea, pur con tutti gli sforzi, non riesce ancora a scaldare gli europei, che troppo spesso danno per scontati i diritti garantiti da Bruxelles e, in una sorta di strabismo, preferiscono rinchiudersi nella rassicurante prospettiva nazionale. O nazionalista.




