È ritornato libero Youssef Siher, il ricercatore italiano con origini marocchine, fermato la notte di sabato scorso in qualità di amministratore del canale Telegram Movimento 17 ottobre aperto dopo la due giorni di saccheggi e devastazioni a Milano.
È questa la decisione, secondo fonti legali, della gip Tiziana Landoni che ha rigettato la richiesta di convalida del fermo e l'applicazione della misura cautelare in carcere proposta dalla pm Francesca Crupi, titolare dell'inchiesta con il procuratore Marcello Viola.
La decisione
Non bastano, allo stato, gli elementi raccolti dagli investigatori per sostenere l’accusa di istigazione a delinquere. E non c’è un pericolo concreto di fuga che giustifichi il fermo. La giudice, in 37 pagine di provvedimento, ha anche respinto la richiesta della Procura di applicare la custodia cautelare in carcere. E oggi il giovane lascia San Vittore, anche se resta indagato e l’ordinanza del GIP lascia aperta la possibilità di ulteriori approfondimenti investigativi.
Il primo punto riguarda il rischio di fuga. Per la gip deve essere «concreto e desunto da elementi specifici e personalizzanti» dai quali ricavare la probabilità che l’indagato faccia perdere le proprie tracce. Elementi che, nel caso di Siher, non sono stati ravvisati. La giudice sottolinea che il trentenne «è nato in Italia, ha documenti regolari, vive nel Paese con la moglie e svolge attività lavorativa». Anche i familiari della coppia risiedono in Italia.
Non solo. La sera precedente al fermo Siher si era recato a Milano nell’abitazione di un’amica insieme alla moglie. Secondo la gip, non ci sono elementi per sostenere che lo spostamento fosse finalizzato a sottrarsi alle indagini, anche perché l’uomo non era a conoscenza del decreto di perquisizione che sarebbe stato eseguito il giorno successivo. Neppure il rifiuto di fornire agli investigatori le credenziali per sbloccare il cellulare può essere considerato, da solo, un indizio di una volontà di fuga. «Tale comportamento – scrive la giudice – costituisce un dato di per sé neutro».

Le accuse
Il passaggio più delicato dell’ordinanza riguarda però la contestazione di istigazione a delinquere aggravata dalla finalità di terrorismo e dall’utilizzo di strumenti informatici. Secondo l’accusa, Siher avrebbe amministrato il canale Instagram e il gruppo Telegram denominati Movimento 17 ottobre, pubblicando messaggi di mobilitazione, indicazioni per manifestazioni in diverse città e contenuti che, per gli investigatori, avrebbero incoraggiato azioni violente.
Tra le frasi finite agli atti c’è quella pubblicata il 18 ottobre: «Dobbiamo fare come la Francia, lì sono ben organizzati e soprattutto attivi». In un altro messaggio, diffuso il 20 ottobre su Instagram, si leggeva: «Meloni dichiara guerra al futuro di questo Paese e noi dichiariamo guerra a questo presente infame».
Il gruppo Telegram, secondo gli accertamenti della polizia, aveva raggiunto circa 11mila iscritti, mentre il profilo Instagram contava 39mila follower. Gli investigatori avevano inoltre individuato messaggi programmati per il 24 ottobre con l’indicazione di punti di ritrovo in varie città. In un post l’amministratore aveva scritto: «Abbiamo cancellato tutti i sottogruppi delle città per non lasciare alla polizia prove scritte».
La gip richiama tuttavia i criteri richiesti dalla legge per configurare il reato di istigazione. «Non è sufficiente una manifestazione di dissenso, anche radicale: occorre che le parole o i comportamenti siano concretamente idonei a provocare la commissione di specifici delitti». La giudice ricorda che la valutazione deve tenere conto anche della libertà di manifestazione del pensiero, che può essere limitata quando venga effettivamente messa in pericolo la sicurezza pubblica.
«Gli elementi investigativi sino ad ora raccolti – si legge nell’ordinanza – non consentono di ravvisare, allo stato e fatti salvi successivi approfondimenti di indagine, gravi indizi di colpevolezza» a carico di Siher per le contestazioni di istigazione a delinquere.




