Il vescovo alla Via Crucis: «Rendiamoci poveri nel nome del Signore»

Alla vigilia del triduo pasquale, culmine della Settimana santa, presenti più di cinquecento persone alle celebrazione
  • La Via crucis per le strade di Brescia
    La Via Crucis per le strade di Brescia - Foto Marco Ortogni/Neg © www.giornaledibrescia.it
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Alla vigilia del triduo pasquale, culmine della Settimana santa, più di cinquecento fiaccole hanno illuminato il cammino della Via Crucis cittadina, dalla basilica dei Santi Faustino e Giovita alla chiesa di San Pietro in Oliveto, in castello.

Dietro alla croce portata per tutto il tragitto dal vescovo monsignor Pierantonio Tremolada, affiancato dal vicario e provicario generale, mons. Angelo Gelmini e mons. Carlo Tartari, una partecipata processione di fedeli ha rivissuto la Passione di Cristo. Disposti in silenzio, accompagnati dai canti liturgici, di stazione in stazione gli oltre 500 partecipanti hanno risalito il colle Cidneo ascoltando il racconto evangelico e le meditazioni che lo hanno affiancato, tratte dall’Esortazione apostolica «Dilexi Te» di Leone XIV sull’amore verso i poveri.

Questa la chiave di lettura proposta per uno dei fondamenti della fede cristiana, «quella Passione - ha sottolineato monsignor Tremolada - che non si spiega, ma si racconta e si rivive». E allora la via del dolore e dell’amore di Cristo, «che si è fatto povero divenendo ubbidiente fino alla morte, anzi alla morte di croce», si presenta come lo strumento attraverso il quale «condividere con Lui la grazia della resurrezione».

Del resto da secoli la Chiesa sollecita a non dimenticarsi dei poveri, la cui condizione «rappresenta – scrive il Papa nella sua esortazione – un grido che, nella storia dell’umanità, interpella costantemente la nostra vita, le nostre società, i sistemi politici ed economici e, non da ultimo, anche la Chiesa. Sul volto ferito dei poveri troviamo impressa la sofferenza degli innocenti e, perciò, la stessa sofferenza del Cristo».

L’amore per gli esclusi

Quella sofferenza vissuta da Gesù sin dal suo ingresso nel mondo, con l’esperienza delle difficoltà relative al rifiuto (per i genitori «non c’era posto nell’alloggio»), e poi con il presentarsi «non solo come Messia povero, ma anche come Messia dei poveri e per i poveri». E la mente di tutti i fedeli non può non andare alle tante povertà dei nostri giorni, da quelle economiche a quelle esistenziali e spirituali.

A loro è offerto anche, dal Papa agostiniano, il pensiero del santo di Ippona, che «vedeva nel prendersi cura dei poveri una prova concreta della sincerità della fede». Un prendersi cura che diventa auspicabilmente impegno, perché «la Chiesa è pienamente sposa del Signore solo quando è anche sorella dei poveri» e «se vuole essere di Cristo, dev’essere Chiesa delle Beatitudini, Chiesa che fa spazio ai piccoli e cammina povera con i poveri, luogo in cui i poveri hanno un posto privilegiato».

Del resto, viene letto lungo il cammino, «tutta la vicenda veterotestamentaria della predilezione di Dio per i poveri e il desiderio divino di ascoltare il loro grido, trova in Gesù di Nazaret la sua piena realizzazione. Egli spogliò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini». E fu poi ulteriormente escluso, condotto fuori Gerusalemme per la crocifissione, «la stessa esclusione che caratterizza la definizione dei poveri: essi sono gli esclusi dalla società». Quelli, ad esempio, dei quali si occupava santa Teresa di Calcutta, che «serviva Cristo con amore totale nei fratelli sofferenti».

Lo ha sottolineato in conclusione il vescovo, rimarcando anche la figura del buon ladrone, «quel povero in spirito che entrò per primo in Paradiso con Gesù». «Facciamoci poveri – ha esortato – nel nome del Signore, ricordandoci che tutti, chi più chi meno, siamo poveri, ma che possiamo contare sullo sguardo misericordioso e sulla condivisione reale di Dio che attraverso suo figlio, donatosi fino alla morte e alla morte di croce, apre le porte del Paradiso per ciascuno di noi».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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