Cronaca

Tremolada, i settant’anni di un uomo mite: «Abbiate fiducia»

Il compleanno del vescovo di Brescia nella festa di San Francesco. Il racconto della malattia, l’affetto per la città e il ruolo sempre più importante dei laici
CRONACA BRESCIA DUOMO VECCHIO CONCERTO IN OMAGGIO DEL VESCOVO TREMOLADA PER ALBERTI 03-10-2026 MARCO ORTOGNI NEW EDEN GROUP
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Il concerto in onore del vescovo di Brescia in Duomo Vecchio

L’uomo che è lo descrive egli stesso, indirettamente, un paio d’ore dopo esserci incontrati, ponendo una domanda ai fedeli, durante l’omelia per la festa di San Michele: «Esiste un modo di esercitare la forza nella mitezza?». Sì, deve esserci. E lui ne è l’incarnazione evidente. L’aggettivo «mite» è il primo che viene in mente per descrivere monsignor Pierantonio Tremolada, vescovo di Brescia, che proprio oggi compie settant’anni.

Un compleanno tondo, con il dono più grande ricevuto qualche giorno or sono, con la conferma che gli esami sono perfettamente in ordine e non c’è traccia del male che qualche anno fa gli ha rivelato ciò che distingue l’essere umano veramente: la fragilità di fronte alla malattia, lo spettro consistente della morte.

«Sono stato fortunato – sussurra con quel filo di sorriso affabile che ha sempre – il medico che mi ha preso in cura ha detto che se fosse capitato cinque anni fa non avrebbero avuto le conoscenze per contrastare la fibrosi del midollo osseo. Per fortuna la ricerca fa passi da gigante e sa cosa mi conforta di più? Che i bambini e le bambine malate che dalla mia finestra vedevo nell’altro padiglione dell’ospedale, per il 90% dei casi ora guariscono, anche se ammetto che il pensiero di ogni sorriso che invece si spegne mi lascia costernato, segnato profondamente».

Non è uomo chiassoso monsignor Tremolada, la cifra che lo compone è la discrezione. Lo si capisce dal tono di voce, dal passo anche. Persino quando appoggia il bastone pastorale, camminando solennemente al centro della cattedrale, lo fa con riguardo, attento a non fare rumore. Ed è una quiete semplice e accogliente pure quella del suo studio, del vescovado stesso, che somiglia più alla canonica di una chiesa santa che al fulcro della diocesi e, tanto meno, a un centro di potere.

Mitezza e discrezione come disposizioni del carattere, ma soprattutto come stile, il tratto peculiare che lo distingue come persona e pure come pastore.

Monsignor Tremolada, l’originalità della fede cristiana è quella di un Dio che si fa persona e che dunque è Dio in ogni persona che si incontra. In un mondo in cui entrare in relazione autentica è sempre più faticoso può essere difficile anche trovare Dio per chi si dice credente.

Nella sua prima lettera san Giovanni apostolo scrive: «Non puoi amare Dio che non vedi, se non ami il tuo prossimo che vedi». Il volto di Dio non si vedrà mai, ma si vede il volto dell’altro. Il filosofo Emmanuel Levinas, di origine ebraica, dice che il volto dell’altro è il segno più grande della trascendenza di Dio nel mondo. L’esistenza di Dio la si intravede nello sguardo che sappiamo scambiarci quando ci rispettiamo e ci amiamo.

Lei si è formato alla scuola del cardinale Carlo Maria Martini, che l’ha anche ordinata sacerdote ed era biblista eccelso. In che modo il rigore e la spiritualità dello studio delle Scritture l’hanno guidata nel decifrare la complessità di una diocesi ricca di storia e altresì di sfide qual è quella bresciana?

Uno dei più grandi Padri della Chiesa, di nome Origene, diceva che le Sacre Scritture sono un oceano di pace in cui navigare. Posso dire che nella mia vita in questo oceano un po’ ho navigato. Ho avuto la fortuna di studiare al Pontificio Istituto Biblico di Roma negli anni ’80. Ho insegnato Sacra Scritture a Milano per 25 anni. Ho cercato in queste pagine le risposte alle grandi domande della vita, ma anche quel riposo di cui si ha bisogno quando si affrontano le sue sfide. Le ho lette con tante persone e ho scoperto che creano legami profondi. In questo il cardinal Martini è stato un maestro per me e per tantissimi altri. Con questa passione sono giunto a Brescia e così vorrei continuare.

Nel 2018 lei ha vissuto la gioia della canonizzazione di Paolo VI insieme a migliaia di pellegrini. In quell’occasione disse che Montini è un esempio straordinario per i giovani per la sua curiosità e l’apertura fiduciosa verso il futuro, «senza arroccamenti o difese». In un’epoca che sembra dominata dalla paura del futuro e dall’incertezza, come può la lezione di Paolo VI aiutare i giovani a ritrovare speranza?

San Paolo VI è una figura straordinaria, la cui grandezza cresce col tempo. Ricordo bene il momento della sua canonizzazione: davvero una grande festa. Paolo VI era un uomo libero, di grande intelligenza e di una fede ancora più grande. Guardava al mondo con empatia e rispetto, desiderava ascoltarlo e a tutti raccomandava il dialogo. Oggi c’è un gran bisogno di ascolto, di rispetto e di dialogo. C’è bisogno anche di pensiero.

Il suo motto episcopale è Haurietis de fontibus salutis («Attingerete alle fonti della salvezza»). A settant’anni, guardando al suo cammino, quali sono state le fonti personali a cui ha attinto nei momenti complessi della vita?

Se guardo indietro e provo a evocare le fonti a cui ho attinto, direi così: la fede che i miei genitori e la gente del mio piccolo paese mi hanno fatto respirare e che da allora continuo a respirare; le gioie semplici che hanno segnato la mia infanzia; l’esempio di persone generose e appassionate, spesso nascoste; la meraviglia di fronte a una natura e un universo che continuano ad affascinarmi; la musica e la narrativa; la passione per il pensiero che si è svegliata intorno a vent’anni; le amicizie fedeli; il sorriso riconoscente dei poveri a cui ho cercato di offrire qualcosa; la condivisione delle responsabilità con i miei collaboratori; la Parola di Dio che accompagna la mia vita; l’Eucaristia celebrata ogni giorno e il potersi inginocchiare in ogni momento davanti a questo mistero insondabile.

Quando è arrivato a Brescia nel 2017, ha paragonato il suo mandato a quello di Abramo, chiamato verso una terra sconosciuta. Oggi, dopo quasi un decennio e aver attraversato insieme con la comunità momenti storici drammatici, su tutte la pandemia, sente che quella «terra sconosciuta» è diventata pienamente la sua casa?

Direi di sì, forse con un po’ di presunzione. Posso dire in ogni caso di averlo desiderato e di desiderarlo. Non conoscevo Brescia. Ho scoperto che non è solo una bella città: è un grande territorio, esteso, ricco e variegato. Che fanno grande un territorio sono però le persone, con le loro caratteristiche. La vicenda drammatica del Covid ha messo in luce le migliori qualità dei bresciani: la sensibilità, la generosità, l’efficacia nell’azione, la concretezza, la fortezza d’animo. Ho potuto da subito constatare la vivacità di una terra carica di storia, la sua laboriosità, la sua sostanziale coesione sociale, le sue preziose tradizioni. Ho molto apprezzato il rapporto di rispetto e di stima che si riscontra tra le autorità istituzionali. E mi colpisce sempre l’affetto che incontro quando visito le parrocchie, che suscita in me profonda sincera gratitudine.

Il giorno dell'ingresso a Brescia
Il giorno dell'ingresso a Brescia

Nella piccola porzione della mia esperienza debbo dire che Brescia, rispetto ad altre diocesi vicine, ha sempre puntato molto sui laici. Una risorsa che m’è parso cogliere anche da lei, tanto che nel recente percorso sinodale ha molto insistito sulla corresponsabilità. Che ruolo hanno davvero i laici - uomini e donne - nella Chiesa che verrà? Brescia, proprio per la premessa fatta, può essere da esempio anche per altre realtà?

Sono convinto che i laici avranno un ruolo sempre più rilevante nella Chiesa. E non si tratta semplicemente di una necessità, motivata dalla riduzione del numero dei sacerdoti; tanto meno di un ripiego. La Chiesa è di tutti i battezzati. Chi crede in Cristo ha una identità da onorare e una missione da compiere. Che questo davvero avvenga è responsabilità non solo dei sacerdoti ma di tutti i credenti. Le nostre parrocchie saranno vive nella misura in cui tutti coloro che ne fanno parte le renderanno tali. E non ci sono solo le parrocchie: c’è il mondo del lavoro, della scuola, della salute, della cultura, della politica. Qui i laici sono il lievito nella pasta e il sale che dà sapore. Non dimentichiamo che il 90% della nostra vita non si trascorre in chiesa o negli ambienti parrocchiali. In chiesa ci riuniamo e ci nutriamo, ma poi dobbiamo camminare e correre lungo le strade del mondo.

Nel corso del suo episcopato ha dovuto affrontare decisioni importanti per l’assetto della diocesi, ad esempio lo sviluppo delle Unità Pastorali e la gestione del calo delle vocazioni. Come sono cambiate la visione pastorale e la sua pazienza interiore nel guidare i sacerdoti e i laici attraverso questi storici mutamenti?

Davvero la vita insegna. Se si ha il coraggio di lasciarsi ammaestrare da quanto accade e si crede che una mano provvidente ci accompagna, si cresce in sapienza. Le Unità Pastorale nascono dalla lettura di ciò che sta accadendo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri: questa regola vale anche per le parrocchie, che a me piace definire «sorelle» tra di loro. Non possiamo più garantire ad ogni parrocchia un parroco, ma questo non significa che la parrocchia cessa di esistere. Diviene più evidente che la parrocchia è di tutti quelli che ne fanno parte. Ognuno può farsene carico, per quanto può e vuole. Parliamo allora di «corresponsabilità pastorale». Il parroco non è residente ma non è assente; si farà presente nei momenti opportuni e altri sacerdoti, magari un po’ anziani, condivideranno con lui il compito di pastore. Ma la parrocchia e di tutti e io confido che questo si potrà capire sempre meglio.

Il vescovo Tremolada con il predecessore Monari
Il vescovo Tremolada con il predecessore Monari

La Diocesi di Brescia è storicamente caratterizzata da una fede radicata nel tessuto sociale, industriale e culturale. Tuttavia, nel recente Convegno Diocesano lei ha tracciato linee guida coraggiose per «guardare al futuro senza paura», parlando di scelte pratiche inevitabili: dal consolidamento delle Unità Pastorali alla ri-funzionalizzazione del patrimonio immobiliare. Come si unisce la necessità di questa rivoluzione strutturale con il bisogno di preservare il calore e la vicinanza umana alle singole comunità, specialmente nei paesi più piccoli e nelle valli?

Devo confessare che la parola «struttura» non mi piace molto. Suona fredda e rigida. Se dobbiamo utilizzarla per la vita della Chiesa dobbiamo riconsiderarla a partire dalle persone. Il primato nella vita della Chiesa va dato alla relazione, che per noi prende forma a partire dall’amore di Cristo. Le strutture nella Chiesa tuttavia ci sono: il compito di utilizzarle secondo la logica del Vangelo fa parte della sua missione. È doveroso pensare una organizzazione e una amministrazione degli ambienti e dei beni che sia secondo la volontà di Dio. Conto molto a questo riguardo su un pensiero condiviso, su un confronto serio e sereno all’interno delle comunità parrocchiali e della Diocesi. E credo che dovremo essere coraggiosi.

La vita dei pastori non è esente da prove personali, comprese quelle legate alla salute e alla fragilità fisica. In che modo l’esperienza della vulnerabilità ha arricchito o trasformato il suo modo di essere vescovo e di stare vicino alle sofferenze del suo gregge?

È difficile descrivere l’esperienza di una grave malattia. Quello che si prova ci tocca nel profondo, perché mette in gioco ciò che è essenziale, cioè la vita stessa. La grave malattia ti insegna che il limite è parte di noi, che la fragilità non è una vergogna, che da soli non ce la si fa, che la vicinanza e la tenerezza è quanto alla fine ci attendiamo dagli altri. La grave malattia ci fornisce i criteri di giudizio, ci fa capire che cosa nella vita veramente vale e che cosa viene dopo. Ci allena a non temere la morte. La malattia ha due sbocchi: la ribellione o la crescita in umanità. Viverla nella fede è una grazia e permette di muoversi decisamente in questa seconda direzione. Ma questo accade anche a chi dichiara di non avere la fede, forse perché la fede non coincide esattamente con una dichiarazione.

In settimana è stato a Brescia monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, che ha ribadito la netta contrarietà della Chiesa all’eutanasia e al suicidio assistito, distinguendoli però chiaramente dal rifiuto dell’accanimento terapeutico. Cosa dice la sua sensibilità?

Quanto vale la vita lo si capisce molto meglio quando ci si trova sul piano inclinato che conduce alla fine. Non posso immaginare che non si possa desiderare di vivere. Il punto è come si vive. Penso che anzitutto si deve alleviare il dolore, perché il dolore è disumano. Siano benedette le cure palliative! La vita poi deve avere qualità e dignità. Sono convinto che la sua qualità dipende dall’esperienza che si fa dell’amore ricevuto. Percepiamo il valore della nostra vita solo di riflesso, nello sguardo di chi ci ama. Finché un altro mi guarda con rispetto e affetto, c’è possibilità di considerare autenticamente umana anche una situazione che l’opinione pubblica ritiene inaccettabile.

I giovani sembrano cercare spiritualità, spesso tuttavia lontano dalle istituzioni religiose. È la Chiesa che non riesce più a parlare ai giovani oppure sono cambiati i giovani e il loro modo di cercare Dio?

I giovani per definizione non possono cambiare. Se sono giovani lo sono in ogni epoca. E si è giovani se si sente lo slancio verso ciò che è autentico, si coltivano grandi desideri, non si teme il nuovo, si ama il bello, si apprezza l’amicizia. I giovani di oggi sono i giovani di sempre: una benedizione per tutti. Cercano spiritualità? Se per spiritualità si intende la percezione della propria grandezza, la profondità del proprio cuore, la nobiltà della vita, l’altezza degli ideali, la potenza della speranza, allora sì. Indubbiamente. Mi piace dire che la spiritualità è la misura alta della vita, la sua dimensione di «mistero». Per chi crede questa misura viene da Dio.

Lei viene da una diocesi in cui gli oratori hanno segnato in positivo la vita di migliaia di persone. Non crede che negli anni recenti quella robusta tradizione educativa abbia ceduto il passo ad altre preoccupazioni, a una visione meno centrata sui giovani e più economicistica?

L’oratorio è un patrimonio estremamente prezioso, che non possiamo disperdere. Prima di essere un ambiente è una proposta educativa, ma è comunque anche un ambiente. C’è qualcosa dell’oratorio che non potrà mai cambiare e qualcosa che oggi domanda di essere rivisto. La denatalità, l’intercultura, le situazioni familiari, il mondo dei social con le sue ricadute sui ragazzi e gli adolescenti, sono aspetti che richiedono seria considerazione quando ci poniamo la domanda: cosa deve essere oggi un oratorio? Ne siamo consapevoli e ci stiamo insieme riflettendo. In ogni caso, l’oratorio è un luogo che – come diceva don Bosco – unisce insieme la casa, il cortile, la scuola e la chiesa. Colgo qui l’occasione per ringraziare tutti gli educatori e animatori che spendono con passione le loro energie nei nostri oratori, a cominciare dai giovani sacerdoti.

Abbiamo scritto che mitezza e discrezione sono la cifra che a primo impatto la distingue, ma pure la semplicità è una nota caratteristica impossibile da non riconoscerle. Qual è la domanda che più spesso le rivolgono le persone quando la incontrano lontano dalle occasioni ufficiali?

Le persone che mi danno del «tu» mi chiedono sempre: «Come stai?» e pensano anzitutto alla mia salute, ma poi anche al carico di responsabilità. Quelle che mi danno del «lei» in genere non mi fanno domande dirette, ma capisco che sono interessate a sapere che cosa penso di come stanno andando le cose. Mi piace allora, nel limite del possibile, avviare un dialogo su ciò che ci troviamo a vivere. Ho sempre molto da imparare e ho l’occasione di condividere qualcosa di ciò che mi sta a cuore.

Se potesse parlare per un minuto a un uomo o a una donna bresciana che non entra in una chiesa da vent’anni, che cosa direbbe loro?

Direi che la prima cosa è domandarci che cosa desideriamo di più dalla vita, che cosa ci renderebbe felici, che cosa ci farebbe piacere ricevere dagli altri. Una chiesa aperta e silenziosa potrebbe essere un luogo dove per un attimo tutto questo potrebbe emergere, sentendo una presenza amica che ci dice: è ciò che anch’io desidero per te! Che poi questo possa avvenire quando in una chiesa c’è la Messa, dipende molto da come la «santa Messa» si celebra.

Oggi è il suo compleanno. Oltre agli auguri, aggiungeremmo che a settant’anni supponiamo si viva un’età di piena maturità umana e spirituale. Se dovesse indicare una priorità assoluta per il clero bresciano – che lei sta chiamando a un profondo cambiamento di mentalità e a una sempre maggiore collaborazione con i laici – quale sarebbe la parola chiave per il cammino dei prossimi anni?

Le parole sarebbero tante. Per esempio: coraggio, gioia, comunione, speranza. Dovessi sceglierne una e metterla al primo posto, direi: fiducia. Sento che di questo c’è particolarmente bisogno oggi. Siamo circondati dall’incertezza e dal disorientamento, siamo spesso paralizzati dalle paure. Dobbiamo avere fiducia in noi stessi e negli altri, nei giovani come negli adulti e anche negli anziani. Uomini e donne di buona volontà anche oggi non mancano. Abbiamo soprattutto fiducia nella forza che ha in ogni persona umana la retta coscienza e la tensione verso il bene. Non dimentichiamo che l’uomo è stato creato a immagine e somiglianza di Dio. Di certo, Dio non lo dimentica.

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