Unità pastorali, organizzazioni territoriali che costituiscono un’opportunità per il rilancio della presenza quotidiana della testimonianza e del magistero ecclesiale, oppure una necessità connessa alla diminuzione del clero? Accade nella mia parrocchia, Bassano Bresciano, e coinvolge, di rimando, oltre alla comunione operativa con Manerbio, quanto accade in città, dove va ad operare, dopo cinque anni di guida della nostra comunità, don Renato Piovanelli. Sarà collaboratore nella Unità pastorale «Don Vender», formata da quattro parrocchie dei quartieri della periferia Nord-Ovest di Brescia: Divin Redentore alla Pendolina, Maria Nascente a Urago Mella, Santa Giovanna Antida alla Torricella, Santo Spirito presso la zona di Ponte Crotte.
Per noi settembre è il mese della transizione. Il 6 ha lasciato il paese don Renato; il 27, unitamente ai presbiteri dell’erigenda nuova Unità pastorale, è programmato l’ingresso, a piedi, con ritrovo alla Cappella mariana della pista ciclabile, del nuovo parroco don Alessandro Tuccinardi, fin ad ora guida di Manerbio. All’insegna del progetto che le differenze non saranno un ostacolo, ma una ricchezza quando i doni vengono condivisi. Il lascito di don Renato viene riassunto dai bassanesi nel binomio presenza e incontro: l’aver mostrato con l’esempio, prima che con le parole, il volto di una Chiesa che esce e va incontro alle persone reali.
Ora che l’Unità pastorale sta diventando una realtà i pareri si inseguono: c’è chi ha curiosità, chi ha dubbi, chi ha paura, chi spera possa nascere qualcosa di buono. Per qualcuno si tratta ormai di una necessità evidente, per altri di un cambiamento difficile da mandare giù: come verranno prese le decisioni? Quando le comunità si allargano il rischio è che qualcuno si senta meno ascoltato: una parrocchia non è solo un’organizzazione, ma sono relazioni, abitudini, una storia costruita nel tempo. Non manca chi auspica che si possa trattare di una buona occasione per continuare ad esistere come parrocchia. I cambiamenti, perché funzionino, vanno spiegati, ascoltati, condivisi per aiutare a camminare insieme.
L’Unità pastorale, allora, non va vissuta come una sottrazione, ma come un’aggiunta che non cancella le singole comunità. Ci si potrebbe accorgere che quelle vicine hanno energie, idee, persone con cui condividere positivamente una pezzo di storia e aiutarci a portarla avanti. Tenere insieme le diverse comunità, senza farne sparire le identità, può allontanare il rischio di una perdita e rappresentare un modo nuovo per sentirsi ancora e sempre più Chiesa. Senza veder diminuire quella presenza quotidiana che tanti associano alla figura del parroco e alla propria chiesa.
Fin qui si è scritto dell’impatto interno al mondo dei fedeli, poi c’è il capitolo, corposo, dei distanti. C’è chi può essere attratto da una presenza territoriale ritenuta meno incisiva. Non possiamo ignorare la caduta della partecipazione alle liturgie e il distacco crescente tra fede e vita. L’Unità pastorale coltiva la speranza di non trovarsi semplicemente dentro una nuova organizzazione, ma dentro un cammino nuovo: con la propria storia, le proprie tradizioni, la propria identità e con lo sguardo rivolto avanti. Una comunità viva non è quella che non cambia mai, ma se resiste e si evolve nel tempo.



