Cronaca

Strage, perché il ricorso è inammissibile e cosa rischia ora Toffaloni

Non ha dato mandato al suo legale di presentarsi in appello e adesso manca solo il pronunciamento della Cassazione sulla condanna a 30 anni per l’attentato in piazza Loggia
Pierpaolo Prati

Pierpaolo Prati

Giornalista

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Processo strage, si riapre il fronte Italia-Svizzera

Non si è presentato ai pm nel corso delle indagini. Non si è fatto vedere dai giudici nel corso del processo di primo grado. E pure con il suo avvocato non ha scambiato una parola, tanto meno gli ha firmato e fatto avere un mandato. La contumacia ad oltranza rischia per Marco Toffaloni di diventare un problema di non poca misura.

La distanza e il silenzio che ha messo tra sé e la strage di piazza Loggia, della quale è accusato, ha avuto un peso relativo, ma comunque apprezzabile, sulla condanna a trent’anni che, per avere avuto un ruolo nella fase esecutiva della strage, il Tribunale dei Minori gli ha inflitto nell’aprile del 2025, e un ruolo determinante ha avuto anche sulla decisione che la Corte d’appello ha preso venerdì nel dichiarare inammissibile il ricorso che per lui ha proposto l’avvocato Marco Gallina. Non facendosi né vedere, né sentire dal suo difensore, e quindi non rilasciandogli il mandato ad hoc previsto dalla riforma Cartabia per procedere con il processo di secondo grado, il neofascista veronese che da tre decenni vive in SvIzzera con l’identità di Franco Maria Muller e la cittadinanza elvetica, si è messo nelle condizioni di bruciarsi il secondo grado senza nemmeno discuterlo.

Il collegio dei giudici presieduto dalla presidente della Corte d’appello di Brescia Giovanna Di Rosa con la collega Letizia Platè a latere, ha preso atto dell’assenza dell’incarico formale al difensore, registrato l’intervento del procuratore generale e, dopo un’ora di camera di consiglio, dichiarato il ricorso inammissibile.

I giudici si sono riservati 90 giorni per le motivazioni. In attesa di leggerle può essere utile ripercorrere il ragionamento del procuratore generale Guido Rispoli che, atti alla mano, ha spiegato con dovizia di particolari che il silenzio e l’inattività di Toffaloni sono frutto di una scelta deliberata, non conseguenza della sua ignoranza di indagini, processo e condanna.

Chiuso così il secondo grado, sempre che si palesi, a Toffaloni ora resta il ricorso per Cassazione. I termini per presentarlo scadono a metà settembre. Non dovesse provvedere diventerà definitiva la sentenza a trent’anni pronunciata in primo grado.

A quella condanna i giudici del Tribunale dei minori, competenti a giudicarlo perché all’epoca dei fatti Toffaloni non aveva nemmeno 17 anni, ci erano arrivati mettendo sul piatto della bilancia le dichiarazioni fatte sul suo conto da Gianpaolo Stimamiglio, e una perizia antropometrica, fatta mettendo in comparazione le immagini scattate in piazza la mattina della strage e sue foto dell’epoca.

Stimamiglio agli inquirenti ha detto che, quindici anni dopo l’attentato, Toffaloni gli confessò di essere stato a Brescia quella mattina. A confermare il dato testimoniale hanno provveduto i periti. Che il sedicenne allora ci fosse per loro risulta anche dalle foto.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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