Strage piazza Loggia, contro Toffaloni 5 indizi e silenzio autoaccusatorio

Condannato a 30 anni dal Tribunale dei minori, si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere. Le motivazione della sentenza
Nel cerchio rosso Toffaloni poco dopo l'esplosione della bomba in piazza Loggia
Nel cerchio rosso Toffaloni poco dopo l'esplosione della bomba in piazza Loggia
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Cinque indizi forti e un silenzio interpretato come un’ammissione di responsabilità. Quella di aver messo il 28 maggio 1974 nel cestino di Piazza Loggia la bomba che, scoppiando, provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre 102. «La presenza dell’imputato sulla scena del crimine non potrebbe mai essere liquidata come una mera coincidenza o comunque come una presenza «neutra» perché dice che Marco Toffaloni non aveva nessuna ragione per trovarsi in piazza della Loggia la mattina del 28 maggio 1974 se non per partecipare all’esecuzione dell’eccidio».

Lo hanno scritto i giudici del tribunale dei minori di Brescia nelle 337 pagine di motivazioni della condanna a 30 anni pronunciata lo scorso 3 aprile nei confronti di Marco Toffaloni, oggi 68enne con cittadinanza svizzera e all’epoca 16enne (avrebbe compiuto i 17 il 2 giugno), studente di terza del liceo scientifico Fracastoro di Verona e legato agli ambienti neofascisti veronesi.

«L’ipotesi accusatoria si fonda essenzialmente su cinque fonti di prova: la sentenza Conforti (che portò alla condanna definitiva all’ergastolo di Maggi e Tramonte), la fotografia della piazza e le valutazioni peritali ad essa afferenti, le dichiarazioni di Gianpaolo Stimamiglio, le dichiarazioni di Ombretta Giacomazzi, il complesso delle altre risultanze testimoniali e documentali» ricostruisce il collegio giudicante. E ha assunto anche un peso non secondario il silenzio di Toffaloni che si è sempre avvalso della facoltà di non rispondere, dimostrando quando intercettato al telefono negli anni scorsi - di avere molta paura dell’indagine, e che durante il processo non si è mai presentato in aula.

«Dunque l’imputato, smentendo l’immagine virile di superuomo che un tempo si era ritagliato addosso, ha scelto sia di sottrarsi al confronto processuale e di non opporre le sue ragioni alle ragioni dell’accusa e delle vittime del reato sia di declinare l’invito del Tribunale a partecipare al processo con un approccio diverso, minorile, che consentisse a tutti gli attori coinvolti, a cinquant’anni dai fatti, di rientrare in questa storia e rivisitarla da una prospettiva disarmata e non punitiva».

La fotografia

Tra gli elementi più forti contro Toffaloni c’è sicuramente la fotografia che lo colloca in piazza Loggia la mattina dell’attentato neofascista. Nello scatto in bianco e nero è alle spalle di un gruppo di persone vicino ad una delle vittime a terra. Una foto che è stata oggetto di perizie e controperizie. «Il Collegio - si legge in sentenza - ritiene che possa raggiungersi la conclusione che gli accertamenti tecnici effettuati sulle immagini fotografiche in atti dimostrano in modo oggettivo e con assai elevato grado di probabilità che il ragazzo effigiato nella fotografia di piazza della Loggia sia proprio Marco Toffaloni».

Da qui la conclusione che la mattina era in piazza Loggia per eseguire un compito ben preciso: piazzare l’ordigno poi esploso alle 10.12. «É certamente vero, in astratto, che la presenza sul luogo del delitto non è, di per sé, prova della responsabilità dell’imputato» ammettono i giudici. Aggiungendo però che: «Nel caso di specie Toffaloni viveva a settanta chilometri da Brescia e quindi non poteva essere certo in transito casuale per la piazza; egli, per essere presente a Brescia, dovette anche marinare la scuola di nascosto dalla famiglia e quindi ebbe di sicuro un forte motivo per farlo; egli - prosegue la sentenza - era poco meno che diciassettenne e non aveva suoi automezzi, sicché qualcuno lo dovette trasportare da Verona a Brescia e da Brescia a Verona».

Fortemente ideologico

Infine una considerazione legata alla sua appartenga a gruppi neofascisti veronesi: «In piazza della Loggia era in corso una manifestazione sindacale di lavoratori antifascisti in risposta al crescendo di atti di violenza messi a segno dalle formazioni neofasciste, ed è da scartare l’ipotesi che Toffaloni condividesse le ragioni dei manifestanti e avesse un interesse a partecipare alla manifestazione che non fosse quella di opporsi violentemente all’evento».

Marco Toffaloni è stato condannato a 30 anni per la strage di piazza della Loggia - © www.giornaledibrescia.it
Marco Toffaloni è stato condannato a 30 anni per la strage di piazza della Loggia - © www.giornaledibrescia.it

Contro Toffaloni, descritto come «un camerata duro, determinato, tendente ad imporsi, capace di usare la violenza fisica contro cose e persone, profondamente convinto dell’ideologia nazifascista e della propria superiorità», ci sono poi le dichiarazioni di Ombretta Giacomazzi. È la ragazzina di ieri, figlia dei titolari di una pizzeria in città punto di ritrovo dei neofascisti dell’epoca, già fidanzata di Silvio Ferrari saltato in aria mentre trasportava una bomba la notte tra il 18 e il 19 maggio 1974, oggi superteste nel processo a Toffaloni e anche in quello contro Roberto Zorzi in corso davanti alla Corte d’Assise.

«L’esame dibattimentale ha restituito l’atteggiamento di una persona forse un po’ provata dalla sua storia, ma assolutamente normale, sobria, lineare, contenuta. Una donna che in più di un passaggio è apparsa rammaricata, se non gravata dal senso di colpa, di non aver capito quello che stava succedendo, di non aver parlato a suo tempo come avrebbe dovuto o di aver parlato come non avrebbe dovuto pur di salvare se stessa. Tutto tranne che una mitomane» scrive il presidente del collegio Federico Allegri.

Centrali poi le dichiarazioni di Gianpaolo Stimamiglio. Ex ordinovista veneto ed ex collaboratore di giustizia che riferì agli inquirenti di un colloquio con Toffaloni in cui l’ex minore avrebbe ammesso il proprio ruolo nella strage di Brescia con la frase in dialetto veronese «anche a Brescia gh'ero mi», diventata - su domanda di Stimamiglio allo stesso Toffaloni -, «Son sta mi». Per il tribunale dei minori di Brescia la testimonianza di Stimamiglio è «lineare e sostanzialmente non contraddittoria». E che ha contribuito a portare alla condanna di Marco Toffaloni a 30 anni per concorso in strage. Alla luce di «un tessuto probatorio di tale robustezza da rendere la responsabilità di Toffaloni l’unica conclusione in grado di resistere ad ogni ragionevole dubbio».

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