Strage di piazza Loggia, tutti i «no» di Nando Ferrari

Al processo per la fase esecutiva dell’attentato del 28 maggio risponde l’ex dirigente del Fronte della Gioventù, condannato per l’omicidio colposo di Silvio Ferrari
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Nando Ferrari in tribunale
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Non ho mai visto Roberto Zorzi e di sicuro non l’ho conosciuto. Non so assolutamente chi sia Marco Toffaloni. A Verona? Oggi ci vivo, ma all’epoca stavo a Brescia e non la frequentavo, tanto meno frequentavo le caserme dei carabinieri e partecipavo ad incontri clandestini tra ordinovisti e servizi deviati. Ho conosciuto Francesco Delfino solo perché mi ha accusato. Ermanno Buzzi? L’ho incontrato la prima volta a processo, proprio per la strage. La sera che Silvio Ferrari morì lo lasciai a casa sua, era ubriaco. Seppi solo la mattina dopo cosa gli era successo. Ombretta Giacomazzi? Non riesco a capacitarmi di come una teste inattendibile come lei possa essere stata ripescata a processo. La mia condanna è il frutto di dichiarazioni ritrattate e inattendibili.

Le affermazioni sono tutte di Fernando Ferrari, per tutti Nando. Il settantunne di origini veronesi, cresciuto a Brescia negli anni attraversati dalla strategia della tensione e in città dirigente del Fronte della Gioventù, è stato protagonista di una lunghissima udienza del processo che si sta celebrando in Corte d’assise sulla fase esecutiva della strage di piazza della Loggia a carico di Roberto Zorzi. 

Inserito nella lista testi dall’avvocato Stefano Casali, difensore dell’imputato, Ferrari ha risposto per circa sei ore alle domande delle parti. Lo ha fatto senza cadere in contraddizione, se non altro con se stesso. Ha fornito al presidente, che non ha esitato a farglielo presente, tantissimi no: una serie di «negazioni che finiscono con l’affermare» lo ha avvertito in un paio di occasioni Roberto Spanò.

«Mai a Verona»

Tra le circostanze che Ferrari ha respinto con fermezza c’è la sua partecipazione alle riunioni nelle caserme veronesi, nelle quali – stando a Ombretta Giacomazzi – neofascisti (tra i quali Marco Toffaloni, condannato a 30 anni per la strage in primo grado) e appartenenti ai servizi pianificavano attentati. Nando Ferrari ha negato la sua presenza e, a fronte delle loro foto dell’epoca, anche di conoscere i partecipanti. Più difficile, a fronte di pronuncia definitiva, per lui è stato negare alcune responsabilità.

Silvio Ferrari morì a 20 anni nell'esplosione della sua Vespa © www.giornaledibrescia.it
Silvio Ferrari morì a 20 anni nell'esplosione della sua Vespa © www.giornaledibrescia.it

Stando alla giustizia, e in particolare alla sentenza pronunciata dalla Corte d’assise di Venezia nell’aprile di 41 anni fa, la morte di Silvio Ferrari, il giovane neofascista bresciano saltato in aria con la sua vespa in piazza del Mercato nove giorni prima della Strage, porta la sua firma. Accusato del suo omicidio volontario, sulla scorta dell’ipotesi che Silvio fosse diventato inaffidabile e potesse da un momento all’altro svelare le trame nere e l’intreccio tra neofascisti e servizi deviati, Nando Ferrari fu condannato invece per omicidio colposo dell'amico e per alcuni attentati compiuti con lui in quei mesi: da quello alla Coop di Viale Venezia, a quello alla sede della Cisl, passando per quello alla macelleria Minessi. I giudici gli inflissero una condanna a sei anni di reclusione.

La morte di Silvio

«Quella sera, di ritorno da una festina al lago – ha raccontato ieri Nando Ferrari parlando delle ultime ore di vita dell’amico – lasciai Silvio a casa sua. Era ubriaco, mi disse che sarebbe andato a fare un attentato. Poche ore prima mi aveva fatto vedere una pistola arrugginita, la foto di un giubbotto antiproiettile e una miccia. Ma non gli diedi peso». Per l’inchiesta, quella notte, Silvio non era solo quando saltò in aria. Testimoni hanno riferito che qualcuno lo stava seguendo in auto. Che sulle sue tracce c’erano tanto Roberto Zorzi (su una Dyane azzurra di Elio Massagrande), quanto Nando Ferrari. «Assolutamente no. Lo lasciai a casa e seppi quanto gli era accaduto solo il giorno dopo».

«Io non c’ero»

Perquisito subito dopo la bomba, indagato, processato e assolto per la strage di piazza della Loggia, e oggi non è più processabile per lo stesso fatto, Nando Ferrari è stato categorico anche sulla sua presenza alla pizzeria Ariston di viale Venezia la sera in cui, il 24 o il 25 maggio di quell’anno, stando ad Ombretta Giacomazzi, che era figlia dei proprietari di quel ristorante e fidanzata di Silvio Ferrari, i camerati veronesi Marco Toffaloni, Roberto Zorzi e Paolo Siliotti si ritrovarono con lui e Arturo Gussago e decisero di «vendicare la morte dell’amico Silvio», di fare quello che avrebbe dovuto fare lui (ovvero l’attentato al quale era destinata la bomba che lo uccise) e di farlo, ritiene l’accusa, proprio in piazza Loggia.

«Impossibile, non c’ero» ha risposto Nando Ferrari al presidente Spanò, che gli ha fatto presente quanto riferito su quell’incontro da due testimoni che non avevano alcuna ragione di accusarlo falsamente. «Impossibile perché quei giorni - ha spiegato il testimone - su consiglio dei nostri genitori, visto che tirava una brutta aria, ripiegammo a Padenghe a casa di Arturo Gussago e non frequentammo locali. Tanto meno la pizzeria Ariston».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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