Non sono tutti uguali e forse è proprio da qui che bisogna partire quando si parla di giovani. Perché raccontare gli adolescenti come una categoria unica, tra chi sta bene e chi sta male, tra chi studia e chi non ha voglia di fare nulla, tra chi protesta e chi spacca le vetrine, rischia di essere il modo più semplice per non capire davvero che cosa sta succedendo.
A dirlo, con una lucidità che sorprende per la sua età, è Oliver Cersosimo, 17 anni, rappresentante d’istituto e parte di Superiori Bresciane, la realtà nata per dare voce agli studenti e che oggi conta quasi 38 mila follower sui social. «Non mi piace definire noi giovani come una categoria unica – spiega – è sbagliato dire che tutti sono in un modo o nell’altro, che tutti stanno bene o che tutti stanno male».
Il futuro
Oliver parla soprattutto di pressione. Quella della scuola, delle aspettative, del futuro, ma anche quella più silenziosa che arriva dai social. «L’ideale del perfezionismo è che tutta la vita debba essere perfetta, che non si possa sbagliare». Un brutto voto diventa così molto più di un brutto voto, un errore può sembrare una bocciatura personale e poi c’è il futuro, che ai ragazzi viene chiesto di scegliere quando spesso non sanno ancora quale strada prendere. «Ci viene chiesto cosa vogliamo fare nel nostro futuro – racconta Oliver – ma a 13, 14 anni non è sempre facile avere una risposta, ci troviamo in un limbo».
Una parola che fotografa bene una generazione sospesa tra il bisogno di avere certezze e la consapevolezza che di certezze ce ne sono sempre meno. Ma parlare di giovani significa anche parlare di disagio e qui Raisa Labaran, consigliera delegata a Sanità e Salute, oltre che impegnata sui temi dell’istruzione, della cultura, delle politiche giovanili e dell’inclusione sociale, invita a cambiare prospettiva. «Non basta parlare di disagio giovanile, bisogna ascoltare i ragazzi prima ancora di decidere che cosa fare per loro, bisognerebbe chiedere: che cosa ti preoccupa, ma anche che cosa vorresti?».
Gli scontri

Perché il disagio di un ragazzo non riguarda soltanto lui, riguarda la famiglia, la scuola, le istituzioni, i luoghi che frequenta e l’intera comunità. La rabbia che non va giustificata, ma capita e allora si arriva inevitabilmente alle immagini degli ultimi giorni, agli scontri, alle vetrine infrante, ai saccheggi, alla rabbia esplosa nelle piazze. Oliver non fa sconti, manifestare, farsi sentire, rivendicare un diritto è legittimo. Un’altra cosa è usare la violenza. «Quando vai a decidere di spaccare una vetrina, saccheggiare tutto, che sia un grande brand di lusso o un piccolo negozio, hai rovinato il lavoro di una persona». Il suo è un distinguo importante, non bisogna confondere una generazione con quello che fa una parte della generazione.
Ma nemmeno limitarsi a condannare e voltarsi dall’altra parte, perché dietro quella rabbia, secondo Labaran, possono esserci isolamento sociale, disuguaglianze, solitudine e senso di esclusione. «Bisogna capire da dove nasce questa rabbia e cercare di incanalarla in un corretto binario. Non significa giustificare la violenza, significa provare a prevenirla e significa anche andare a cercare quei ragazzi che spesso non si vedono, quelli che si sentono invisibili, che non trovano il loro posto e che possono finire per cercare appartenenza nel gruppo sbagliato».
Le chat
E poi c’è la paura che corre sulle chat, un altro episodio che racconta molto bene quanto oggi sia fragile il confine tra realtà e finzione. La sera del 19 ottobre, in pochissimi minuti, nelle chat degli studenti hanno iniziato a circolare messaggi, screenshot e immagini che annunciavano possibili violenze per il giorno successivo. Ragazze e ragazzi sarebbero stati in pericolo, si parlava di scuole da evitare, contenuti costruiti con l’intelligenza artificiale che hanno fatto il giro d’Italia. Falsi, ma capaci di generare una paura vera. «Nel giro di una ventina di minuti tutta Italia sapeva di un fenomeno che si sarebbe svolto idealmente il giorno dopo» racconta Oliver.
Sono arrivate centinaia di segnalazioni ai ragazzi di Superiori Bresciane, immagini, screenshot, video e messaggi e la paura è entrata nelle case. Genitori preoccupati, ragazzi che chiamavano gli amici, domande, dubbi, alcuni studenti il giorno dopo non sono andati a scuola. È bastato un messaggio per creare un allarme collettivo, i ragazzi di Superiori Bresciane hanno cercato di intervenire spiegando che quelle informazioni erano false e invitando gli studenti a non alimentare il tam-tam. «State attenti a quello che circola, a quello che leggete, alle informazioni che fate entrare nella vostra testa» dice Oliver. Una frase che oggi vale più che mai, perché se l’intelligenza artificiale è capace di costruire immagini e messaggi credibili, diventa sempre più importante imparare a fermarsi, verificare e non condividere immediatamente tutto ciò che arriva sul telefono.

La psicologa
Ma cosa c’è davvero dietro questa rabbia? E come si riconosce un ragazzo che sta male? A provare a dare una risposta è Bruna Adebajo, psicologa e psicoterapeuta del Cps di Lonato. Non tutto ciò che accade durante l’adolescenza è un segnale di disagio, un ragazzo può chiudersi in camera, essere irritabile, cambiare umore, è anche parte della crescita. Il campanello d’allarme arriva quando il cambiamento diventa la nuova normalità. La dottoressa Adebajo indica tre parole: interruzione, isolamento, irritabilità. Si interrompe uno sport che prima rappresentava una parte importante della propria vita. Ci si allontana improvvisamente dalle amicizie, ci si chiude sempre di più, cambia l’umore, aumenta l’irritabilità. «Non un pomeriggio – spiega la psicologa – ma quando da un pomeriggio passiamo a tutti i pomeriggi».
E allora cosa deve fare un genitore? Prima di tutto osservare e ascoltare. Non trasformare ogni conversazione in un interrogatorio, non pretendere subito una spiegazione, ma avvicinarsi con curiosità e rispetto. «Dimmi questa cosa perché sono realmente interessato a capire che cosa ti succede». Perché spesso il primo problema è proprio questo: i ragazzi fanno fatica a chiedere aiuto. Lo conferma Oliver. «Chiedere aiuto è ancora visto come un tabù fra noi giovani». E qui torna anche il tema degli sportelli psicologici nelle scuole, strumenti che possono essere importanti, ma che ancora oggi vengono accompagnati da un forte stigma. Come se chiedere aiuto significasse essere deboli, avere qualcosa che non va, oppure dimostrare che una famiglia ha fallito. Non è così. «Chiedere aiuto non fa male», dice Oliver.

Cosa resta
Alla fine, resta forse la domanda più difficile: cosa rimane dopo la rabbia, dopo gli scontri, dopo le provocazioni sui social, dopo una notte passata a inoltrare messaggi di paura? Secondo la psicologa può rimanere un grande vuoto identitario, il bisogno di appartenere a qualcosa, di sentirsi parte di un gruppo, può diventare così forte da portare a indossare una sorta di identità costruita. Oggi il «capo» non è necessariamente una persona, può essere un algoritmo, quello che suggerisce come essere belli, come avere successo, come essere popolari, uno zaino sempre più pesante sulle spalle dei ragazzi. Per questo il messaggio finale della psicologa è semplice: «Non accontentatevi di essere uno fra tanti».
Oliver lo traduce con un’immagine ancora più immediata, ricordando una frase che gli ripete il padre: bisogna avere il coraggio di essere «la pecora nera» del gruppo. Diversi non significa peggiori, forse è questa la fotografia più vera dei giovani di oggi. Non quella delle vetrine rotte, non quella dei ragazzi sempre con il telefono in mano, non quella della generazione senza valori. Ma quella di ragazzi che hanno paura, contraddizioni, fragilità e una pressione enorme addosso, ma che sanno anche riflettere, prendere posizione e chiedere di essere ascoltati. Non essere raccontati sempre dagli adulti, ma poter raccontare sé stessi, avere qualcuno a cui chiedere aiuto senza vergognarsi. Poter sbagliare senza sentirsi falliti e soprattutto sentirsi parte di qualcosa.
E allora forse il punto non è cercare una risposta unica al disagio dei giovani, né mettere tutti nello stesso contenitore. È provare a capire che cosa c’è dietro una rabbia, un isolamento, un silenzio, ma anche dietro una protesta, senza giustificare la violenza, ma senza fermarsi soltanto a quella. Perché dietro alle immagini degli scontri, alle vetrine rotte e ai messaggi che seminano paura ci sono ragazzi molto diversi tra loro. Alcuni chiedono di essere ascoltati, altri non sanno ancora come chiedere aiuto. È proprio da qui che bisognerebbe ripartire: smettere di parlare dei giovani soltanto quando fanno rumore e trovare il modo di esserci anche quando quel disagio rimane nascosto.



