La protesta, in quanto forma democratica di opposizione, è sempre legittima e persino necessaria all’esercizio del pluralismo, in una liberaldemocrazia che possa dirsi tale; per questo motivo non va delegittimata né criminalizzata. Tuttavia è, per la stessa liberaldemocrazia, altrettanto necessario il ripudio della violenza, senza il quale non si dà né libertà né convivenza pacifica: in una società dove ci si è disabituati alla moderazione e alla mediazione, la radicalizzazione piglia tutto; a partire dalle istituzioni fino alla vita non più civile.
Gli scenari virulenti cui abbiamo assistito in questi giorni, spettacolarizzati dai media, verificatisi a Milano e a Brescia, ma anche nel resto d’Italia, in Francia e in Europa, non si possono considerare un fenomeno isolato, ma l’epifenomeno di una crisi più profonda, che merita di essere indagata anche sotto l’aspetto della radicalizzazione. Le immagini di devastazione ci hanno lasciati attoniti, evocando un grado di violenza da guerra civile o da «anni di piombo», pur con le debite differenze, perché sono difficili da accettare per chi si senta cittadino di un paese democratico, sebbene non così imprevedibili.
E se è arduo stabilire quali analogie, divergenze e specificità possano esservi rispetto al passato, è tuttavia chiaro che, come ha dichiarato Sergio Mattarella, queste azioni aprono «interrogativi su cui riflettere sotto diversi profili» e che i protagonisti sono «soggetti inediti». Occorre riflettere, con respiro lungo e capacità autocritica, sui diversi elementi che sottostanno al fenomeno: i soggetti coinvolti, il contenuto della protesta, le modalità di esecuzione.
I soggetti
Il fattore nuovo e più evidente è l’eterogeneità dei partecipanti e la presenza numerosa di minorenni, fascia più debole fra i deboli, più esposta al rischio di un futuro incerto o impossibile e, forse proprio per questo, che ha meno da perdere. A tale fattore il governo ha subito reagito mettendosi al lavoro sull’ottavo decreto sicurezza, prevedendo ulteriori aggravanti per i minori. Sorge tuttavia la domanda: può la stretta sulla sicurezza da sola ridurre il disagio sociale, secondo una immagine di Stato paternalista che avrebbe il potere illimitato di punire il figliuolo ribelle, o invece più si stringe più la rivolta esplode incontrollata?
Fino a quale misura si può punire e quanto la punizione è in grado in se stessa di rovesciare la situazione di disagio crescente in tutte le fasce della popolazione, soprattutto in quelle psicologicamente più fragili? Ci sarebbe da chiedersi, a tal proposito, quanto le partecipazioni giovanili siano consapevoli o frutto di un trascinamento sociale, e quindi ostaggio di due forze distruttive: il disagio vissuto, in primo grado, e l’abuso del disagio da parte di altri attori sociali, in secondo grado?
Il contenuto
Il carovita, oggetto dichiarato della protesta, è il coperchio di un vaso di Pandora, da cui fuoriescono una moltitudine di problemi reali: il lavoro precario e i salari, la disoccupazione, il degrado dei servizi pubblici, della sanità e dell’istruzione. Temi che coinvolgono tutti i cittadini, trasversalmente alle fasce di reddito e generazionali, nessuno escluso tranne i più privilegiati: un contesto che evoca la guerra civile, una guerra tra poveri, la cui soluzione non appare attualmente alla portata di alcuna parte politica, vista l’entità della crisi e l’assenza di contenuti che tocchino le esigenze concrete.

Dalla tradizione sociale cristiana si ricava un contributo significativo in tal senso, decisivo nel dire che il lavoro non è soltanto una questione economica, ma una dimensione fondamentale della dignità della persona che pare scomparsa da ogni agenda politica. Quando cresce la percezione di precarietà e di esclusione, ed è messa alla prova la stessa coesione della comunità, forse le istituzioni sono chiamate non solo a garantire l’ordine pubblico, ma ad ascoltare il grido che sale dalle periferie esistenziali e sociali della società.
Le modalità
Una riflessione sulla diffusione della violenza non si può differire. È vero: le cause sono gravi e profonde; tuttavia, non denunciarla e non esaminarla a sé vuol dire trovare delle attenuanti per ciò che non si può attenuare, perché tanto è legittimo il diritto a essere liberi di esprimersi e manifestare, quanto è legittimo il diritto a sentirsi sicuri. E allora, proseguendo con lo stesso metodo, bisognerebbe risalire all’origine di tanta violenza che va oltre i contenuti della protesta, e catalizza rabbia ma anche barbarie. Dove l’opposizione e la protesta, giusta o sbagliata, si fa radicale e confluisce nella furia cieca, finisce per oscurare le sue stesse ragioni e il dialogo sociale di cui il Paese più ha bisogno.
Si osserva da tempo, e non va sottovalutata nella sua accelerazione, una tendenza duplice: da una parte l’esacerbarsi della violenza e della radicalizzazione, sdoganata dalla politica stessa, e dall’altra il derubricarsi a reperto storico dell’esercizio del limite, che invece è il principale laboratorio democratico, secondo la lezione di Mino Martinazzoli. Se non si può esaurire in queste righe l’approfondimento auspicato da Mattarella, può essere forse un primo gesto per questa città, colpita nel suo centro storico, rievocare una tradizione di politica e cultura, di lavoro, solidarietà e associazionismo, per non sottrarsi all’impegno della comprensione – che inizia dalla mediazione delle idee – e favorire l’incontro condannando la barbarie.




