Sono capaci di riempire una piazza, molto meno di governarla. Non hanno tessere, segretari, apparati. Si convocano su TikTok, si ritrovano per strada e, quando la protesta prende una brutta piega, non c’è un «servizio d’ordine», una leadership a cui chiedere conto (o aiuto pratico). È la geografia, ancora piuttosto confusa, di «Italia in piazza», la mobilitazione contro il caro vita che si è tradotta in reti territoriali e che ha inceppato il sabato pomeriggio della passeggiata in centro.
Va detto subito: i momenti di tensione ci sono stati (hanno occupato lo spazio di un’ora) con qualche posacenere sistemato sui tavolini dei bar di piazza Paolo VI che ha preso il volo, i lacrimogeni innescati dalle forze dell’ordine e le denunce. Brescia, però, non è stata Milano, dove gli scontri hanno assunto proporzioni ben più feroci, né Torino o le città francesi attraversate da violenze che occupano i tg da giorni. Lo stesso, liquidare quanto accaduto come una parentesi di teppismo sarebbe una scorciatoia. Perché dietro quella piazza non c’è un partito, ma c’è un fenomeno politico che sfugge alle categorie abituali. E che pone un problema persino a chi l’ha convocata.
La mobilitazione
La macchina organizzativa nasce online. Il 4 ottobre compare su Instagram il profilo che promuove la giornata di sabato 17 ottobre, mentre la protesta nazionale trova declinazioni territoriali, tra cui «Brescia in piazza». Le precedenti iniziative lombarde avevano raccolto adesioni modeste. Stavolta il passaparola funziona, soprattutto su TikTok, dove circolano poi anche i filmati degli scontri. Un gruppo WhatsApp, oggi non più accessibile a nuovi iscritti, serve a coordinare i partecipanti. Gli organizzatori mettono inoltre a disposizione un «hub legale» per chi è stato fermato.

La parola d’ordine iniziale è esplicita: «No a partiti, no a sindacati». Un rifiuto delle appartenenze che racconta la distanza di una parte dei giovani dalle forme tradizionali della rappresentanza. Non necessariamente un rifiuto della politica, semmai dei suoi intermediari. La protesta si ispira alle mobilitazioni francesi e raccoglie rivendicazioni tutt’altro che astratte: stipendi insufficienti, prezzi in aumento, un futuro economicamente sempre più difficile da immaginare (no, Brescia non fa eccezione: l’inflazione ha raggiunto il 3,9% e trovare casa è un rebus).
Il problema fa capolino quando una convocazione diventa una folla. Senza un’organizzazione riconoscibile, senza una leadership condivisa, diventa più difficile distinguere chi aderisce alle rivendicazioni da chi cerca lo scontro. E soprattutto isolare questi ultimi. Non è dimostrato che i responsabili dei disordini bresciani appartenessero a gruppi antagonisti strutturati. Sarebbe altrettanto azzardato attribuire agli organizzatori la responsabilità diretta delle violenze.
Resta però la fragilità di una mobilitazione che può crescere rapidamente senza disporre degli strumenti per tenere insieme, e quando necessario separare, le diverse anime della piazza. C’è poi un cortocircuito tutto contemporaneo: gli stessi social che consentono di mobilitare centinaia di ragazzi trasformano gli scontri in immagini da condividere: il rischio è che la visibilità della violenza finisca per divorare le ragioni della protesta. Con un risultato paradossale: chi chiedeva risposte su temi reali si ritrova incastrato a discutere solo di ordine pubblico.
Le reazioni politiche
La polemica, intanto, è già arrivata in Loggia. Il centrodestra accusa la maggioranza di un «silenzio assordante» e chiede una condanna senza ambiguità. Pur prendendo atto delle parole della sindaca Laura Castelletti, le opposizioni chiamano in causa Pd, forze centriste e liste civiche, insinuando che il silenzio nasconda l’imbarazzo di una coalizione alle prese con le proprie componenti più radicali e chiedendo chiarezza sulle violenze.
Il Pd cittadino replica con una nota firmata dal segretario Roberto Cammarata e dal capogruppo Roberto Omodei, condividendo la condanna della sindaca e la solidarietà agli agenti, ma avanzando il timore che (appunto) le violenze cancellino le rivendicazioni. Due preoccupazioni che possono convivere. Più difficile per entrambe le parti, invece, è rispondere alla domanda lasciata in eredità sabato: come si ascolta una generazione che scende in piazza senza riconoscersi in chi dovrebbe rappresentarla?




