Il filosofo rumeno Emil Cioran, il cui pensiero era plasmato da un radicale pessimismo, sosteneva nel suo «Confessioni e anatemi» che «più si è sofferto, meno si rivendica. Protestare è segno che non si è attraversato alcun inferno».
Ammessa la perplessità iniziale, davanti a tale aforisma che sa maledettamente di ’900, a una più attenta lettura si potrebbe cogliere una chiave di quanto accaduto sabato, in ore terribili nelle piazze di mezza Europa, tutto sommato trascorse – fino a un certo punto – nell’alveo di una pacifica tranquillità nel centro della nostra Brescia. La relativa stabilità geopolitica ed economica che, al netto degli inevitabili intoppi, ha scandito gli ultimi decenni in Occidente, dalla fine della guerra fredda alla pandemia, pare ora compromessa da concomitanti macroeventi che sfuggono al nostro controllo diretto: dalla guerra in Ucraina a quella in Iran.
Le ricadute – innalzamento dei prezzi di beni di consumo, dirottamento di ingenti fondi nei bilanci della difesa anziché in altri capitoli di spesa, leggi scuola o sanità – stanno balzando agli occhi dei più giovani: quelli che, nati e cresciuti nel 21esimo secolo, di inferni - al pari, tutto sommato dei loro padri e forse nonni -, non ne hanno di fatto attraversati, per tornare a Cioran.
È un segnale positivo, dunque, sapere che ragazzi, mossi più dal passaparola via TikTok o WhatsApp che da movimenti organizzati, sentano l’urgenza di scendere in piazza e avanzare le loro rivendicazioni. In quota parte, peraltro, condivise da chi ha più anni di loro. Un corteo di centinaia di giovani bresciani, per nulla rassegnati, di suo può essere salutato come sintomo di vitalità democratica. Il problema è semmai che nelle pieghe di tale contesto si insinui la brutale violenza di chi decide, più o meno scientemente, di trasformare un corteo in prodromo di guerriglia urbana.

Che, per carità: tavolini che volano (in centro come in periferia) sono uno spettacolo deprecabile – come per fortuna forze politiche e istituzioni si sono affrettate a ribadire – e indegno di una piazza bresciana simbolo, all’ombra di Broletto e Pegol, della libertà comunale come pure dei valori di pax cristiana che ispirano due duomi e l’intitolazione a San Paolo VI. Ma certo non si è vissuto quello che da settimane sta accadendo Oltralpe o che nelle stesse ore han conosciuto Milano o Torino.
Per intenderci, altre manifestazioni recenti – con strade o binari occupati – hanno avuto impatto ben maggiore. Un distinguo è dunque necessario per evitare che si butti il bambino con l’acqua sporca: isolare i pochi che hanno generato i disordini e comprendere quale inferno, quale rabbia li ha portati dal protestare al credere che nessuna rivendicazione sia possibile, se non appunto condita di violenza gratuita, è il modo migliore per salvaguardare la serenità di chi abita e vive la città senza sacrificare la voce di chi sceglie di manifestare preoccupazione per il proprio futuro. Specie se giovanissimo.



