Omicidio Bozzoli, «l’assoluzione di Maggi poggia su basi insostenibili»

Depositato il ricorso della Procura contro la sentenza pronunciata a favore dell’operaio della fonderia di Marcheno
Oscar Maggi in aula - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
Oscar Maggi in aula - Foto Gabriele Strada /Neg © www.giornaledibrescia.it
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Per assolvere Oscar Maggi il giudice dell’udienza preliminare Stefano Franchioni si è «allontanato» dal forno nel quale, l’8 ottobre di undici anni fa, fu ucciso il suo datore di lavoro. Per farlo la sua sentenza ha sposato «ipotesi suggestive, del tutto sganciate dal dato probatorio, e soprattutto prive di qualsiasi riscontro oggettivo».

Lo si legge nelle quaranta pagine alle quali il sostituto procuratore Benedetta Callea ha affidato il suo ricorso contro l’assoluzione, decisa lo scorso 17 dicembre, dell’operaio della Bozzoli dall’accusa di concorso nel delitto del suo datore di lavoro con il nipote della vittima, già condannato all’ergastolo a titolo definitivo.

Ipotesi infondata

Secondo la titolare del fascicolo, il giudice dell’udienza preliminare non ha solo ignorato gli accertamenti cristallizzati dalla Cassazione, ovvero che Mario Bozzoli è stato ucciso all’interno della sua fonderia e il suo corpo distrutto nel forno grande, ma ha anche sposato l’insostenibile ipotesi secondo la quale Giacomo Bozzoli avrebbe fatto tutto da sé: ucciso lo zio negli spogliatoi dell’azienda e fatto sparire il suo cadavere portandolo fuori dall’azienda con la sua Cayenne. Per il sostituto procuratore il nipote non sarebbe riuscito a far tutto in otto minuti, senza farsi notare dagli operai presenti in ditta, senza l’aiuto di nessuno e senza lasciare tracce sulla sua auto.

Per la pm non è sostenibile nemmeno l’ipotesi sostenuta dalla sentenza che, per disfarsi del corpo, Giacomo non avrebbe avuto bisogno di «soste evidenti», potendo incontrare lungo il tragitto uno o più complici e trasferire rapidamente il cadavere su altro mezzo. «Tale ricostruzione - scrive Callea nel ricorso - si fonda su una mera congettura, visto che è pacifico che Giacomo Bozzoli quella sera si sia diretto a casa senza soste». Per l’accusa anche l’ipotesi di intervento di terzi in azienda, magari istruiti dal nipote, è «totalmente smentita dal dato fattuale».

La pm critica la sentenza nel punto in cui ritiene possibile che il corpo di Mario Bozzoli sia stato caricato sulla Porsche del nipote e trasportato all’esterno dell’azienda. Per l’accusa si tratta di «un’affermazione apodittica» dato che «negli istanti in cui sarebbe stato effettuato il caricamento del corpo, un testimone si trovava a poche decine di metri dallo spogliatoio e non avrebbe potuto non accorgersi di quello che stava avvenendo».

Tesi accreditata

L’unica versione credibile per il sostituto procuratore resta quella del forno ed è quella che accredita il concorso di Maggi nel delitto. L’operaio, per sua stessa ammissione, sottolinea la pm era nei pressi del forno grande nei minuti in cui si è sprigionata la fumata anomala provocata dall’inserimento del cadavere del suo datore di lavoro sul bagno di metallo fuso. Come non bastasse, nei giorni successivi al delitto non ebbe un comportamento «normale».

A meno che non si considerino «normali - scrive il pubblico ministero - condotte quali affermare ripetutamente e in modo inequivocabile (come Maggi fece non sapendo di essere intercettato anche in auto, ndr) di avere il telefono sotto controllo, ma anche chiedere con insistenza dove si trovasse Ghirardini (l’addetto al forno trovato suicida a Case di Viso, ndr) e sostenere che questi lo avrebbe rovinato se si fosse sbagliato a parlare».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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