Cronaca

Caso Bozzoli: perché per chi condannò Giacomo il forno è una certezza

Decisivo per la soluzione del caso fu l’esperimento con il maialino: se ne riparla in questi giorni, dopo l’assoluzione dell’operaio Oscar Maggi
Giacomo Bozzoli fuori dal Tribunale di Brescia
Giacomo Bozzoli fuori dal Tribunale di Brescia
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Se per il giudice che ha assolto Oscar Maggi l’ipotesi che Mario Bozzoli sia stato ucciso nel forno della sua fonderia è un’ipotesi remota e macchinosa. Per il presidente della Corte d’assise che ha condannato Giacomo Bozzoli all’ergastolo per lo stesso omicidio (con sentenza poi diventata definitiva) è l’unica spiegazione possibile alla sparizione del cinquantenne imprenditore di Marcheno.

Le motivazioni

«La fumata anomala (sprigionata dal forno grande della Bozzoli, ndr) in corrispondenza cronologica con la scomparsa di Mario Bozzoli costituiva in origine un fondamentale pilastro a disposizione dell’accusa per spiegare l’improvvisa misteriosa eclissi del titolare dell’azienda» scriveva nelle motivazioni della sua sentenza il presidente Roberto Spanò. Mentre «l’ipotesi che il corpo di Mario Bozzoli dopo l’uccisione fosse stato trasportato all’esterno della fonderia – si legge ancora – si è rivelata in conclusione una congettura non puntellata da alcun riscontro».

A rendere percorribile la strada che conduce al forno per il presidente Spanò erano ragioni non solo logiche, e maturate nel corso di un processo che occupò diversi mesi. Ma anche tecniche. Per i periti incaricati dalla Corte il corpo di Mario Bozzoli poteva essere introdotto nel forno e il suo contatto «con la superficie incandescente del bagno di metallo poteva verificarsi con ridotta probabilità di schizzi e imbrattamenti e remota eventualità di un’esplosione catastrofica, ipotizzabile solo in caso di affondamento immediato e forzato del cadavere di Bozzoli non ancora disidratato».

L’esperimento

A queste conclusioni i periti della Corte d’assise erano arrivati all’esito dell’esperimento giudiziale del maialino. Nel corso del processo la carcassa di un animale morto fu adagiato sul crogiolo del forno di una fonderia di Provaglio d’Iseo che aveva messo a disposizione il suo impianto. L’esperimento – ritenuto dai periti meritevole di accoglimento in virtù anche di una sostanziale uniformità rispetto ai tempi della carbonizzazione della carcassa del suino e del cadavere della persona scomparsa – non diede luogo ad esplosioni «nemmeno di minima portata, né a dispersioni di odore destinato a persistere». Anzi fornì ai giudici materiale per risolvere il mistero della sparizione di Mario Bozzoli e per condannare suo nipote Giacomo al massimo della pena.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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