Cronaca

Milani tessuti chiude dopo 438 anni: «In centro ormai solo bar»

Il titolare Giorgio Massenza Milani abbasserà la serranda il 31 dicembre. La sua analisi tra l'impatto della moda veloce, il calo della sartoria artigianale e il cambio delle abitudini e dell’identità del centro storico
Elisa Rossi

Elisa Rossi

Giornalista

Giorgio Massenza Milani © www.giornaledibrescia.it
Giorgio Massenza Milani © www.giornaledibrescia.it

Quando aprirono le porte del negozio la prima volta, nel 1588, l’America era stata scoperta da meno di un secolo; era l’anno nel quale l'Invincibile Armata spagnola fu battuta dalle navi inglesi guidate da Sir Francis Drake, mentre a Brescia si lavorava al potenziamento della struttura difensiva del Castello. Dopo 438 anni Milani tessuti chiude: la serranda di corso Mameli, dove l’attività si era trasferita nei primi anni Duemila dopo essere stata in corsetto Sant’Agata dal 1923 e, prima ancora, sotto i portici e di fronte alla chiesa di San Giovanni, si abbasserà l’ultima volta il prossimo 31 dicembre. Ad annunciarlo è Giorgio che ha continuato l’attività del padre, Giuseppe Massenza Milani.

Come nasce questa scelta?

È cambiato il mondo. Questo è un articolo che purtroppo ha perso appeal perché manca la sartoria, la sartoria straniera non ha idea del tessuto di qualità e usa molto il poliestere, mentre io ho cercato di portare avanti la qualità scegliendo pura lana, pura seta, cotone, fibre naturali e tessuti italiani con fatica.

Il negozio in corsetto Sant'Agata in una foto del nostro archivio del 2005 © www.giornaledibrescia.it
Il negozio in corsetto Sant'Agata in una foto del nostro archivio del 2005 © www.giornaledibrescia.it

Le sarte, poi, sono perlopiù anziane, di giovani ce ne sono poche, e la gente non è più abituata a spendere per la qualità: la maggior parte ha cambiato mentalità, una volta si spendeva per comprare cose belle che duravano, oggi il fast fashion ha cambiato il modo di approcciarsi all’abbigliamento e la crisi ha aiutato. Si spendono 1.200 euro per un telefono, ma se chiedi 50 euro al metro per un tessuto ti guardano male.

Lei è in una zona delicata del centro storico, una via che è cambiata molto...

La città è diventata un contenitore di bar per aperitivi, è vuota fino alle 18 e io mi auguro per Brescia che le grandi catene non decidano di andarsene, come ha fatto Zara, se no ci troviamo Corso Zanardelli vuoto.

Purtroppo la città ha perso le famiglie che avevano i negozi, sono rimaste le grandi catene e in corso si trovano solo negozi di occhiali e di intimo. Nelle altre vie ci sono parrucchieri stranieri, profumerie e fruttivendoli. La città ha poca offerta e meno varietà c’è, meno gente viene. Il Covid, che ha insegnato anche agli ottantenni ad acquistare online, ha accelerato tutto.

Giorgio Milani mostra una foto di famiglia scattata nel negozio di corsetto Sant'Agata durante il rinfresco prima del trasferimento © www.giornaledibrescia.it
Giorgio Milani mostra una foto di famiglia scattata nel negozio di corsetto Sant'Agata durante il rinfresco prima del trasferimento © www.giornaledibrescia.it

In questi giorni si parla tanto anche di pedonalizzazioni...

Sono favorevole alle pedonalizzazioni, dico sempre che Brescia è piccola e attraversarla da piazza Garibaldi a piazza Arnaldo non è difficile nemmeno per un anziano, ma i parcheggi son troppo pochi: ormai la gente si è abituata alla metropolitana, ma alcuni parcheggi sono pieni, come a Sant’Eufemia. Si dovrebbe prima pensare a dare i parcheggi e poi a chiudere.

Il commercio è in crisi ovunque però.

Sì, e sono convinto che tanti qui in centro siano nella mia stessa situazione senza dirlo. Penso sempre all’outlet che non è un centro commerciale, ma una «città del commercio»: il parcheggio è gratuito, qui è carissimo, e comodo e i viali sono puliti. Aggiungo che ultimamente ogni sabato in questa zona abbiamo una manifestazione. La mattina col mercato si lavora, ma poi bel pomeriggio non si fa più nulla. Ma ci sono bar e ristoranti pieni.

Aggiungo che anni fa, dato che noi tessutai eravamo pochi, ci hanno unito all’abbigliamento facendoci passare l’Iva da agevolata, al 9, 11, 13%, al 22%. Ma la nostra è materia prima, chi viene da me, poi, deve spendere ancora per la confezione da una sarta. Se lo facessero con la farina? Io sono l’ultimo dei tessutai, gli altri vendono scampoli, comprano a peso e vendono al metro e non riescono a fornire 30 metri: io sì perché compro direttamente nelle fabbriche.

Come è entrato nell’attività di famiglia?

Ridendo e scherzando. Mi ero iscritto ad Economia e Commercio, ma si faceva lezione alla Pace, quindi passavo sempre davanti al negozio di Corso Mameli che all’epoca era pieno di gente e allora entravo a dare una mano a papà, mamma e le due commesse. Pian piano mi sono trovato coinvolto.

Si lavorava tantissimo?

Conti che dicevo ai clienti di non venire il lunedì perché era il giorno delle sarte che facevano la spesa per mezzo paese e non ci sarebbe stato il tempo di servire tutti. Il sabato, poi, era dedicato agli appuntamenti delle spose che duravano un’ora ognuna. Se ne facevano 5 al giorno. Io fumavo e durante l’orario non riuscivo a fumare una sigaretta; si chiudeva a 19.30, ma si restava dentro fino alle 21 a piegare e rimettere i tessuti sulle scansie... Se lo racconti ora non ci crede nessuno. Di colpo è cambiato tutto. La sarta creativa non c’è più.

Giuseppe Massenza Milani con la moglie nel 2005 © www.giornaledibrescia.it
Giuseppe Massenza Milani con la moglie nel 2005 © www.giornaledibrescia.it

Mancano una settantina di giorni alla chiusura...

Mi mancano due anni alla pensione, pensavo e speravo di andare in pensione col mio negozio, ma a malincuore ho fatto questa scelta. Mio fratello mi ha proposto di andare a lavorare da lui in piadineria e ho accettato. Ho provato in tutti i modi di tenere aperto, ho fatto anche altri due lavori per stare in piedi, ma ora ho detto basta. Nel decidere ho trovato serenità.

E la mamma cosa dice?

Nell’altra stanza ho la foto del mio babbo e mi sembra di tradirlo facendo questa scelta. Lui è morto quattro anni fa e prima di andarsene mi ha detto: «Giorgio, mi spiace. Pensavo di averti lasciato un lavoro». La mamma ha 87 anni e capisce, ha vissuto le mie angosce. Lei viene da una famiglia di commercianti ed è stata tanti anni qui in negozio. Mi ha detto: «Così ti metti sereno».

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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