Il primo Papa statunitense della storia non è semplicemente il Papa dell’America. E, soprattutto, non è il Papa dell’America trumpiana. È da questa distinzione che Massimo Faggioli, storico della Chiesa e docente alla Villanova University e nostro editorialista, sviluppa il suo libro «Leone XIV e la Chiesa global», appena pubblicato Morcelliana (pp. 256, 20 euro). L’elezione di Robert Francis Prevost, l’agostiniano nato a Chicago, missionario in Perù, poi priore generale del suo ordine e uomo della Curia romana, viene letta come uno spartiacque: non solo per la Chiesa cattolica dopo Francesco, ma per il rapporto tra papato e mondo contemporaneo.
Nel nuovo pontefice Faggioli vede una figura al contempo panamericana, globale e romana, capace di incarnare un cattolicesimo diverso da quello identitario e ideologico che negli Stati Uniti ha spesso accompagnato l’ascesa del trumpismo. Il suo profilo agostiniano, il richiamo a Leone XIII e alla Rerum novarum, l’attenzione alla nuova questione tecnologica e sociale fanno di Leone XIV un Papa difficilmente incasellabile nelle categorie di progressista e conservatore.

Faggioli ragiona del significato storico del conclave del 2025, dell’«altra America» rappresentata da Prevost, della continuità e discontinuità con Francesco e del ruolo che il papato può ancora giocare in un mondo segnato da frammentazione geopolitica, crisi dell’umano e nuove forme di potere tecnologico. L’insediamento di Leone XIV è avvenuto nel contesto di una rottura dell’ordine internazionale liberale creato dopo la fine della Seconda guerra mondiale, che porta con sé una serie di incertezze riguardanti non solo l’asse transatlantico, ma anche i rapporti tra la Chiesa e il mondo, e all’interno della Chiesa globale. Tutti aspetti che rendono questo volume anche più interessante, non solo per studiosi di politica vaticana ma anche per chi cerca una bussola per orientarsi nel presente
Professor Faggioli, lei scrive che l’elezione di Leone XIV apre una fase nuova dopo il pontificato di Francesco. In che cosa consiste davvero questa novità?
L’elezione di Leone XIV ha aperto nuova fase nella storia della Chiesa perché il conclave del 2025 ha rotto il tabù dell’impossibilità dell’elezione di un Papa dagli Stati Uniti: nel Novecento il timore di fronte all’eventualità di eleggere un papa statunitense (o francese) era di un conflitto di interessi oppure di una paralisi da parte del capo della Chiesa di fronte all’egemonia imperiale della superpotenza. Invece Papa Leone ha dimostrato che c’è un modo diverso di interpretare la funzione papale specialmente in un momento in cui gli Stati Uniti stanno attraversando una fase di ridefinizione del loro ruolo globale ma anche della loro identità nazionale – oggi contesa - dal punto di vista interno. L’elezione di Leone XIV non si deve alla scelta di eleggere un papa anti-Trump, ma certamente nonostante i tentativi di influenzarlo il trumpismo ha dato paradossalmente maggiore libertà al conclave. I cardinali in conclave hanno compreso che la fine del secolo americano comportava una maggiore libertà per il papato ma anche una maggiore responsabilità di fronte alla situazione globale.
La generosità di Dio nei nostri confronti non è ingenua, ma sapiente, e sa cogliere in noi la possibilità di un bene di cui a volte nemmeno noi ci rendiamo conto. Per questo il Signore, che conosce bene il terreno del nostro cuore, meglio di quanto noi stessi lo conosciamo, non…
— Papa Leone XIV (@Pontifex_it) July 12, 2026
Lei definisce Leone XIV un papa «panamericano, globale e romano». È una formula efficace ma complessa: che cosa tiene insieme Chicago, il Perù, l’esperienza romana e la guida della Chiesa universale?
L’agostiniano Prevost è un prelato di periferia e di centro; anche all’interno della sua esperienza americana coniuga periferia e centro. Gli agostiniani non sono un ordine religioso famoso come i gesuiti, sono più periferici e meno noti al grande pubblico. Allo stesso tempo Prevost nasce e cresce a Chicago che è una delle capitali del cattolicesimo negli Stati Uniti. Questo coniugare periferia e centro continua anche nel resto della sua carriera ecclesiastica tra la missione in Perù, gli studi in diritto canonico a Roma, di nuovo in Perù, come superiore degli agostiniani in giro per il mondo ma basato a Roma, e poi l’esperienza di prelato di Curia Romana. È un percorso molto completo che è difficile da trovare tra i cardinali della Chiesa romana oggi. Ancora più difficile da trovare tra i vescovi e cardinali degli Stati Uniti: la sua è un’esperienza globale, meno segnata dalla cultura clericale nordamericana che spesso è molto americanocentrica e poco familiare col fatto che la chiesa cattolica è veramente universale.

Quali sono i riferimenti di Leone XIV a che pontefice del passato si ispira?
Il riferimento più importante è sicuramente sant’Agostino, il più importante padre della chiesa latina ma anche il più importante pensatore politico nella tradizione cristiana dell’età tardo antica che deve fare i conti con il collasso dell’Impero Romano d’occidente. In questo senso è chiaro perché Agostino è diventato specialmente negli ultimi quarant’anni il pensatore di riferimento di una teologia politica angloamericana che riflette sulla crisi dell’impero americano e ancora prima sulla fine della pax britannica. Il secondo riferimento è Papa Leone XIII, quello della enciclica Rerum novarum (1891) che apre una nuova pagina nella storia dei rapporti tra la chiesa cattolica e la modernità economica e politica. Prevost ha scelto come nome Papa Leone XIV perché fin da subito dopo la sua elezione ha reso chiaro che assistiamo ha una nuova rivoluzione tecnologica che ha un grande impatto sulla nostra idea di essere umano di società di politica e infatti ha dedicato la sua prima enciclica, Magnifica humanitas, a questa questione.
Leone XIV viene dagli Stati Uniti, ma lei insiste sul fatto che rappresenta “un’altra America”, cattolica, missionaria, non trumpiana. Può spiegarlo?
Leone XIV rappresenta chiaramente un tipo di cattolicesimo diverso rispetto al cattolicesimo americano bianco che ha votato in maggioranza (e per tre volte) per Donald Trump: sulle questioni internazionali, sull’immigrazione, su una certa devozione che Prevost mostra verso la storia americana (suo padre fu tra i soldati americani che sbarcarono in Normandia nel 1944 e poi qualche mese dopo nella Francia del sud), e in generale come tipo di persona e come stile. Ma Poi c’è anche il fatto che Prevost, nato nel 1955 e cresciuto in una famiglia cattolica, appartiene a un cattolicesimo novecentesco molto diverso dal nuovo tipo di cattolicesimo incarnato dai due possibili successori Donald Trump, ovvero il vicepresidente JD Vance e il segretario di Stato Marco Rubio che hanno un rapporto molto più ideologico col cattolicesimo (una propaganda religiosa piegata all’etno-nazionalismo, la riesumazione dell’anticomunismo, la lotta contro il radicalismo di sinistra “woke” ma anche quello critico contro il governo israeliano). Prevost rappresenta un’altra America anche nel senso che la sua identità religiosa non si è formata e non si presenta come lotta ideologica contro i nemici culturali di una certa parte politica. Si tratta chiaramente di un’altra America rispetto a quella degli ultimi trent’anni circa. Prevost lascia la sua America da giovane: vi rimane sempre legato, ma senza risentire di alcune sindromi tipiche che iniziano con le scomuniche teologico-politiche da parte conservatrice contro la presidenza Clinton e poi contro Obama.
Dopo Francesco, molti hanno cercato di leggere il nuovo pontificato con le categorie consuete: progressista o conservatore, continuità o discontinuità. Lei sembra suggerire che Leone XIV sfugga a questo schema. Perché?
Leone sfugge a questo schema che in realtà non si applicava interamente neanche a Papa Francesco. Ma per Leone è ancora più vero in quanto le sue radici agostiniane (un pensatore pre-moderno che non a caso viene usato molto dal pensiero post-moderno) rendono più difficile applicare categorie otto-novecentesche a un agostiniano che fa il Papa nel ventunesimo secolo. Lo schema progressista-conservatore rivela tutti i suoi limiti se applicato alla questione tecnologica oggi, per esempio. Non so se sia conservatore o progressista mettere in guardia contro gli effetti del dominio della tecnologia sull’essere umano, oppure rifiutare di prestarsi a certi usi della tecnologia per il controllo delle nostre vite. Elon Musk e Peter Thiel non sono chiaramente dei conservatori anche se politicamente hanno scelto Trump.
Quella in corso è una rivoluzione tecnologica che ci costringe a rivisitare certe categorie politiche perché il paradigma tecnocratico ridiscute i concetti di democrazia, partecipazione, diritti – per non parlare di cosa significa essere umano. Il cattolicesimo sociale specialmente negli USA è stato sempre trasversale rispetto alle categorie progressista o conservatore, perché si è trovato fin da subito a confronto con un sistema democratico che è stato sempre minacciato dagli istinti libertari del capitalismo americano. Se c’è una continuità forte tra Leone e Francesco (come anche con i predecessori) è l’attaccamento e la riformulazione della dottrina sociale come risposta al paradigma neo-liberale, sia in economia sia in politica.




