La visita del segretario di Stato americano Marco Rubio in Vaticano del 7 maggio arriva dopo un mese di tensioni senza precedenti tra Trump e Leone XIV (con effetti nei rapporti tra la Casa Bianca e il capo del governo italiano, Giorgia Meloni che Rubio incontrerà venerdì). Nella notte tra il 12 e il 13 aprile il presidente aveva lanciato via social media un attacco senza precedenti al Papa, il primo vescovo di Roma nato negli Stati Uniti, accusato di ostacolare la guerra contro l’Iran.
L’udienza si terrà alle 11.30 nel Palazzo Apostolico #Vaticano. Un incontro tra il #Papa e Rubio c’era già stato un anno fa, in occasione della Messa per l’inizio del ministero petrino. Leone XIV vedrà lo stesso giorno anche il premier polacco Tuskhttps://t.co/mcSw3ydMmj
Ma il vero caso diplomatico era iniziato settimane prima, in gennaio, dopo l’inizio della nuova politica estera dell’amministrazione Trump inaugurato dalla cattura del presidente Maduro in Venezuela e culminato (finora) con l’attacco all’Iran condotto insieme a Israele. Il 6 aprile era trapelata a mezzo stampa la notizia di una straordinaria e irrituale convocazione, in gennaio, al Pentagono del nunzio apostolico a Washington, il cardinale Christophe Pierre.
Il 7 aprile, lasciando Castel Gandolfo, Leone XIV invitava non solo a pregare per la pace, ma anche a contattare i parlamentari americani per fermare l’escalation in Iran: un gesto straordinario che ha riportato alla mente il vecchio sospetto (che John F. Kennedy dovette scacciare nel 1960 per essere eletto presidente) secondo il quale ogni cattolico sarebbe soggetto a una doppia lealtà, cittadino del proprio Paese e suddito del Papa e quindi, specialmente in tempi di guerra, un potenziale traditore di quella nazione-chiesa chiamata Stati Uniti.

L’8 aprile le diplomazie tentavano di ricucire con un incontro tra l’ambasciatore Usa presso la Santa Sede, Brian Burch e il nuovo nunzio a Washington, il milanese Gabriele Caccia, che il giorno dopo veniva ricevuto in udienza dal Papa. La tregua durava poche ore, fino all’intervento di Trump, che reagiva anche all’intervista televisiva dei tre cardinali ordinari di diocesi negli Usa (Blase Cupich di Chicago, Robert McElroy di Washington, e Joseph Tobin di Newark) che nella trasmissione di giornalismo investigativo più autorevole d’America, «Sixty Minutes», criticavano senza mezzi termini come immorali (ripetendo quanto già avevano affermato in una dichiarazione comune pubblicata il 19 gennaio) tanto la militarizzazione delle tattiche anti-immigrati quanto la guerra in Iran.
Questo viaggio di Rubio in Vaticano segnala l’ascesa del segretario di Stato: un cattolico atipico, tornato alla comunione con Roma dopo brevi affiliazioni in altre chiese, ma anche un classico politico di carriera per quanto riguarda i rapporti tra religione e politica. Per il Vaticano, rappresenta una vittoria parlare con Rubio invece che con Vance, a cui lo zelo del convertito (nell’anno 2019) ha creato una serie di episodi imbarazzanti nei rapporti col Papato.
Sulla direttrice tra Washington e un Vaticano sempre più anglofono, forse la parola di origine francese détente non è più di uso corrente come negli anni Settanta. Tuttavia, di questo si tratta, tra due potenze di potenza evidentemente asimmetrica, le cui traiettorie in politica estera sono sempre più divergenti se non confliggenti. Ma l’una ha bisogno dell’altra.
Gli Stati Uniti di Trump, in cui si vota tra sei mesi e Rubio guarda già al post-Trump, tengono ad avere buoni rapporti col Papato anche per tenere insieme quella coalizione politica tra la versione aggiornata della vecchia «destra religiosa» (di cui il cattolicesimo è diventato col tempo azionista di maggioranza relativa) e la nuova tecno-destra autoritaria di Elon Musk, Peter Thiel e gli ideologi della «repubblica tecnologica» post-democratica. Il Vaticano ha bisogno di buoni rapporti con gli Usa perché, sebbene in relativo declino, gli Stati Uniti sono ancora, e rimarranno per lungo tempo, una superpotenza all’interno della chiesa globale.




