Opinioni

Leone XIV, la crisi d’Israele e i cristiani d’Oriente

Il Vaticano non tace di fronte a quanto sta avvenendo a Gaza e in Libano, ma ci sono anche evidenti limiti a quanto può fare
Massimo Faggioli

Massimo Faggioli

Editorialista

Papa Leone XIV - Foto Ansa/Angelo Carconi © www.giornaledibrescia.it
Papa Leone XIV - Foto Ansa/Angelo Carconi © www.giornaledibrescia.it

Le incerte sorti della guerra in Iran sembrano ormai distinte da quelle del fronte libanese. La tattica delle forze armate israeliane per disarmare Hezbollah sembra ricalcare quella della devastazione urbana e degli sfollamenti di popolazione usata per Gaza, di cui Leone XIV ha parlato di nuovo il 26 maggio, ricordando al mondo la difficoltà di far giungere aiuti alla popolazione. Il Libano è centrale per la politica mediorientale del Vaticano e per la sopravvivenza del cristianesimo (non solo cattolico) nella regione.

Il Libano è «un mosaico di diversità da ricomporre» (come ha scritto Riccardo Cristiano) senza il quale non è immaginabile in Medio Oriente una presenza cristiana che non sia puramente museale. Questo è ancora più vero oggi, vista la posizione del Libano di fronte all’assertività neo-ottomana della Turchia di Erdogan e le incertezze per il futuro della Siria e delle chiese di lingua siriaca, storico snodo per l’equilibrio tra anima occidentale e orientale del cristianesimo.

Gli attacchi di Israele in Libano avvengono nel contesto di un sensibile peggioramento, iniziato dopo la reazione militare agli attacchi del 7 ottobre 2023, nei rapporti tra Vaticano e lo stato ebraico, che hanno dimensioni diplomatiche, politiche e interreligiose. Sul fronte diplomatico, Francesco prima e Leone XIV poi sono state tra le poche voci sulla scena internazionale che non hanno taciuto su quanto stava avvenendo a Gaza. Le differenze nel tono dei testi dei comunicati del Vaticano e di Israele in occasione dei colloqui tra il papa e il presidente Herzog (come anche gli account social media dell’ambasciata israeliana presso la Santa Sede) danno un’idea di quanto siano tese le relazioni.

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu in visita alla Divisione 36 dell'Idf - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu in visita alla Divisione 36 dell'Idf - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Nei rapporti interreligiosi, è diventato normale sentire e vedere in video le azioni intimidatorie verso i cristiani (residenti e pellegrini) a Gerusalemme da parte di ebrei ultraortodossi – mentre invece altri ebrei israeliani hanno deciso di prestare un servizio civile proteggendo i cristiani da questi attacchi. Leone XIV ha citato ripetutamente il documento del Vaticano II Nostra aetate che nel 1965 diede un nuovo inizio alle relazioni ebraico-cristiane. Da allora sono stati fatti molti passi in avanti, ma negli ultimi anni anche alcuni, gravi passi indietro.

Poi c’è una questione interna al mondo cattolico. È la nascita di una teologia del «sionismo cattolico» in area angloamericana, versione del «sionismo cristiano» delle chiese protestanti fondamentaliste negli Stati Uniti. È una teologia che propone ai cattolici un riconoscimento dell’azione di Dio nel radunare il popolo ebraico nello Stato di Israele e delle richieste fatte dal popolo ebraico riguardo alla terra: una teologia tutt’altro che popolare tra i cristiani arabi e palestinesi, ma anche nel «sud globale» della chiesa. Sulla questione teologica la Santa Sede non si pronuncia, ma allo stesso tempo non tace nei confronti degli effetti, a livello di pratica politica del governo Netanyahu, della torsione della costituzione materiale dello Stato di Israele in senso sempre più etno-centrico e religiosamente fondamentalista, specialmente a partire dalla Legge Fondamentale del 2018 su «Israele come Stato-nazione del popolo ebraico».

In questo scenario, in un collegio cardinalizio sempre più globale ma anche oscurato dalla leadership papale, una delle voci più importanti è diventata quella del Patriarca di Gerusalemme dei Latini, Pierbattista Pizzaballa. Ma la questione tocca direttamente il pontificato di Leone XIV. Gli Stati Uniti da cui il papa proviene sono il primo alleato militare, politico e ideologico di Israele, e il cattolicesimo negli USA è molto più cauto, rispetto al cattolicesimo europeo, quando parla dello Stato di Israele. Prevost – Leone XIV è più libero rispetto ai cattolici americani, ma è anche soggetto al giudizio dell’opinione pubblica mondiale. Non si può dire che il Vaticano di Leone XIV sia silente rispetto a quanto sta avvenendo a Gaza e in Libano. Ma ci sono anche evidenti limiti a quanto può fare in questa epoca di geo-politica e teo-politica di potenza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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