Cronaca

Franco Gala, una vita alla Caffaro: «Nessuno stupore, noi sapevamo»

L’ex lavoratore: «Per anni si fecero sperimentazioni per la De Nora, vennero inseriti anche dei radioisotopi»
Una foto d'epoca che ritrae i lavoratori della Caffaro
Una foto d'epoca che ritrae i lavoratori della Caffaro

Franco Gala non ha bisogno di fotografie per ricordare la Caffaro. Dopo quasi trent’anni dentro lo stabilimento, soprattutto nel reparto Cloro Soda, ricorda ancora i turni, gli impianti, le sostanze che passavano da una lavorazione all’altra. E ricorda una fabbrica che era anche una comunità: le cene con i colleghi, le colonie per i figli, un posto di lavoro che negli anni Sessanta dava da vivere, tra dipendenti e imprese, a circa duemila persone. Gala andò in pensione nel 1998. Tre anni dopo Brescia scoprì il disastro ambientale. Lui, dice oggi, non scoprì quasi nulla.

Franco Gala - © www.giornaledibrescia.it
Franco Gala - © www.giornaledibrescia.it

Quando, nel 2001, esplose il caso Caffaro fu sorpreso?

No, per nulla. Per noi lavoratori era normale sapere quello che si produceva e quello che andava nel fosso. Sapevamo benissimo quello che c’era in Caffaro.

Sapevate anche che si inquinava?

Certo. Le dirò di più: negli ultimi anni avevamo fatto delle battaglie sindacali e avevamo rinunciato a soldi in busta paga prorprio per l’inquinamento. L’obiettivo era indurre la Caffaro a modificare gli impianti e inquinare meno. Anche per salvaguardare il posto di lavoro: se io inquino meno posso andare avanti.

Quindi anche i vertici dell’azienda erano consapevoli?

Dell’inquinamento? Senz’altro. Lo sapevano per forza, perché quella roba si produceva. Si cercava di depurare il più possibile, però più di qualcosa scappava sempre. Non c’era certo la perfezione.

Nel suo reparto il problema principale era il mercurio?

Sì. Prima di scaricare le acque cercavamo di togliere più mercurio possibile e una parte veniva recuperata perché era prezioso. Le protezioni comunque c’erano. Potevamo fare la doccia, cambiavamo i vestiti. Dagli anni Settanta abbiamo iniziato a fare visite mediche, analisi del sangue e delle urine. Ogni reparto aveva controlli specifici.

Avevate paura?

Sapevamo che c’era il rischio. Avevamo l’indennità di rischio e basta. Diverso era per le sperimentazioni.

Che tipo di sperimentazioni erano? Che cosa ricorda?

La sala celle era tra le più avanzate al mondo per la produzione di cloro. Gli impianti erano della De Nora di Milano e c’era un accordo con la Caffaro per fare esperimenti, provare migliorie e rinnovare le celle. Per alcuni anni vennero inseriti anche dei radioisotopi.

Radioisotopi?

Sì, venivano con una valigetta con il segnale di pericolo radioattivo e inserivano una piccola dose nelle celle. È andata avanti per parecchio tempo, cinque o sei anni.

Voi sapevate perché venivano utilizzati?

No, non sapevamo a che cosa servissero. Lo sapeva la De Nora, la ditta che costruiva gli impianti. Non sapevamo neanche la quantità. Questa cosa non l’ha mai detta nessuno e a noi preoccupava un po’.

Si ricorda il primo giorno di lavoro alla Caffaro?

Mi sembrava di essere tornato nel Burundi. Venivo da quasi due anni in Australia ed era tutto un altro tipo di lavoro. Il vecchio impianto dove cominciai era un disastro: quello sì che inquinava da matti. Quando costruirono quello nuovo, ma siamo già negli anni Settanta, il vecchio venne dismesso e ripulito alla buona.

Eppure lei della Caffaro parla con affetto.

Mi piaceva anche. Tra operai c’era un clima molto familiare. Si litigava, poi ci si metteva d’accordo. Facevamo le cene insieme, con le mogli e i bambini. La Caffaro mandava anche i figli dei dipendenti in colonia.

Oggi vede lo stabilimento che viene demolito. Che effetto le fa?

Vedo che si perde quella che per Brescia è stata una grande fabbrica, che ha dato lavoro a tante persone. Nel 1968 eravamo circa duemila, contando lavoratori, imprese e cooperative. Poi lentamente hanno dismesso tutto.

Riesce ancora a considerarla una grande fabbrica?

Per quello che è stata per Brescia, assolutamente sì. 

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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