Da Seveso a Caffaro, Brescia «riattiva» il Centro di storia dell’ambiente

La Fondazione Luigi Micheletti organizzerà un convegno nazionale dedicato ai cinquant’anni del disastro il 17 ottobre al Museo del Ferro del Musil
Tecnici al lavoro nel sito contaminato di Seveso in una foto del 1976 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Tecnici al lavoro nel sito contaminato di Seveso in una foto del 1976 - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Per capire quanto Seveso abbia cambiato l’Italia, basta fare un salto a Brescia. Quando, all’inizio degli anni Duemila, esplose il caso Caffaro, il primo titolo nazionale non cercò una definizione nuova, scelse semplicemente quella che tutti avrebbero capito: «A Brescia una Seveso bis».

Bastavano quelle due parole per evocare la portata della questione: la diossina, la paura, la contaminazione, il conflitto tra lavoro e salute, il sospetto che il prezzo dello sviluppo fosse stato pagato da qualcun altro. Seveso era già diventata qualcosa di diverso da un Comune della Brianza: era entrata nella quotidianità come il nome che si dà ai disastri ambientali dirompenti. Succede raramente: i luoghi, di solito, restano luoghi; qualcuno, invece, finisce per trasformarsi in una categoria della storia. Seveso è uno di questi.

La nube di diossine

Il 10 luglio di cinquant’anni fa, l’esplosione del reattore dell’Icmesa e la nube di diossine che investì la Brianza cambiarono molto più del destino di un territorio: cambiarono il modo in cui l’Italia guardava all’industria. Da quella mattina nacquero una nuova coscienza civile, nuove battaglie ambientaliste, un diverso modo di fare ricerca, fino alla Direttiva Seveso che avrebbe cambiato la normativa europea sul rischio industriale.

Lo stabilimento Caffaro a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
Lo stabilimento Caffaro a Brescia - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it

Soprattutto cambiò il modo di guardare alle fabbriche: fino ad allora il racconto della modernizzazione era stato soprattutto quello della crescita economica, del lavoro, della ricostruzione, del benessere. Seveso mostrò l’altra faccia di quella storia: per la prima volta diventò impossibile raccontare il progresso senza interrogarsi anche sulle sue conseguenze.

È una domanda che, mezzo secolo dopo, resta sorprendentemente attuale. Perché la storia di Seveso non si è fermata in Brianza: ha attraversato Porto Marghera, l’Acna di Cengio, la Terra dei Fuochi, i Pfas, i grandi Siti di interesse nazionale ancora in attesa di bonifica. E naturalmente Brescia, dove il caso Caffaro è diventato uno dei simboli più evidenti dell’eredità dell’industrializzazione del Novecento.

A Brescia

Anche per questo la Fondazione Luigi Micheletti ha deciso di ripartire da Seveso. La scelta ha un significato che va oltre il calendario delle ricorrenze. Il 17 ottobre, al Museo del Ferro del Musil (via del Manestro 107, a Brescia), il Centro di storia dell’ambiente organizzerà un convegno nazionale dedicato ai cinquant’anni dal disastro. Il titolo è già una dichiarazione d’intenti: «Industrie pericolose e inquinanti: a che punto sono la prevenzione e le bonifiche?». Più che una commemorazione, una verifica. Per capire se, mezzo secolo dopo, il Paese abbia davvero imparato qualcosa da quella vicenda.

Ma l’appuntamento è anche il primo tassello di una novità che attraversa la vita culturale bresciana. Dopo gli anni difficili seguiti alla scomparsa di Giorgio Nebbia e del presidente Aldo Rebecchi e dopo la crisi attraversata dall’istituto, riparte infatti il Centro di storia dell’ambiente della Fondazione Micheletti, uno dei progetti culturali più originali.

Strutture in disuso all'interno della Caffaro - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it
Strutture in disuso all'interno della Caffaro - Foto Gabriele Strada/Neg © www.giornaledibrescia.it

Quel Centro, nato alla fine degli anni Novanta da un’intuizione di Giorgio Nebbia e Pier Paolo Poggio, è stato uno dei primi luoghi in Italia a sostenere che la storia dell’ambiente non fosse una disciplina specialistica, ma un modo diverso di leggere il Novecento. Non studiare solo la natura, ma il rapporto tra economia ed ecologia. Non limitarsi ai disastri, ma capire come si costruiscono. Non raccontare le bonifiche senza ricostruire le industrie che le hanno rese necessarie.

In altre parole, mettere insieme ciò che troppo spesso viene separato: tecnica, lavoro, salute, politica, territorio. È da questa idea che sono nati il Centro e la rivista Altronovecento. Ed è sempre da questa idea che, negli anni, è cresciuto un patrimonio archivistico unico nel panorama italiano. La Fondazione conserva le carte di Laura Conti, di Giorgio Nebbia, di Virginio Bettini e di molti altri studiosi che hanno contribuito a costruire la cultura ambientale del Paese.

Archivi e ricerca

Con la presidenza di Ettore Fermi, il Centro di storia dell’ambiente torna a essere uno degli assi strategici della Fondazione: a coordinarlo sarà Marino Ruzzenenti e, soprattutto, torna a collaborare Pier Paolo Poggio, che di quel progetto era stato uno dei principali artefici. Accanto a lui si affaccia una nuova generazione di ricercatori bresciani, chiamata non tanto a custodire un’eredità quanto a rimetterla in circolo. La sfida è quella di rendere accessibile un patrimonio di oltre quaranta fondi archivistici dedicati all’ambiente, all’industria, alla salute, alle trasformazioni del lavoro dimostrando che gli archivi non sono depositi della nostalgia, ma strumenti per leggere il presente.

In fondo è questo che rende Seveso diversa da un semplice anniversario. Non ci ricorda soltanto quello che è successo cinquant’anni fa: ci ricorda che ogni volta che una comunità discute di una bonifica che non arriva, di un terreno contaminato, di una fabbrica, di un impianto chimico, di una falda inquinata o del prezzo ambientale dello sviluppo, sta tornando a quella mattina del 10 luglio 1976.

E forse è anche questo il senso della scelta della Fondazione Micheletti di ripartire proprio da lì. La memoria di Seveso non è un esercizio retrospettivo, è uno strumento. E forse il compito di un luogo come il Centro di storia dell’ambiente è proprio questo: evitare che il prossimo disastro debba insegnarci, ancora una volta, quello che avremmo già dovuto imparare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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