Tra le bandiere gialle e quelle tricolori del PalaLeonessa Ettore Prandini non è solamente il padrone di casa, è il nocchiero della nave dell’agricoltura italiana. Per oltre mezz’ora parla a braccio, incantando e infuocando il pubblico, rivolgendosi alla premier Giorgia Meloni e ai ministri da pari a pari. E ne ha per tutti e tutto, puntando il dito contro una certa Europa «troppo attenta a burocrazia e regole» e l’Italian sounding, sostenendo l’etichetta d’origine e gli investimenti nella ricerca - «si pensi alle Tecniche di evoluzione assistita» -, e puntando sulla necessità di una «sovranità agricola che sia di popolo, che sia identità, territorio, futuro e soprattutto economia».
E poi c’è il capitolo energia. Qui Prandini apre un portone più che una semplice porta, a favore del nucleare, «un’energia che tecnicamente è totalmente diversa da quella di 30 anni fa» e che nei piani del presidente nazionale di Coldiretti rappresenterebbe una soluzione per rilanciare la competitività dell’economia italiana, agroalimentare ovviamente in primis.
Bruxelles
È un fiume in piena Prandini, che proprio nel già citato decisore europeo – nel solco delle proteste dei mesi scorsi a Bruxelles – vede un bersaglio al quale non risparmiare colpi. «Se l’Europa vuole dimostrare di avere un senso, questo è il momento: oggi ha davanti una grande opportunità - le sue parole –. Serve il coraggio di una politica sostenuta da risorse vere, anche attraverso nuovo debito europeo o gli eurobond, per aiutare tutti gli Stati senza alimentare una competizione interna tra Paesi membri».
Perché l’Ue «è già il continente più sostenibile a livello globale e l’Italia è la più virtuosa in questo senso. Ma c’è modo e modo di fare rappresentanza e c’è chi la interpreta complimentandosi con Ursula von der Leyen e sostenendo che, se abbiamo recuperato i fondi per la Pac (vale 90 miliardi ndr), il merito sia suo. È falso ed è ipocrita, perché se quelle risorse sono state garantite lo si deve al lavoro del Governo italiano».
E al grido di «non permetteremo loro di distruggere la filiera agroalimentare così come hanno fatto con il settore automobilistico» il presidente di Coldiretti snocciola alcuni dei temi cari alla sua organizzazione. A cominciare dalle infrastrutture, «che possono rappresentare una grande leva di crescita e sviluppo nel bacino del Mediterraneo, anche guardando all’Africa – afferma – . Penso poi al trasporto ad alta velocità, capace di collegarci fino al cuore dell’Europa». C’è poi la battaglia alla carne coltivata, sfociata in una legge ad hoc varata dall’esecutivo Meloni, la valorizzazione delle nuove generazioni, e la visione del cibo come «identità, territorio, valore economico, biodiversità», utile a garantire un futuro anche in ottica di «salute e sanità».
E poi ci sono i numeri, «con la filiera che vale 707 miliardi e nel 2026 potrebbe raggiungere la cifra record di 77 miliardi di export. Noi siamo la vera punta di diamante del Paese e siamo anticiclici: può succedere qualsiasi cosa, ma il comparto agroalimentare italiano non si fermerà mai».




