Cronaca

Costa in tour per il bilancio dell’Ue, ma i frugali frenano sulla spesa

Al centro ci sono difesa, competitività e agricoltura, ma è scontro sulla previsione da 2mila miliardi. Il presidente del Consiglio europeo: «Ora bisogna investire»
Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa è stato ospite del primo ministro ceco Andrej Babis - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa è stato ospite del primo ministro ceco Andrej Babis - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Quasi duemila miliardi di euro da distribuire in sette anni, mentre l’Europa è chiamata a spendere di più per difesa, competitività, innovazione, sostegno all’Ucraina e allargamento. Ma anche a continuare a finanziare le sue politiche storiche, dall’agricoltura alla coesione. È intorno a questo difficile equilibrio che si sta aprendo una delle trattative più delicate dei prossimi mesi: quella sul bilancio pluriennale dell’Unione europea per il periodo 2028-2034.

Una trattativa entrata ormai nella fase politica vera e propria. Dal 25 agosto al 17 settembre il presidente del Consiglio europeo António Costa è impegnato nel suo «giro delle capitali», una serie di incontri con la maggior parte dei leader dei Ventisette pensata per raccogliere priorità, preoccupazioni e linee rosse dei singoli governi. Sul tavolo ci sono difesa, competitività, mercato unico, Ucraina e allargamento. Ma lo stesso Costa ha chiarito che il tema fondamentale sarà il prossimo bilancio a lungo termine dell’Unione.

Il contesto, del resto, è molto diverso da quello in cui venne approvato l’attuale quadro finanziario. Guerra in Ucraina, aumento delle spese militari, necessità di rafforzare l’industria europea e la sicurezza economica hanno aggiunto nuove voci a un bilancio che già deve sostenere agricoltura, territori e politiche di coesione.

«Ora più che mai dobbiamo investire in difesa e sicurezza, competitività e innovazione e resilienza strategica», ha spiegato Costa a Praga dopo l’incontro con il primo ministro ceco Andrej Babiš. Ma il presidente del Consiglio europeo ha anche sottolineato la necessità di preservare «i pilastri fondamentali del sostegno alle nostre regioni: la coesione e la politica agricola».

Ed è proprio qui che cominciano i problemi. La Commissione europea ha proposto un bilancio da quasi duemila miliardi di euro. Una cifra molto più alta di quella dell’attuale settennio, pensata per finanziare le nuove priorità senza comprimere eccessivamente quelle tradizionali. Ma il fronte dei Paesi «frugali» chiede di ridimensionarla di diverse centinaia di miliardi.

Gli Stati

A Berlino si sono riuniti Germania, Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia. Sono tutti contributori netti al bilancio europeo, cioè Paesi che versano nelle casse dell’Unione più di quanto ricevano attraverso programmi e fondi. Insieme finanziano circa il 40% del bilancio Ue e proprio per questo esercitano tradizionalmente un forte peso nei negoziati.

L’etichetta di «frugali» indica il gruppo di Stati del Nord e del Centro Europa che chiedono un bilancio comunitario più contenuto, maggiore disciplina nella spesa e un controllo stretto sui contributi nazionali. Negli ultimi anni alcuni di loro preferiscono definirsi «modernizzatori»: non contestano necessariamente la necessità di spendere di più in settori come difesa e competitività, ma chiedono di trovare le risorse attraverso tagli o riduzioni delle politiche considerate meno prioritarie.

La loro posizione è stata sintetizzata in una nota congiunta: «In un momento in cui praticamente tutti gli Stati membri stanno realizzando dolorosi risanamenti dei conti pubblici, il bilancio dell’Ue non può rappresentare un’eccezione».

Le proposte

La richiesta è quindi di tagliare la proposta della Commissione di «diverse centinaia di miliardi di euro». Sul totale da raggiungere, tuttavia, il fronte non è ancora completamente compatto. Berlino punterebbe a portare il bilancio a circa 1.600 miliardi, 400 miliardi in meno rispetto alla proposta della Commissione. La Svezia chiede invece che i contributi nazionali non superino l’1% del reddito nazionale lordo, contro l’1,26% previsto nella proposta europea. I Paesi Bassi guardano soprattutto all’aumento del proprio contributo nazionale.

Il cancelliere tedesco Friedrich Merz ha rivendicato la volontà del gruppo di «difendere realismo e riforme» nei negoziati. «Non siamo avari», ha sostenuto, ma gli stanziamenti proposti dalla Commissione sarebbero «fuori dal tempo». Sulla stessa linea la premier danese Mette Frederiksen, che chiede un bilancio capace di dare priorità a sicurezza e competitività, ma allo stesso tempo «responsabile e comprensibile per i cittadini».

Il rischio è che il confronto si trasformi in uno scontro tra due diverse visioni dell’Europa. Dall’altra parte ci sono infatti gli «Amici della coesione», un gruppo di 17 Stati - compresa l’Italia - che vuole difendere soprattutto i fondi destinati all’agricoltura, alla pesca e alle Regioni. Per questi Paesi, ridurre drasticamente il bilancio rischierebbe di far ricadere il costo delle nuove priorità sulle politiche che negli ultimi decenni hanno rappresentato il cuore dell’intervento europeo sui territori.

Le reazioni

Le prime reazioni sono già arrivate anche dal Parlamento europeo. Il co-relatore del bilancio Siegfried Muresan ha avvertito che tagliare i finanziamenti destinati agli agricoltori e alle Regioni finirebbe per indebolire l’Europa.

Costa prova invece a indicare una terza strada: le nuove «risorse proprie» dell’Unione, vale a dire entrate direttamente destinate al bilancio europeo che consentirebbero di finanziare maggiori investimenti senza aumentare in maniera eccessiva i trasferimenti richiesti ai governi nazionali. «La maggior parte del bilancio è finanziata dai contributi nazionali degli Stati membri ed è necessario mantenerli entro limiti ragionevoli», ha spiegato a Praga. Per questo, secondo Costa, le nuove risorse proprie dovranno essere «un elemento cruciale del pacchetto complessivo». Sul tavolo resta anche il tema del debito comune. I Paesi frugali hanno già chiarito la loro contrarietà a una nuova emissione condivisa sul modello del Next Generation Eu, restringendo ulteriormente lo spazio per un compromesso.

La corsa, intanto, è contro il tempo. Costa vuole arrivare a un’intesa entro la fine del 2026, in modo da evitare ritardi nell’avvio dei programmi finanziati dal nuovo bilancio dal 2028. E anche il calendario politico spinge in questa direzione: il 2027 sarà un anno elettorale in diversi Stati membri e chiudere la trattativa prima dell’avvio delle campagne ridurrebbe il rischio che il negoziato resti ostaggio delle dinamiche politiche nazionali.

Il tour delle capitali serve proprio a questo: capire fin dove ciascun governo è disposto a spingersi e dove potrà essere costruito il compromesso. Perché sulla carta tutti concordano sulla necessità di un’Europa più forte, autonoma e capace di investire. Il vero scontro comincia quando bisogna decidere quanto spendere, chi deve pagare e soprattutto cosa tagliare.

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