Si ripete, in parte, il copione che precedette l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Tra fine 2021 e inizio 2022 l’intelligence Usa diffuse dichiarazioni senza precedenti: la Russia si preparava a invadere, spiegava, indicando numero e posizione delle truppe mobilitate. Nel novembre 2021 l’allora direttore della Cia William Burns volò a Mosca per incontrare i vertici del Cremlino, incluso il direttore del Servizio informazioni estero (Svr), Sergej Naryškin, nel tentativo di scongiurare l’invasione.
Ora l’intelligence Usa afferma da settimane che la Russia starebbe preparando un’aggressione ibrida contro un paese Nato, soprattutto la Polonia. Si tratterebbe di un’applicazione congiunta di strategie ibride già sperimentate dal Cremlino: attacchi informatici, sabotaggi, assassinii, sconfinamenti di droni o paramilitari e persino attacchi diretti poi attribuiti all’Ucraina (che a sua volta ha più volte fatto sconfinare droni nello spazio aereo Nato per colpire la Russia). Il nuovo direttore della Cia, John Ratcliffe, è quindi volato a Mosca per incontrare Naryškin. L’obiettivo è quasi certamente dissuadere Putin dal provocare direttamente un paese Nato.
Intanto più fonti indicano che il presidente russo starebbe valutando un’escalation in Ucraina: bombardamenti ancora più intensi e una nuova chiamata alle armi per tentare la spallata nel Donbas. Allo stesso tempo, un gruppo hacker russo afferma di aver pubblicato un’analisi segreta di Sberbank, la più importante banca statale russa, sulla possibile evoluzione della guerra.
Lo scenario più probabile sarebbe un «accordo di Trump» (32%): conflitto congelato, Ucraina fuori dalla Nato, parziale revoca delle sanzioni e controllo russo de facto delle quattro regioni occupate. Seguono un congelamento «alla coreana» senza accordo formale (22%) e altri 2-3 anni di guerra (15%). Una pace imposta dall’«esaurimento dell’Occidente» vale il 12%; una decisiva vittoria russa il 7% e richiederebbe una nuova mobilitazione di 300-500mila uomini. Un vero compromesso è stimato al 5%, una pace alle condizioni ucraine ed europee al 2%. Un altro 5% riguarda «cigni neri», dall’escalation nucleare allo scontro Nato-Russia.
Per chi osserva la politica dei potenti da fuori dalle stanze dei bottoni, non resta che interpretare i fatti alla luce dell’evidenza storica e di un ragionamento plausibile. La situazione attuale appare quindi come un gioco di specchi nel quale si intrecciano escalation e diplomazia. Quasi certamente Mosca inasprirà l’offensiva in Ucraina: le difese aeree di Kiev sono sempre più in difficoltà, fabbriche della difesa e infrastrutture sempre più sotto tiro e nel Donbas, a differenza del fronte meridionale, l’iniziativa resta russa. Al contempo, il viaggio di Ratcliffe e il memo Sberbank potrebbero appartenere a un canale diplomatico parallelo, volto a segnalare cosa Putin potrebbe accettare per scongiurare l’escalation – o cosa intenda ottenere tramite essa.

La scelta dell’Svr come interlocutore non è casuale. Nell’intelligence russa, l’Svr coltiva l’immagine di un servizio vecchio stile, più discreto e meno direttamente associato di Fsb e Gu (rispettivamente intelligence interna e militare) a repressione interna, assassinii e sabotaggi in Occidente. Il memo Sberbank, inoltre, è stato giudicato da esperti russi quasi certamente generato con l’intelligenza artificiale. Potrebbe dunque non essere autentico, ma un falso fatto filtrare dal Cremlino per indicare le condizioni di un cessate il fuoco: Ucraina fuori dalla Nato, parziale revoca delle sanzioni e controllo russo de facto del sudest ucraino. Putin potrebbe accettare tale opzione perché essa gli permetterebbe di presentarsi come vittorioso in patria, lasciando anche un’Ucraina indebolita e attraversata dalle tensioni accumulate durante la guerra e da quelle prodotte da una pace punitiva. E quindi più vulnerabile a una rinnovata aggressione russa.
Giovanni Cadioli, Dipartimento di scienze politiche, giuridiche e studi internazionali, Università di Padova



