Antenne 5G e polemiche: chi le approva? Come funziona l’iter

La presenza di antenne 5G, a Brescia come ad altre latitudini, veicola spesso polemiche e dibattiti accesi: sui rischi per la salute, ma anche sugli impatti ambientali di queste infrastrutture. Il rovescio della medaglia sono gli innegabili vantaggi tecnologici offerti dalla loro installazione.
In provincia è un tema ricorrente: ad Anfo, lo scorso dicembre, le proteste di alcuni residenti erano state innescate dall’improvvisa presenza di un’antenna alta 20 metri, colpevole di «coprire la vista delle cime di Meghè». A Gussago la diatriba si trascina da tempo, ma s’intravede finalmente un punto di caduta: un’area individuata dal «piano antenne», strumento di cui i Comuni sono legittimati a dotarsi dalla legge, come «idonea» a ospitare una simile infrastruttura.
E ancora a Sabbio Chiese, dove l’Amministrazione si era opposta alla richiesta di autorizzazione di una società, promuovendo una raccolta firme. A Nave il Comune era riuscito a ottenere uno spostamento rispetto ad un’area individuata in prima battuta, troppo vicina alle scuole medie. A Brescia il tema, che riguarda da vicino i residenti di diversi quartieri (dal Primo Maggio all’Abba), aveva provocato la polemica tra il centrodestra e la maggioranza sulla necessità di adottare un piano per razionalizzare la presenza delle antenne in città.
Per fare chiarezza sul tema, abbiamo interpellato Fabio Baronio, professore ordinario di Campi elettromagnetici e direttore del Dipartimento di Ingegneria dell’Informazione all’Università degli Studi di Brescia.
Professore, è possibile sapere quante antenne sono state installate in provincia di Brescia?
«Non in maniera precisa. Alcuni Comuni si sono dotati di un piano elettromagnetico, e quindi le censiscono. In altri casi questi dati vengono fatti confluire nel Pgt. Quello di Brescia, ad esempio, aveva effettuato tra il 2007 e il 2008 una mappatura degli impianti di telefonia cellulare, con il contributo dell’Università degli Studi di Brescia, da cui risultavano alcune zone con maggiori concentrazioni di onde a radiofrequenza. Negli anni le compagnie telefoniche hanno però continuato e modificato le installazioni, e il piano non è più stato aggiornato».

Ci parli meglio di questo piano.
«La legge quadro sulla protezione dall’esposizione ai campi elettromagnetici del 2001, all’articolo 8, prevede che i Comuni possano adottare un regolamento per “assicurare il corretto insediamento urbanistico e territoriale degli impianti, e minimizzare l’esposizione della popolazione ai campi elettromagnetici”. Per farla breve, questo piano consente alle Amministrazioni di fornire indicazioni agli operatori, nell’ottica di limitare l’impatto elettromagnetico sui propri cittadini».

In che modo viene approvata l’installazione di un’antenna?
«In genere non è l’azienda di telecomunicazione a richiederla, ma un operatore privato che poi le affitta a queste società. Questi stipula un contratto con il proprietario – che sia pubblico o privato – dell’edificio o del terreno dove intende installare l’antenna. Dopodiché va inoltrata la richiesta al Comune».
A questo punto servono il parere di Arpa, che verifica l’esposizione dei residenti alle onde elettromagnetiche, e l’autorizzazione paesaggistica.
«Esattamente, anche se poi questi passaggi variano di caso in caso. Se l’antenna viene installata in una zona industriale, ad esempio, è difficile che venga chiamata in causa la Soprintendenza».
Quali vantaggi offre questa tecnologia?
«Il 5G consente una velocità di trasmissione dei dati di gran lunga superiore a quella delle reti del passato. Se con il 4G impieghiamo ad esempio circa 40 secondi per scaricare un film da un gigabyte, e con il 3G servivano addirittura quattro ore, con la rete 5G il tempo di attesa scende sotto la soglia del secondo. Questo implica, tra le altre cose, poter connettere apparati che rispondono in tempo reale ai comandi: in agricoltura, ad esempio, un mezzo in un campo controllato da remoto. Fino a cinque anni fa era impensabile».

Ci sono rischi per la salute?
«Se si superano i limiti previsti per legge sì, possono esserci degli effetti collaterali. Tali limitazioni vengono introdotte proprio per minimizzare questi rischi».
Qual è la soglia massima in Italia?
«È fissata a 15 volt su metro. Prima era più bassa: 6 volt su metro. Quest’innalzamento è stato frutto di un bilanciamento: un po’ per adeguarsi agli altri Paesi europei, e un po’ perché con le nuove tecnologie quel limite veniva spesso superato. Innalzare queste soglie, inevitabilmente, significa prendersi qualche rischio in più».
È vero che non esistono evidenze sugli effetti a lungo termine dell’esposizione alle onde elettromagnetiche, anche nei limiti fissati dalla legge?
«Sì. La normativa è parametrata agli effetti a breve termine, non a quelli a lungo termine. E la mano sul fuoco, per ovvi motivi, non può metterla nessuno».
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