Politica

«Mosca ci mette alla prova, le democrazie occidentali devono imparare a reagire»

L’intervista a Gastone Breccia, storico militare e docente all’Università di Pavia: «Più che di guerra ibrida bisognerebbe parlare di modo ibrido di condurre la guerra. Esistono modi per danneggiare l’avversario che si mantengono al di sotto della soglia della guerra aperta»
Carlo Muzzi

Carlo Muzzi

Vicedirettore

Guerra dei droni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Guerra dei droni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Non c’è più soltanto la guerra e non c’è più, forse, nemmeno la pace come l’abbiamo conosciuta. Tra i due estremi si è allargata una «zona grigia» nella quale gli Stati possono colpire gli avversari senza oltrepassare la soglia del conflitto aperto: attacchi informatici, sabotaggi, disinformazione, interferenze nei processi elettorali, pressioni sull’opinione pubblica. Se è cambiato il modo di fare la guerra, sostiene Gastone Breccia, è cambiata anche la pace. Storico militare e docente all’Università di Pavia, Breccia ha appena pubblicato «L’età della pace ibrida. Le democrazie alla prova», Scholé-Morcelliana (128 pagine, 12 euro).

Professor Breccia, nel suo ultimo libro parla di «pace ibrida». Che cosa intende con questa espressione e che rapporto ha con la cosiddetta guerra ibrida?

Più che di guerra ibrida bisognerebbe parlare di modo ibrido di condurre la guerra. La guerra ibrida, di fatto, non esiste in quanto tale; esistono modi per danneggiare l’avversario che si mantengono al di sotto della soglia della guerra aperta. Se io metto una bomba all’aeroporto di Lipsia, è chiaro che ho dei fini strategici: voglio sperimentare quanto i tedeschi siano pronti a reagire, quanto l’opinione pubblica tedesca sia compatta dietro il suo governo, eccetera. Ma sono sicuro al cento per cento che quella bomba non darà inizio a un conflitto armato con la Germania. È quindi chiaramente un modo ibrido di danneggiare il mio nemico, o comunque di metterlo in difficoltà, senza arrivare alla guerra aperta. Il ricorso a questi strumenti per colpire gli avversari mette tutti in una condizione di «pace ibrida»: una condizione in cui sappiamo di essere in pace, nel senso che né l’Italia né la Germania né altri Paesi dell’Unione europea sono formalmente in guerra con la Russia. Però dobbiamo anche renderci conto che ci troviamo in una situazione molto particolare, in cui un Paese esterno come la Russia ci punzecchia, ci sollecita, per capire quanto siamo disposti a metterci a rischio, nel nostro caso per aiutare l’Ucraina. Ci sono dunque fenomeni e atti che rendono la pace qualcosa di diverso rispetto a ciò a cui eravamo abituati.

Il sottotitolo del suo ultimo lavoro è «democrazie alla prova».

È un sottotitolo preoccupato, perché le democrazie non sono preparate a reagire a questo tipo di minacce ibride. Putin ha dichiarato: «Non siamo stati noi a mettere la bomba a Lipsia, l’hanno messa i tedeschi». Questo è proprio tipico della hybrid warfare: azioni coperte, si lancia il sasso e si nasconde la mano.

Perché le democrazie sono impreparate?

Perché – ed è assolutamente un bene che sia così – una democrazia ha bisogno di agire alla luce del sole. Deve essere il governo ad autorizzare eventuali misure di reazione ad atti ostili. Non si possono fare le cose di nascosto e devono esserci prove convincenti che mettano in moto una reazione. Adesso vediamo che cosa faranno i tedeschi, perché hanno dichiarato di avere queste prove. Ma in una democrazia si mette in moto un’intera macchina, che passa anche per l’approvazione parlamentare di determinate misure contro il Paese ritenuto colpevole. Noi non siamo pronti, non siamo abituati ad agire contro attacchi ibridi di questo tipo. Ricorderà anche lei l’intervista che Cavo Dragone fece al Financial Times tra la fine di ottobre e i primi di novembre dell’anno scorso. Disse che bisogna non soltanto difendersi dalle minacce ibride, ma anche reagire, e venne subito attaccato come un pazzo guerrafondaio. In realtà disse una cosa banale: in un contesto di guerra ibrida è chiaro che non ci si può soltanto difendere. Se uno cerca di difendersi e basta, il suo avversario lo percepisce come una debolezza e continua a colpire. In qualche modo bisogna reagire, ma le democrazie non sono pronte a questo tipo di azioni. Aggiungo un’altra cosa fondamentale, nel campo dell’informazione e delle false notizie. È un bene che nelle democrazie si possano esprimere liberamente le proprie opinioni, ci mancherebbe altro. Ma attenzione: la diffusione di notizie palesemente false, una volta che ne sia stata appurata la falsità, forse dovrebbe essere in qualche modo tenuta sotto controllo. Quando sento ancora dire nelle trasmissioni televisive che c’è stato un genocidio dei russofoni del Donbass, siamo di fronte a una menzogna, certificata come tale dalle Nazioni Unite, dalla Croce Rossa eccetera. E continuare a ripeterla forse dovrebbe essere sanzionato, perché non significa manifestare un’opinione, ma ripetere una menzogna diffusa da quello che in questo momento è oggettivamente un nostro avversario, la Russia.

Gastone Breccia
Gastone Breccia

Il confine, però, è molto sottile. Penso al caso della Romania, dove il primo turno delle presidenziali è stato annullato dopo le denunce di interferenze russe. Fino a che punto una democrazia può spingersi per difendersi?

Ha citato un esempio straordinario. Quelle elezioni sono state annullate perché è stato detto che esistevano prove di ingerenze esterne, e siamo di nuovo al discorso delle democrazie alla prova. Fino a che punto una democrazia può tollerare che un agente esterno tenti di danneggiarla, magari influenzando l’opinione pubblica o, in questo caso, attraverso quelli che sembrano essere stati anche brogli elettorali? Ad un certo punto una democrazia deve forse decidere di non tollerare più queste interferenze e prendere decisioni difficili, come è stato fatto in Romania. Naturalmente va deciso caso per caso. In ogni situazione devono esserci prove effettive degli interventi esterni e, a quel punto, deve scattare una reazione, come è avvenuto in Romania. Capisco che siamo sul filo del rasoio per quanto riguarda la tenuta e la credibilità democratica: è un momento di estrema difficoltà.

Nel libro lei ricorda anche molti precedenti storici. Quindi la guerra ibrida non è affatto un fenomeno nuovo.

Assolutamente. Sto scrivendo proprio in questi giorni un libro sulla guerra ibrida. Proprio in questo momento mi sto occupando di Elisabetta I d’Inghilterra, che è stata una maestra della guerra ibrida. Prima che cominciasse la vera guerra con la Spagna, nel 1585, utilizzò corsari inglesi e di altre nazionalità per attaccare i traffici commerciali spagnoli senza dichiarare guerra. E la Spagna, da parte sua, non dichiarò guerra soltanto per questo. Elisabetta utilizzò poi l’appoggio coperto e finanziario agli olandesi: quindi una guerra per procura, una proxy war, che è un altro perfetto strumento di guerra ibrida. E poi c’è la cosa più straordinaria, che anch’io conoscevo poco: utilizzò quella che oggi chiameremmo infowar. Fece stampare decine di opuscoli antispagnoli da stampatori londinesi, che poi circolavano in tutta Europa, per attaccare, attraverso quella che oggi chiameremmo guerra cognitiva, l’immagine, la credibilità e il prestigio della Spagna. È straordinario: sono tutti mezzi di guerra ibrida, usati in maniera concatenata e capaci di colpire duramente gli interessi spagnoli. Alla fine la Spagna si stanca e si arriva alla guerra. Nel 1585 comincia il conflitto vero e proprio: si passa dalla guerra ibrida alla guerra aperta. Ma la fase ibrida dura a lungo, quindi non è affatto una novità.

Più nuovo sembra invece il concetto di «pace ibrida». Anche un eventuale accordo tra Russia e Ucraina difficilmente riporterebbe a una pace piena?

Sì, purtroppo. Oggi si sono moltiplicati i modi in cui si può colpire il nemico, per esempio attraverso lo spazio cibernetico: la cyber warfare è diventata fondamentale. Ed è proprio per questo che è nuovo il concetto di pace ibrida. Se domani venisse firmato un trattato di pace tra Russia e Ucraina – speriamo tutti che avvenga, anche se nell’immediato la vedo difficile – come potrebbero gli ucraini, ma anche i russi, fidarsi del fatto che l’avversario non continuerà a colpirli attraverso hacker e attacchi nello spazio cibernetico, causando danni anche gravi all’economia e alla vita civile? Fino a poco tempo fa questo non poteva accadere, se non in maniera molto limitata, per esempio attraverso il terrorismo. Oggi può avvenire ogni giorno. Anzi, posso dirlo perché ho intervistato membri delle nostre Forze armate che lavorano nel settore della sicurezza cibernetica: avviene già quotidianamente. Ogni giorno l’Italia e gli altri Paesi subiscono decine e decine di attacchi nel dominio cibernetico.

Questa condizione è destinata a diventare la nuova normalità per le democrazie?

Sicuramente sì. Purtroppo è già la nuova normalità. Noi cittadini comuni non ne siamo pienamente consapevoli, nel senso che nessuno viene a raccontarci quello che hanno spiegato a me le persone che ho intervistato: ogni giorno siamo sotto attacco. Per fortuna continuiamo a vivere relativamente tranquilli, ma questa è già la nuova normalità. Il grande punto interrogativo è come affrontarla restando fedeli ai principi democratici, senza snaturare il nostro modo di vita e, soprattutto, i nostri valori democratici. Questo, direi, è il grande interrogativo dei prossimi anni. E non so dare una risposta, perché al momento non ho una soluzione.

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