La partita non si è mai chiusa. Adesso, però, sul futuro di Acque Bresciane ci sono numeri nuovi e una conclusione che lascia poco spazio alle interpretazioni. L’Ufficio d’Ambito indica nella società mista, con il 51% in mano pubblica e un socio privato fino al 49%, il modello «maggiormente coerente» con la sostenibilità finanziaria del gestore e delle tariffe pagate dagli utenti. Sul tavolo ci sono quattro scenari, 160 milioni di risorse da reperire e una domanda che dai tecnici torna alla politica: quanto investire, quanto far crescere le bollette e con quale assetto societario.
Dal 2015
Il Cda dell’Aato ha approvato la relazione il 6 luglio e l’ha trasmessa al presidente della Provincia Emanuele Moraschini perché indichi le «prossime azioni da intraprendere». Non è ancora la decisione di aprire Acque Bresciane ai privati, è però qualcosa di più di uno studio esplorativo: al termine del confronto tra gestione interamente pubblica e società mista, l’Ufficio d’Ambito ritiene «preferibile procedere nel solco del modello gestionale definito nel 2015».
Ed è proprio da lì che bisogna ripartire. Nel 2015 il Consiglio provinciale scelse una società mista a maggioranza pubblica. Un anno più tardi, il servizio idrico venne affidato ad Acque Bresciane prevedendo due passaggi: prima l’unificazione delle gestioni pubbliche, poi l’individuazione di un socio privato con una quota superiore al 40%. Il secondo passaggio, previsto entro la fine del 2018, non è mai stato attuato. Nello stesso anno arrivò il referendum provinciale: consultivo e con una partecipazione ridotta, annota l’Aato, ma con un «netto orientamento» degli elettori a favore della gestione pubblica. Acque Bresciane è rimasta così interamente pubblica e in regime di in house providing.
La questione è stata riesaminata più volte: ancora nel 2022 l’Aato concludeva che non ci fossero elementi tali da giustificare la modifica dell’assetto esistente. Oggi il giudizio cambia perché cambiano soprattutto le condizioni finanziarie. Il punto della relazione non è che Acque Bresciane pubblica non sia in grado di realizzare il proprio piano industriale: l’Ufficio d’Ambito scrive esattamente il contrario. Può farlo, ma con una «significativa rigidità finanziaria» e con la conseguente necessità di aumentare maggiormente le tariffe per riuscire a rimborsare il debito.
Capitale
È a questo punto della storia che entra il privato. L’ipotesi elaborata prevede un partner industriale al 49%, mentre il 51% resterebbe ai soci pubblici. Il nuovo socio apporterebbe 105 milioni di euro attraverso un aumento di capitale, ai quali aggiungerebbe 55 milioni di finanziamento, con un tasso del 3% e rimborso in un’unica soluzione nel 2046. Non sarebbe un semplice investitore finanziario: il modello prevede un partner selezionato con procedura pubblica al quale affidare anche compiti operativi e assistenza finanziaria allo sviluppo del piano economico-finanziario.
Per arrivare al 49%, però, bisogna prima stabilire quanto vale Acque Bresciane. In assenza di una valutazione aggiornata del capitale economico, la relazione prende come riferimento la cosiddetta Rab (Regulatory asset base): in sostanza il valore regolatorio riconosciuto degli investimenti e dei beni utilizzati per il servizio. Sulla base dei dati al 31 dicembre 2024 – e sottraendo, tra le altre componenti, una posizione finanziaria netta di oltre 216 milioni – il valore della società prima dell’aumento di capitale viene stimato in circa 109,5 milioni di euro.
Il valore effettivo, precisa l’Aato, «dovrà comunque essere stabilito da un esperto». L’alternativa al capitale privato è altro debito. Il piano di riferimento prevede infatti l’emissione di un bond da 160 milioni. Ma la strada presenta criticità: nei primi anni il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda supererebbe la soglia di guardia di cinque volte. In concreto, secondo la simulazione, per garantire l’equilibrio della gestione sarebbe necessario un aumento tariffario medio annuo dell’8,05% tra il 2026 e il 2029, da aggiungere agli incrementi già applicati agli utenti.
Con l’ingresso del privato cambiano le possibilità. Lo scenario che l’Aato giudica più favorevole nei primi anni mantiene invariati gli investimenti ma porta l’aumento tariffario medio 2026-2029 al 3,52%. Sul periodo 2026-2035 il costo medio al metro cubo risulterebbe così inferiore di circa il 9% rispetto all’ipotesi del bond. Non è, però, una promessa scritta sulla prossima bolletta: per realizzare lo scenario servirebbe una rinegoziazione dei finanziamenti esistenti e il via libera delle banche a un diverso meccanismo di utilizzo dei flussi di cassa.
Il capitale può servire anche a un’altra cosa: investire di più. Un secondo scenario porta a 465,4 milioni gli investimenti tra il 2030 e il 2035, 167 milioni in più rispetto al piano base, accettando però una crescita tariffaria media dell’8,5% nel quadriennio iniziale. È il bivio che i numeri consegnano alla politica: sfruttare la maggiore solidità finanziaria soprattutto per contenere gli aumenti oppure per accelerare gli investimenti. Le due strade, precisa l’Aato, «possono anche essere combinate».
Investimenti
Dentro questa partita ce n’è un’altra che Brescia trascina da anni: il completamento del gestore unico e il subentro di Acque Bresciane nei territori ancora serviti da A2A Ciclo Idrico. Per acquisire quelle gestioni bisogna riconoscere al gestore uscente anche il valore residuo regolatorio degli impianti e degli investimenti. Ancora una volta ecco la Rab: nella simulazione riferita al 31 dicembre 2024 vale 112 milioni di euro.
Le due questioni, nelle conclusioni dell’Aato, diventano una sola. Rafforzare a livello patrimoniale Acque Bresciane consentirebbe di affrontare anche il nodo dei subentri, che la delibera considera necessario risolvere «celermente». La relazione va oltre: le difficoltà manifestate dalla società nell’acquisizione progressiva delle gestioni scadute non possono giustificare il protrarsi sine die della salvaguardia di A2A Ciclo Idrico. È probabilmente il passaggio che meglio misura la portata della scelta.
Per completare il gestore unico provinciale, l’Aato ritiene oggi più solido un modello nel quale il controllo resta pubblico ma capitale e competenze industriali arrivano anche da un partner privato. Dall’altra parte restano il referendum del 2018 e una questione che non è mai uscita dal confronto politico bresciano: quale debba essere il confine tra pubblico e privato nella gestione dell’acqua.
I tecnici hanno messo sul tavolo la loro risposta e i conti. La delibera, però, si ferma un passo prima della decisione: approva la relazione e chiede al Broletto di indicare come procedere.




