Per almeno quarant’anni è rimasto su uno scaffale di un laboratorio della Caffaro. Ha attraversato la chiusura della fabbrica, l’abbandono dello stabilimento e persino l’avvio della bonifica, senza che nessuno lo spostasse. Quando gli operai lo hanno ritrovato, quel boccione dal liquido giallastro era diventato qualcosa di molto diverso da un semplice residuo chimico: cinque chilogrammi di acido picrico ormai secco e cristallizzato, che secondo gli specialisti intervenuti rappresentavano una situazione di potenziale criticità. La sostanza è stata rimossa e fatta brillare in sicurezza all’interno di una cava evacuata. Si chiude così una delle operazioni più delicate affrontate finora nel cantiere del Sin Brescia-Caffaro.
La vicenda
La vicenda era cominciata durante la ricognizione degli ex laboratori chimici di via Nullo. Gli operatori di Greenthesis, coordinati da Emilio Cucciniello, avevano individuato il recipiente e il responsabile della sicurezza aveva immediatamente ordinato di isolare il locale, fermando le lavorazioni in quella porzione del cantiere. Sul posto erano intervenuti i Vigili del fuoco, mentre il commissario straordinario del Sin, Mauro Fasano, aveva informato la Prefettura.
«L’ottimo lavoro delle imprese e del coordinatore della sicurezza ha fatto sì che la situazione sia stata gestita immediatamente al meglio», aveva spiegato lo stesso Fasano nelle ore successive al ritrovamento. «Si sono subito accorti che quella sostanza poteva essere pericolosa, hanno isolato l’area e allertato i Vigili del fuoco».

Nelle prime verifiche restava un’incognita decisiva: capire se l’acido picrico fosse ancora conservato in soluzione acquosa, condizione nella quale risulta stabile, oppure se il tempo lo avesse fatto essiccare. Gli accertamenti hanno confermato la seconda ipotesi. Il materiale era disidratato e cristallizzato e, secondo il CoGePir, il Consorzio nazionale che gestisce i materiali esplodenti, si trovava in una condizione di dubbia stabilità: «Dalle fotografie inviatemi dall’azienda che stava eseguendo la bonifica ho capito che eravamo di fronte a una situazione in cui era necessario intervenire con tempestività», racconta il direttore generale del CoGePir, Piervittorio Trebucchi.

La messa in sicurezza
Da quel momento si è messa in moto una macchina complessa. La Prefettura ha coordinato le operazioni di sicurezza, mentre il materiale è stato preso in carico da specialisti nella gestione di sostanze esplodenti. Il recipiente è stato rimosso, trasportato fuori città e infine distrutto con un brillamento controllato in una cava a Fornovo (nella provincia di Parma) preventivamente evacuata.
Alla Caffaro, intanto, la bonifica continua. Ma il ritrovamento di quel boccione racconta anche un’altra storia. Dietro i muri degli edifici industriali chiusi da decenni non riaffiorano soltanto terreni contaminati, vecchi macchinari o coperture in amianto. Ogni porta riaperta può restituire un frammento dimenticato della storia produttiva del sito, imponendo nuove verifiche, nuove competenze e nuovi protocolli. Per più di quarant’anni quel recipiente è rimasto immobile su uno scaffale. La bonifica è servita anche a questo: riportare alla luce un’eredità invisibile che il tempo non aveva cancellato, ma soltanto nascosto.




