Cartoline bresciane

I preziosi fucili bresciani che hanno trovato pace e lustro a Malta

Nel Palazzo del Gran Maestro a La Valletta, gli archibugi firmati da Lazzarino Cominazzo raccontano la tradizione armiera di Gardone e della Valtrompia
Custoditi a Malta alcuni esemplari dei fucili opera di Lazzarino Cominazzo
Custoditi a Malta alcuni esemplari dei fucili opera di Lazzarino Cominazzo

A La Valletta, nel Palazzo del Gran Maestro, c’è una sala piena zeppa di armi. Spade, balestre, lance, fucili, scudi e strumenti d’offesa e difesa d’ogni genere. Ci sono inoltre armature assai raffinate, decorate e con corpetti lavorati con grazia estrema, create da uno che firmava le sue opere: è Pompeo della Cesa, armoraro di fine Cinquecento e stilista ante-litteram.

Poi arrivi ai fucili e un po’ t’infastidisce ritenere bello qualcosa di concepito per uccidere, ma sai che ora sei di fronte a un oggetto defunzionalizzato. Un pezzo da museo, insomma. Certo, sei consapevole che un giorno è stato utilizzato in battaglia, in una partita di caccia o, forse, in una parata.

I fucili dei Cavalieri

Fucili da battaglia ce ne sono parecchi e si distinguono perché sono di fattura meno ricercata in quanto destinati alla truppa, ai soldati che li usavano per sparare al nemico. Di diverso stile sono invece i fucili da caccia, che erano in genere di proprietà dei Cavalieri di San Giovanni, altrimenti noti come Cavalieri dell’Ordine di Malta. Sì, anche qui si andava a caccia per sentirsi importanti, per trascorrere tempo con i propri pari (Che dire? Era così). Un evento social, insomma.

Nel museo sono esposti alcuni archibugi del Settecento, armi di cui i Cavalieri facevano sfoggio per la loro perfezione tecnica ed artistica. Tali oggetti erano parecchio costosi ed erano commissionati dai nobili per restare patrimonio di famiglia e a passare in eredità ai figli e ai nipoti. E i migliori fucili in assoluto, quelli più desiderati e apprezzati, avevano una provenienza specifica: erano stati fatti nel Bresciano, in Valtrompia, in specifico a Gardone.

La tradizione armiera valtrumplina

Il mestiere dei costruttori di armi già nella prima metà del Cinquecento era affare tipicamente bresciano (è cosa nota che la Beretta, fondata nel 1526, è la più antica e famosa fabbrica d’armi al mondo). Gli armaioli valtrumplini pertanto, nel Settecento, erano noti già da secoli per la precisione e la qualità estetica delle armi che forgiavano.

I pezzi unici in queste vetrine riportano anche il nome dell’artista che li ha realizzati: Lazzarino Cominazzo da Gardone, un genio nel suo campo. In realtà parliamo di una dinastia di armaioli che operò tra il XVI e il XIX secolo, ma lui in particolare era talmente abile nel rendere l’acciaio così sottile che le sue celebri canne di pistola e archibugio, nel Seicento e Settecento, erano così famose in tutto il mondo che le pistole di lusso a canna lunga bresciane erano universalmente note con il nome di «Lazzarine».

Un oggetto diventato memoria

Demonizzare un’arma plurisecolare non ha senso e ammirarla mentre sta chiusa in una vetrina di un museo non è sinonimo di amore per la guerra o per la caccia. Il fatto che non si muova e che sia lì solo per essere guardata e non toccata e per raccontare storie di un lontano passato non è già di per sé l’espressione di una volontà di pace?

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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