Un museo che è lo specchio di un territorio, non solo delle sue tradizioni e dell’attività che regge gran parte della sua economia, ma anche della sua identità collettiva, di un sapere artigiano tramandato nei secoli. Parliamo del Museo delle Armi e della Tradizione Armiera, che non poteva che nascere a Gardone Valtrompia. Abbiamo incontrato la sua direttrice, Silvia Serugeri.
Direttrice, il Museo nasce in un territorio in cui la produzione armiera è parte della storia e dell’identità collettiva. Come lo presenterebbe a un lettore che non l’ha mai visitato?
La prima cosa che vorrei far percepire è l’operosità di un’intera valle legata al proprio sapere. Non stupisce tanto la bellezza dei singoli pezzi, quanto l’antichità di una tradizione che continua ininterrotta da secoli: è questo, spesso, a lasciare i visitatori senza parole. Il racconto parte dal territorio, la Val Trompia, per arrivare all’oggetto, passando attraverso la storia delle persone.
Il museo racconta le armi come oggetti storici, ma anche come frutto di saperi tecnici, lavoro artigiano e sviluppo industriale. Qual è il filo conduttore del percorso espositivo?
Il percorso segue un doppio filo, cronologico e tematico; si attraversano i secoli seguendo l’evoluzione delle tipologie di armi, ma ogni tappa apre anche a un tema: la tecnica, il lavoro, la famiglia, l’economia della valle. Non è una semplice sequenza di vetrine: è il racconto di come un sapere artigiano, tramandato di mano in mano, sia diventato via via produzione industriale.

Quali sono i nuclei principali della collezione e quali pezzi permettono di capire meglio l’evoluzione della produzione gardonese dal passato al Novecento?
Tra i pezzi che meglio raccontano l’evoluzione della produzione gardonese ci sono le armi più antiche, dal sistema a serpentino alla ruota, alla pietra focaia, esempi di cosa poteva uscire dalle mani degli artigiani gardonesi. Nel piano superiore raccontiamo le lavorazioni come la fabbricazione delle canne a torcione, tecnica cruciale nell’antica produzione armiera della valle. A completare il racconto, la ricostruzione di un’officina armiera storica nel sottotetto della villa.
Il museo ha sede a Villa Mutti Bernardelli. Quanto conta il contesto architettonico e urbano nel racconto della tradizione armiera gardonese?
Moltissimo. L’edificio si sviluppa nel Settecento legato proprio alle famiglie armiere, e conserva elementi che parlano da soli: il camino in pietra nera del 1749, la saletta con gli affreschi delle Quattro stagioni e di Venere. Condividere gli spazi con la Biblioteca Civica e l’Archivio Storico della Caccia rafforza il museo come luogo di memoria collettiva del paese, non solo espositivo.
C’è un’arma, un documento, una macchina o un dettaglio tecnico che sorprende particolarmente i visitatori?
Mi capita spesso di vedere lo stupore dei visitatori davanti al lavoro dell’incisore: la precisione di certi decori, realizzati a mano su superfici minuscole, sorprende chi immagina le armi solo come oggetti funzionali. È il momento in cui l’arma smette di essere «solo» un’arma e diventa, agli occhi di chi guarda, un’opera di altissimo artigianato.

Il museo parla anche di famiglie di armaioli, officine, tecniche di lavorazione e vita economica della valle. Che cosa racconta, in fondo, della comunità gardonese?
Racconta una comunità in cui la continuità familiare e il legame tra casa e officina si sono intrecciati per secoli, fino a diventare identità condivisa. La famiglia Beretta ne è l’esempio più noto: nel 2026 si celebrano i cinquecento anni di attività, una continuità che rende Gardone un caso più unico che raro nel panorama industriale italiano, ancora oggi pienamente attivo.
Che ruolo hanno oggi le attività didattiche, i laboratori e il rapporto con scuole, famiglie e visitatori del territorio?
Un ruolo centrale, soprattutto nell’integrazione tra museo e biblioteca: i laboratori costruiti insieme su percorsi storici tematici permettono alle scuole di vivere il Museo non solo nel suo legame con la tradizione armiera, ma come promotore di racconto storico generale. Per famiglie e visitatori, invece, il canale principale restano le visite guidate su prenotazione, pensate per un pubblico non specialista.
Guardando ai prossimi anni, quali sono i progetti, le sfide o le ambizioni del museo?
È in corso una collaborazione con un’associazione del territorio per l’inclusione di persone con disabilità cognitiva intese come veri e propri catalizzatori di cultura, non solo destinatari di attività. È un modo per ripensare il ruolo sociale del museo. L’ambizione, guardando ai prossimi anni, è diventare un punto di riferimento stabile nella narrazione della tradizione armiera italiana.



