Cartoline bresciane

Hayez a Castenedolo, il martirio che mette tutti nella stessa pelle

Nella parrocchiale dedicata a San Bartolomeo, il dipinto ottocentesco trasforma il supplizio dell’apostolo in una riflessione su identità, uguaglianza e dolore
Particolare de «Il martirio di San Bartolomeo» di Hayez, nella parrocchiale di Castenedolo
Particolare de «Il martirio di San Bartolomeo» di Hayez, nella parrocchiale di Castenedolo

La sola idea di essere scuoiati vivi fa venire la pelle d’oca. La pelle, l’impermeabile e irrinunciabile pellicola esterna che ci protegge dal mondo e ci permette di riconoscerci davanti allo specchio e di essere riconosciuti. È il vestito con cui veniamo al mondo e che non cambia secondo le mode, ma insieme a noi.

San Bartolomeo subì tale trattamento, fu privato del suo involucro. Immaginate l’agonia. Nel «Martirio di San Bartolomeo» di Francesco Hayez, dipinto conservato nell’omonima chiesa parrocchiale di Castenedolo, si vede la compiaciuta lentezza con cui il boia, affiancato dai suoi collaboratori, con appositi attrezzi sta iniziando il lungo e straziante processo di scarnificazione del condannato. Fa il suo dovere con chirurgica attenzione, ma la sua anima è quella di un sadico aguzzino che si diverte ad arrecare la massima sofferenza possibile.

Anche gli angeli che osservano la scena sembrano sconvolti. Bartolomeo, legato a un palo, è trasfigurato dalla consapevolezza dell’eternità che lo attende dopo l’inesprimibile dolore. Il suo corpo palpitante e teso è inondato da una luce calda, mentre sulla destra appare la scultura di una divinità pagana fredda e distante.

Il santo senza pelle

A pensarci bene senza pelle siamo tutti uguali, quindi San Bartolomeo dovrebbe essere il patrono non solo di conciatori, macellai, sarti e dermatologi, ma anche di tutti coloro che credono nell’uguaglianza tra gli esseri umani. Senza pelle non sei bianco né giallo né nero né arancione, sei solo uno che soffre.

Dovremmo tutti immedesimarci nel tormento di Bartolomeo e di chi, pur avendo la pelle, viene ogni giorno scorticato da qualcuno che affligge il prossimo perché è diverso o la pensa diversamente. In fondo questo Apostolo ha fatto quella fine proprio perché era appunto diverso e, non avendo voluto cambiare metaforicamente pelle rinnegando ciò in cui credeva, gliel’hanno estirpata davvero. Volerla togliere a qualcuno è segno di rabbia estrema, di desiderio di vendicarsi quando ci si sente oltraggiati.

Le parole della sofferenza

Ti strappo la pelle di dosso, ti tiro via la pelle dalla faccia. Non si dice forse così? Equivale a privare qualcuno della sua identità, in una sorta di damnatio memoriae. Mi hanno pelato vivo esprime il disappunto quando qualcosa è costato troppo e ci si sente buggerati dall’altrui esosità. Vendere cara la pelle vuol dire resistere fino alla fine, non arrendersi. Lasciarci la pelle è sinonimo di morire.

Mettersi nella pelle degli altri

Questo immaginario dimostra quanto per noi sia importante il nostro contenitore, tanto da corrispondere al contenuto. Non avere la pelle fa sentire indifesi e ancor più si sentirebbe esposto chi, basandosi sulla nuance che la sorte gli ha dato, si crede migliore per nascita. Iniziamo a metterci nella pelle degli altri o a far finta di non averla. L’agonia di Bartolomeo infine c’insegna che tutti coloro che vengono pelati vivi hanno lo stesso colore.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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