Per capire la violenza di genere non basta snocciolare i numeri dei femminicidi né i fascicoli aperti per Codice Rosso, la legge italiana che nel 2019 ha introdotto corsie preferenziali per le denunce e le indagini di questi casi. Il problema di fondo, come continua a ripetere chiunque conosce bene il tema, è culturale e sociale, anche in tutti i casi e i processi ancora aperti di Brescia.
Perché succede che spesso il violento o l’assassino è un uomo – il partner, il marito, il compagno, l’ex, il padre – che non accetta la volontà di una donna e finisce per aggredirla, maltrattarla fisicamente e verbalmente, perseguitarla, ucciderla, come accaduto il 13 settembre a Giuseppina Di Luca ad Agnosine, in Valsabbia, accoltellata a morte dall'ex marito da cui aveva deciso di separarsi. Oppure è qualcuno che uccide una donna in quanto donna, come Andrea Pavarini, condannato all'ergastolo per aver violentato e ucciso a calci e pugni Francesca Fantoni, affetta da un ritardo cognitivo. Entrambe le dinamiche attraversano le storie delle 22 donne uccise dai loro partner o in quanto donne negli ultimi dieci anni soltanto nella nostra città.




