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Valtrompia e Lumezzane

L'ANNIVERSARIO

La storia di Hina, ammazzata perché voleva vivere all'occidentale

Redazione Web

Valtrompia e Lumezzane
11 ago 2021, 06:00
Hina Saleem, uccisa dal padre e dai cognati a soli 21 anni

Hina Saleem, uccisa dal padre e dai cognati a soli 21 anni

È il 13 agosto 2006. In prima pagina c’è un titolo che apre una vicenda i cui risvolti sarebbero durati altri dodici anni: «Ventenne pakistana sgozzata e sepolta nell’orto». La storia è quella di Hina Saleem, una ventenne ammazzata dal padre e da due zii perché aveva deciso di non sposare l’uomo scelto per lei dalla famiglia e di amare il suo fidanzato italiano, Beppe, con cui conviveva.

 

La scomparsa e il fidanzato

Giovedì 10 agosto 2006, tra le 16 e le 17, Hina esce dall’appartamento che condivide con il suo compagno Giuseppe Tempini, 23 anni, in centro a Brescia. Lo saluta, dice «alle sei e mezza sono qua, in pizzeria», l’Antica India dove lavora da inizio luglio, e va a prendere la corriera per Zanano di Sarezzo, in Valtrompia, dove abita la sua famiglia. Da quel momento Beppe non riesce più a contattarla.

Il fidanzato di Hina, Giuseppe Tempini, fu il primo a lanciare l'allarme - © www.giornaledibrescia.it

Preoccupato, il giorno dopo va a sporgere denuncia per scomparsa ai carabinieri della stazione di via San Faustino, la stessa dove qualche settimana prima Hina aveva denunciato (per poi ritrattare) il padre e il fratello per violenze, che girano la segnalazione ai colleghi di Gardone Val Trompia. La mattina di venerdì 12 agosto i militari bussano alla porta di via Dante 133 a Zanano, dove vivono tredici membri della famiglia Saleem: apre il padre di Hina, Salì Saleem, 56 anni, e dice loro che la figlia non abita più lì da tempo e lui non sa dove si trovi. In casa non c’è nessun altro: la madre e i fratelli sono partiti a inizio luglio per il Pakistan.

 

Il ritrovamento del corpo

Due ore dopo i carabinieri tornano per chiedere spiegazioni e trovano la porta e le finestre sbarrate. Interrogando i vicini di casa, scoprono che la sera prima, intorno alle 19, tre uomini pakistani erano stati visti scavare in giardino. È lì, nell’orto in mezzo alle piante di pomodori, che viene trovato il corpo di Hina Saleem. Giace in una buca coperta da un’asse di legno sostenuta dalla testiera di un letto, avvolto in un lenzuolo bianco e infilato in due sacchi di plastica nera. Sulla gola ha uno squarcio profondo, intorno alle mani si vedono tagli da difesa, ne ha un altro al lobo dell’orecchio.

In casa i carabinieri trovano tracce di sangue in solaio e in altre stanze, e un grosso coltello da cucina insanguinato. «Me l’hanno uccisa» grida Beppe davanti alla caserma di Gardone Val Trompia. In tutta Italia scatta la ricerca del padre e dei due zii della giovane, indagati per omicidio volontario premeditato e occultamento di cadavere, e scomparsi nel nulla.

 

La confessione del padre e l'arresto degli zii

Il padre della ragazza, Salì Saleem, con gli agenti della Penitenziaria - © www.giornaledibrescia.it

«L’ho uccisa io in un momento di rabbia. Ho fatto tutto da solo». Così la mattina del 14 agosto 2006 Salì Saleem, padre di Hina, confessa l’omicidio della figlia nella caserma di Gardone Val Trompia, dove si presenta insieme al cognato Muhamad Tariq, marito della sorella della moglie. Si costituiscono in due, resta ricercato l’altro cognato, Mahmood Zahid, 27 anni.

Salì Saleem ammette di aver ammazzato Hina perché lei aveva rifiutato di adeguarsi alle sue richieste di abbandonare lo stile di vita occidentale: «Non volevo che diventasse una puttana come tutte le altre». Secondo gli inquirenti i tre familiari avevano già ideato tutto prima del litigio. Nel giro di due giorni il gip Francesca Morelli convalida il fermo per il padre e il cognato, che restano in cella a Canton Mombello. In quei giorni Salì Saleem parla solo con il suo avvocato, Alberto Bordone, che lo descrive in questi termini: «È una persona che ha una visione molto rigida della vita. Che si dice molto religiosa. Un uomo calato nella cultura patriarcale del suo Paese».

Il 28 giugno del 2007 si tiene l’udienza preliminare davanti al giudice Silvia Milesi. I quattro imputati chiedono tutti di essere giudicati con rito abbreviato che comporta uno sconto di pena e la decisione del magistrato allo stato degli atti, cioè senza ulteriori indagini. In quella stessa occasione il Gup accoglie la richiesta del fidanzato di costituirsi parte civile.

 

Le reazioni della comunità pachistana

La conferenza indetta dai rappresentanti della comunità pachistana - © www.giornaledibrescia.it

Dopo che il padre si è costituito e mentre sono ancora in corso le ricerche della zio, i vertici della comunità pachistana bresciana indicono una conferenza stampa in cui vogliono nettamente condannare l’accaduto e prendere le distanze dalla brutale uccisione di Hina. «Quanto è avvenuto a Sarezzo è una tragedia non solo per una famiglia, ma per noi tutti, che oggi veniamo accusati di essere persone selvagge e di torturare le donne», dice Sajid Shah, fondatore e all’epoca portavoce dell'associazione culturale islamica «Muhammadiah», che rappresenta la comunità pakistana di Brescia.

Sajid Shah, affiancato da altri cinque esponenti dell'associazione (tra i quali il presidente e il direttore, ma senza che sia presente alcuna donna) spiega che «in questi giorni la comunità pachistana prova profondo dolore e disagio di fronte all'opinione pubblica per il tragico episodio» e cerca di scindere nettamente il delitto dalla dimensione cultural-religiosa: «Nessuna religione al mondo giustifica questo genere di atrocità. Si tratta di un episodio di sangue come spesso ne avvengono anche qui in Italia. Non si è trattato di un rito religioso: quanto è avvenuto è frutto, oltre che di anni di litigi tra padre e figlia, anche dell'ignoranza, dal momento che la nostra cultura non è favorevole a nessun tipo di omicidio. Peraltro nel caso specifico la nostra religione dice esplicitamente che con i cristiani, in quanto monoteisti, possiamo sposarci».

Shah precisa che «la comunità era stata tenuta all'oscuro dei maltrattamenti subiti dalla ragazza» e che «se avesse saputo l'avrebbe difesa, tanto che nessuno ha dato appoggio né al padre né allo zio di Hina, che proprio per questo sono stati spinti a costituirsi».

 

Il processo e le condanne

Il 14 novembre di quello stesso anno si chiude il processo di primo grado: il padre e i suoi cognati vengono condannati a 30 anni di reclusione mentre per lo zio vengono disposti due anni e otto mesi per soppressione di cadavere. Il giudice dunque accoglie la tesi dell’accusa di un «omicidio premeditato e aggravato». Alla metà di gennaio vengono poi depositate le motivazioni della sentenza: «So che quello che ho commesso è gravissimo, ma era giusto così. Ho ucciso mia figlia perché beveva alcolici, fumava ed era una puttana». Salì Saleem disse questo ai carabinieri il 14 agosto del 2006 e il giudice dell'udienza preliminare ritenne che questa fosse la verità sui fatti, la dimostrazione della sua volontà di riaffermare una sorta di «possesso dominio» sulla figlia e nella sua intolleranza all'insubordinazione di un membro femminile della sua famiglia. Hina, insomma, è finita sotto un metro di terra nel giardino della casa del padre «perché non era una buona musulmana».

Alla versione più tardiva, quella rilasciata sei mesi dopo il fermo nel corso dell'interrogatorio che il suo avvocato chiese al pm, il giudice non aveva creduto. Non viene ritenuto attendibile il racconto secondo il quale la ventenne era andata a casa del padre per chiedergli dei soldi, sfoderando un coltello per minacciarlo. Così come non si crede al delitto d'impeto come reazione all'affronto, né all'ipotesi che gli altri due uomini di famiglia siano stati testimoni inconsapevoli della tragedia che si è consumata sulle loro teste. «Una versione intrinsecamente debole e non compatibile con una moltitudine di elementi - scriveva il gup - tanto da renderla del tutto inconsistente e inattendibile».

Alla fine dei tre gradi di giudizio, al padre è confermata la condanna a 30 anni, per i cognati 17 anni di reclusione, mentre allo zio due anni ed otto mesi perché ritenuto responsabile solo della soppressione del corpo della nipote. Il primo ha scontato metà della pena e periodicamente torna a casa in permesso. I cognati Khalid e Zahid sono liberi dal 2020, mentre lo zio già da fine 2007. 

 

La tomba di Hina

UNA TOMBA PER HINA

Dodici anni dopo l’omicidio di Hina, nell’agosto del 2018, una lettrice del Giornale di Brescia scrive una lettera al direttore per denunciare lo stato di abbandono della tomba della ragazza. Cimitero Vantiniano, riquadro islamici adulti, fila sei: Hina riposa a fianco di un cespuglio, nascosta dall’erba troppo alta, con dei sassi a segnare il perimetro di una lapide che non esiste e senza nemmeno una foto.

«Vogliamo onorare Hina con una tomba vera - commenta il fratello Suleman -, ma lavoro solo io. Mancano i soldi, ma ogni mese risparmio quello che posso per costruire a Hina una lapide vera. In marmo». Pochi giorni dopo, grazie all’intervento di un benefattore anonimo, viene posata una nuova tomba.

 

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