No logiche di compensazione, no logiche territoriali, sì profili e ambiti di competenza. E una certezza: «Decide lei». Ora che Giorgia Meloni e la sua squadra hanno giurato al Quirinale, inizia il match del sottogoverno: sottosegretari e soprattutto presidenti di commissione, un ruolo - quest’ultimo - che diventa molto più strategico di quanto non fosse in passato dati i numeri risicati dei parlamentari (specie al Senato) rispetto alle precedenti legislature. E in questa partita uno spazio potrebbe esserci anche per qualche volto bresciano.
Il metodo
Innanzitutto di quante posizioni stiamo parlando? Complessivamente i componenti del governo devono essere per legge al massimo 65 (inclusi i ministri senza portafoglio, i viceministri e i sottosegretari di Stato). Considerando i 24 dicasteri assegnati e aggiungendo la nomina come sottosegretario alla presidenza del Consiglio già affidata ad Alfredo Mantovano, le carte che restano da giocare sono una quarantina. Non poche. È proprio attraverso questi posti strategici che Forza Italia punta a compensare i pesi di governo, ma - stando ai rumors romani - «non è affatto detto che ci riesca» fanno trapelare dal gruppo di Fratelli d’Italia, chiaro segno che gli scogli politici (o, meglio, partitici) da superare nei prossimi giorni non saranno pochi. Quale il metodo? Nelle mani di Meloni non c’è una sua personale lista dei papabili, ce n’è una contraria: un elenco di profili «sgraditi». Per il resto, saranno i partiti della coalizione a fornire una rosa di nomi alla premier, che «valuterà in base ad esperienza, competenza e fiducia» fa trapelare chi le è vicino. C’è un altro aspetto: la gran parte dei nomi potrebbero essere pescati dalla Camera o all’esterno del parlamento per non depauperare ulteriormente il Senato, dove i numeri sono sul filo del rasoio.




