Cacciatori «bioregolatori», l’attività venatoria definita «utile alla conservazione degli ecosistemi», più animali cacciabili e catturabili, nuove aree in cui praticare la caccia. Il Senato ha dato ieri il primo via libera alla riforma della legge sulla caccia, e già fanno discutere le norme introdotte dal ddl a prima firma di Lucio Malan, capogruppo della Lega in Senato. Gli appassionati di caccia esultano, le associazioni ambientaliste e animaliste protestano e parlano di legge «sparatutto». Ma cosa cambia, nel dettaglio, rispetto alla legge in vigore oggi, risalente al 1992?
Più specie cacciabili
Al Senato il ddl è stato approvato con 80 voti favorevoli, 56 contrari e due astensioni. Il testo ora dovrà passare all’esame della Camera. È composto di 21 articoli e rappresenta una riforma dell’attuale legge che regola l’attività venatoria, la 157 del 1992, approvata 34 anni fa. Tra le principali novità, c’è l’ampliamento del numero di specie cacciabili: tra gli animali «prelevabili», ad esempio, rientrerebbero anche il piccione di città, il «colombaccio» (colomba palumbus) e l’oca selvatica.

E poi c’è il tema del lupo: che era stato oggetto di una revisione del suo status a livello europeo, da specie «rigorosamente protetta» a «protetta». In senso stretto non diventerà cacciabile, ma questa nuova classificazione apre a piani di contenimento della specie.
I calendari
Con la riforma della caccia, cambia il peso del parere dell’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) sui calendari venatori, cioè il periodo dell’anno in cui è possibile o meno praticare la caccia. Da confermativo, l’opinione dell'Ispra diventa consultiva: maggiore autonomia decisionale avrebbero invece le Regioni, in particolare sulla possibilità di estendere la durata degli orari del giorno in cui è ammissibile cacciare e quella della stessa stagione venatoria, oltre il limite del 10 febbraio: quindi anche in periodi di migrazione e di nidificazione di molte specie.

Nuovi territori di caccia
Il testo amplia anche l’elenco della zone in cui è possibile praticare la caccia. Il demanio marittimo è escluso, così come le aree che hanno finalità turistico-ricreative come le spiagge: escluse questi territori, sulla possibilità di cacciare in altre aree demaniali viene lasciata la facoltà di decisione alle Regioni negli atti di pianificazione.
Sempre alla Regioni viene data la possibilità di decidere sulla possibilità di cacciare altre zone prima proibite: come i valichi montani interessati dalle rotte migratorie degli uccelli – territori dove secondo la legge del 1992 è vietata l’attività venatoria. Con la nuova legge, invece, le Regioni potrebbero regolamentare la caccia anche in queste zone, a condizione che vengano lasciati degli spazi per il passaggio degli uccelli migratori.
E sarà possibile cacciare anche sulla neve, una condizione che finora è sempre stata vietata: si potrà praticare la caccia di selezione di ungulati e cinghiali, sulla base di una decisione eventulmente presa dalle Regioni.

I richiami vivi e i visori notturni
Con il nuovo testo, cambia anche la normativa sui cosiddetti «richiami vivi», animali – in particolare uccelli – utilizzabili dai cacciatori come «esche durante la caccia. Il ddl Malan non mette nessun limite all’uso di quelli allevati, mentre consente la cattura di animali in natura e il loro uso come richiami vivi: dieci per ogni specie fino 40 per ciascun cacciatore.
Tra gli «strumenti» dei cacciatori, viene dato il via libera anche all’uso, solo per la «caccia di selezione agli ungulati», di visori notturni – «strumenti ottici o optoelettronici». Il ddl specifica però che sono esclusi i visori «che costituiscono materiale di armamento».
Lo status del cacciatore
Nella legge cambia anche lo status della caccia e di chi la pratica: i cacciatori vengono definiti «bioregolatori» e l’attività venatoria diventa un’«attività utile alla conservazione e alla tutela della biodiversità e degli ecosistemi». E le aziende faunistico venatorie, che finora dovevano essere senza scopo di lucro, potranno diventare attività d’impresa e chi gestisce le aree di caccia private potrà assumere la qualifica di imprenditore agricolo, con la possibilità quindi di ricevere fondi pubblici per la gestione del territorio.
Per quanto riguarda i cacciatori, un’altra novità riguarda le abilitazioni alla caccia di cacciatori provenienti dall’estero: sarebbero equiparate all’abilitazione italiana anche quelle rilasciate dagli Stati dell'Unione europea o allo Spazio economico europeo. Fine dunque delle limitazioni per l’ingresso di cacciatori stranieri, che sarebbero liberi di praticare la caccia in Italia senza i precedenti vincoli numerici.
E chi ostacolerà la caccia rischierà sanzioni pecuniarie, fino a 900 euro: la riforma introduce il divieto di ostacolare, disturbare o interrompere (anche con la «disobbedienza civile») in modo intenzionale la caccia e le attività di controllo della fauna autorizzate.
Contro il bracconaggio
Contro i bracconieri – chi caccia al di fuori delle regole e dei calendari – vengono aumentate le sanzioni penali: tra queste, l'arresto da tre mesi a un anno o la multa da 3600 a 10mila euro per chi caccia durante il periodo di divieto e l’arresto da due a otto mesi o la multa da 1500 a 4000 euro per chi uccide, cattura o possiede animali che è vietato cacciare.
Le proteste
L’iter di approvazione del testo è stato molto travagliato. Partito il 3 luglio del 2025, il testo è stato oggetti di oltre 900 emendamenti da parte delle opposizioni e anche di due pregiudiziali di incostituzionalità, respinte, da parte del Movimento 5 Stelle e di Alleanza Verdi-Sinistra. Ieri, durante il voto in Senato, le associazioni ambientaliste e in difesa dei diritti degli animali si sono riunite in un sit-in a Roma.
In piazza c’era anche il leader dei Cinque Stelle, Giuseppe Conte, che ha definito la legge «incostituzionale»: «Se passerà, ci impegneremo ad abrogarlo», ha detto. Contraria anche la segretaria del Pd, Elly Schlein: «È una resa incondizionata alla frangia venatoria più estremista, in barba alla scienza, al diritto europeo e al dovere costituzionale di tutelare l'ecosistema e la biodiversità».
Dura la reazione delle associazioni ambientaliste. Così scrivono Enpa, Lac, Lav, Legambiente, Lipu Bird Life Italia e Wwf Italia in una nota congiunta: «Il voto di oggi al Senato è una violenza inaccettabile nei confronti della natura e degli animali selvatici e contrario alla volontà della stragrande maggioranza degli italiani, alle evidenze della scienza e alla sicurezza delle persone». Per le associazioni, le legge è una «controrifoma»: «I boschi somiglieranno sempre di più a poligoni di tiro, senza regole».
Le reazioni della maggioranza
Di tutt’altro tenore le reazioni dei partiti al governo: «Con questa riforma abbiamo voluto affermare che l'uomo non è il problema dell'ambiente, ma parte della soluzione», ha detto la capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Antonella Zedda. Che ha definito il ddl «una riforma equilibrata e di buon senso»: «La gestione della fauna e la tutela degli ecosistemi passano attraverso una presenza responsabile dell'essere umano sul territorio, non attraverso l'abbandono e l'ideologia – ha ggiunto . Per troppo tempo la sinistra ha alimentato una narrazione fatta di allarmismi e falsità, sostenendo che questa riforma avrebbe ridotto le aree protette o messo a rischio le specie tutelate. Al contrario, vengono rafforzati gli strumenti di contrasto al bracconaggio e viene riconosciuto il ruolo di chi vive e presidia quotidianamente il territorio».




