C’è un nuovo – si fa per dire – nemico nell’aria bresciana: l’ozono troposferico. Mentre si registrano miglioramenti sul fronte Pm10, storica criticità della pianura Padana e della provincia («solo» 27 giorni di superamento del limite di legge nel 2025), nel corso dell’estate è tornato a preoccupare questo inquinante secondario. Si forma tramite reazioni fotochimiche che coinvolgono principalmente ossidi di azoto e composti organici volatili detti precursori, e nelle persone può provocare infiammazione delle vie respiratorie, ridurre la funzionalità polmonare e aggravare patologie come l’asma.
Danneggia però anche la vegetazione, andando ad alterare la fotosintesi, rallentando la crescita delle piante e riducendo la resa delle colture. Tale gas si forma grazie alla radiazione solare ed è più presente nei mesi caldi.
Proprio su questo periodo, da maggio a settembre 2026, si è perciò concentrata l’analisi di Legambiente basata su dati Ispra e Arpa, presentata al V summit «Aria pulita per il Veneto», dalla quale emerge come Brescia sia una delle province padane più esposte alla criticità. Nel periodo in esame infatti si colloca al quarto posto tra le province delle quattro regioni della pianura per giorni di sforamento del limite di legge (fissato a 120 microgrammi per metro cubo, massima media giornaliera su 8 ore), con 100 superamenti su 153 giorni totali (25 la soglia), secondo i dati rilevati dalla stazione del Villaggio Sereno. In vetta c’è Bergamo (116), seguito da Monza e Piacenza.
Criticità
Come detto quello dell’ozono troposferico, diverso dallo stratosferico che assorbe gran parte della radiazione ultravioletta solare, è un problema che si accentua in estate, con quella 2026 che si è distinta per temperature record. Questo perché si forma in presenza di reagenti. Nello specifico gli ossidi di azoto derivano in larga parte dai processi di combustione legati a trasporti, produzione di energia, riscaldamento e attività industriali. I composti organici volatili sono invece emessi da attività come l’uso di solventi e alcuni processi di combustione, nonché da sorgenti naturali. «A peggiorare il quadro sono i crescenti livelli di metano – aggiunge Legambiente –, potente gas serra in Pianura Padana emesso in larga parte dagli allevamenti intensivi».
Sempre secondo l’associazione ambientalista, quella appena passata è stata «un’estate nera. Tutti i 35 capoluoghi del bacino padano hanno infatti superato la soglia normativa di 25 giorni di sforamento all’anno – evidenzia –. Il 2026 segna infatti un netto peggioramento della qualità dell’aria nella Pianura Padana, con un totale di 2.834 giorni di superamento dei limiti di ozono nelle città monitorate. Un dato sensibilmente superiore ai 1.727 giorni registrati nel 2023, ai 1.465 del 2024 e ai 1.529 del 2025. Numeri che evidenziano un’impennata degli episodi di inquinamento da ozono, con un aumento di oltre l’85% rispetto al 2025».
In Regione
Legambiente si focalizza poi in modo specifico sulla Lombardia, definita senza mezzi termini la «regione europea dell’inquinamento». I dati «sono la fotografia di un ritardo strutturale, che non solo rallenta e dilata i tempi del risanamento, ma aumenta il divario con il resto d’Europa». A rincarare la dose è la presidente regionale di Legambiente Barbara Meggetto: «La Lombardia deve rendersi più credibile agli occhi dell’Europa – dichiara –. Servono politiche coordinate, strutturali, con risultati verificabili: l’elettrificazione dei trasporti e della climatizzazione, insieme alle politiche per la sostenibilità nel settore zootecnico, sono misure imprescindibili e urgenti». E poi l’affondo: «È ora di smetterla con i continui rinvii del blocco dei diesel Euro5 e con il solito piagnisteo contro le norme europee a tutela della salute dei cittadini: il tempo per agire era ieri, bisogna recuperare il tempo perso».
Brebemi
Il settore dei trasporti è l’esempio più evidente di quanto ci sia ancora da fare secondo Legambiente. Nel mirino c’è in particolar modo il Piano regionale della mobilità e dei trasporti (Prmt) approvato nei giorni scorsi, che non apporta «alcuna modifica alla traiettoria di programmazione di nuove strade e autostrade. Tutto ciò nonostante le evidenze di un sostanziale fallimento delle recenti infrastrutture, dalla Brebemi alla Pedemontana».




