Discarica Castella, perché è un caso politico che dura da 19 anni
I Comuni di Rezzato e Brescia hanno mosso la loro pedina decisiva: il ricorso alla Corte Costituzionale è stato non solo deliberato dalle due Giunte, ma anche ufficializzato (con Mazzano, Castenedolo e Borgosatollo nella partita, ad adiuvandum). Un passo, questo, che scrive un nuovo capitolo della «saga discarica Castella», un dossier in cui il paradosso più che tecnico, è tutto politico.
Diciannove anni di atti, di ricorsi, di permessi e opposizioni (era il 2007 quando la prima pratica si è palesata negli uffici pubblici). Diciannove anni in cui una discarica – o meglio, l’idea di una discarica – ha tenuto in sospeso politica, istituzioni e territorio.
La contesa si allarga

Da cosa si riparte? Dal verdetto del Tar, che ha sospeso il procedimento, riconoscendo che le questioni sollevate da Brescia e Rezzato non sono affatto «manifestamente infondate»: la legge regionale che assegna alle Province le autorizzazioni ambientali potrebbe confliggere con la Costituzione e il Codice dell’Ambiente. Tradotto: la battaglia non è più solo locale, diventa un conflitto tra normativa statale e regionale e, a cascata, rimette in discussione le prerogative delle Province.
Il cortocircuito politico è evidente. Garda Uno è la realtà che presenta la richiesta di realizzazione della discarica. La sua mission si legge online: «Proteggere l’ambiente naturale ed urbano lavorando per la cultura del bene comune». Controllata al 96,56% da Comuni e Provincia, detiene il 50% della società La Castella srl; l’altra metà è di Rmb Spa.
I sindaci – colleghi di partito degli amministratori che protestano – siedono nel consiglio di amministrazione, i Municipi sono soci di Garda Uno e decidono su quali progetti investire. Centrosinistra, centrodestra e liste civiche fianco a fianco, accusatori e garanti nello stesso tempo.

La politica locale appare sospesa tra principio e governance, tra la tutela ambientale annunciata e promessa come «priorità» nei programmi elettorali e gli interessi societari di una utility a trazione pubblica.
Lo snodo Broletto
Al centro della contesa c’è l’Ambito territoriale estrattivo 25, tra Rezzato e Buffalora. Lì, il proposito è di realizzare un buco di 905mila metri cubi di rifiuti, circa nove campi da calcio, con conferimenti annuali fino a 100mila metri cubi. Una cifra che pesa sulle istituzioni, ma anche sulla memoria politica di una provincia già segnata da decenni di infrastrutture e impianti.
E poi ci sono le conseguenze pratiche: il Broletto, che pure è socio di Garda Uno, detiene il 9,76% delle azioni e deve decidere come muoversi.

Se la Consulta dovesse dar ragione al Tar, decine di provvedimenti potrebbero essere impugnati, con milioni di euro già investiti (un fronte, questo, non a caso portato sul tavolo dell’ultimo Consiglio provinciale da Fabio Capra). Ogni scelta diventa politica e patrimoniale insieme: alienare le quote? Mantenere il controllo? Le conseguenze sono concrete e delicate.
Il significato
Il valore patrimoniale della discarica e delle quote di Garda Uno non è solo contabile: è politico, simbolico, legato alla credibilità delle istituzioni. La Castella non è più una discarica: è un teatro politico, un intreccio di interessi, partiti, amministratori e territori. È la rappresentazione di un cortocircuito istituzionale dove la stessa governance pubblica si critica da sé, dove le carte bollate si accumulano e la politica appare divisa tra responsabilità e utili.
In attesa del verdetto della Corte Costituzionale, Rezzato e Brescia in primis, ma anche Borgosatollo, Mazzano e Castenedolo, restano sul filo. La partita è aperta, la posta altissima. E Castella continuerà a essere, più che un impianto, lo specchio di diciannove anni di contraddizioni e di politica in apnea.
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