Discarica Castella, perché è un caso politico che dura da 19 anni

Rezzato e Brescia hanno depositato il ricorso alla Corte Costituzionale. A proporre l’impianto però è Garda Uno, che è guidata al 96,5% da Comuni
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Castella, ricorso alla Consulta
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I Comuni di Rezzato e Brescia hanno mosso la loro pedina decisiva: il ricorso alla Corte Costituzionale è stato non solo deliberato dalle due Giunte, ma anche ufficializzato (con Mazzano, Castenedolo e Borgosatollo nella partita, ad adiuvandum). Un passo, questo, che scrive un nuovo capitolo della «saga discarica Castella», un dossier in cui il paradosso più che tecnico, è tutto politico.

Diciannove anni di atti, di ricorsi, di permessi e opposizioni (era il 2007 quando la prima pratica si è palesata negli uffici pubblici). Diciannove anni in cui una discarica – o meglio, l’idea di una discarica – ha tenuto in sospeso politica, istituzioni e territorio.

La contesa si allarga

Il terreno nel quale la Castella srl vuole realizzare la discarica
Il terreno nel quale la Castella srl vuole realizzare la discarica

Da cosa si riparte? Dal verdetto del Tar, che ha sospeso il procedimento, riconoscendo che le questioni sollevate da Brescia e Rezzato non sono affatto «manifestamente infondate»: la legge regionale che assegna alle Province le autorizzazioni ambientali potrebbe confliggere con la Costituzione e il Codice dell’Ambiente. Tradotto: la battaglia non è più solo locale, diventa un conflitto tra normativa statale e regionale e, a cascata, rimette in discussione le prerogative delle Province.

Il cortocircuito politico è evidente. Garda Uno è la realtà che presenta la richiesta di realizzazione della discarica. La sua mission si legge online: «Proteggere l’ambiente naturale ed urbano lavorando per la cultura del bene comune». Controllata al 96,56% da Comuni e Provincia, detiene il 50% della società La Castella srl; l’altra metà è di Rmb Spa.

I sindaci – colleghi di partito degli amministratori che protestano – siedono nel consiglio di amministrazione, i Municipi sono soci di Garda Uno e decidono su quali progetti investire. Centrosinistra, centrodestra e liste civiche fianco a fianco, accusatori e garanti nello stesso tempo.

I soci di Garda Uno
I soci di Garda Uno

La politica locale appare sospesa tra principio e governance, tra la tutela ambientale annunciata e promessa come «priorità» nei programmi elettorali e gli interessi societari di una utility a trazione pubblica.

Lo snodo Broletto

Al centro della contesa c’è l’Ambito territoriale estrattivo 25, tra Rezzato e Buffalora. Lì, il proposito è di realizzare un buco di 905mila metri cubi di rifiuti, circa nove campi da calcio, con conferimenti annuali fino a 100mila metri cubi. Una cifra che pesa sulle istituzioni, ma anche sulla memoria politica di una provincia già segnata da decenni di infrastrutture e impianti.

E poi ci sono le conseguenze pratiche: il Broletto, che pure è socio di Garda Uno, detiene il 9,76% delle azioni e deve decidere come muoversi.

Una manifestazione contro la discarica
Una manifestazione contro la discarica

Se la Consulta dovesse dar ragione al Tar, decine di provvedimenti potrebbero essere impugnati, con milioni di euro già investiti (un fronte, questo, non a caso portato sul tavolo dell’ultimo Consiglio provinciale da Fabio Capra). Ogni scelta diventa politica e patrimoniale insieme: alienare le quote? Mantenere il controllo? Le conseguenze sono concrete e delicate.

Il significato

Il valore patrimoniale della discarica e delle quote di Garda Uno non è solo contabile: è politico, simbolico, legato alla credibilità delle istituzioni. La Castella non è più una discarica: è un teatro politico, un intreccio di interessi, partiti, amministratori e territori. È la rappresentazione di un cortocircuito istituzionale dove la stessa governance pubblica si critica da sé, dove le carte bollate si accumulano e la politica appare divisa tra responsabilità e utili.

In attesa del verdetto della Corte Costituzionale, Rezzato e Brescia in primis, ma anche Borgosatollo, Mazzano e Castenedolo, restano sul filo. La partita è aperta, la posta altissima. E Castella continuerà a essere, più che un impianto, lo specchio di diciannove anni di contraddizioni e di politica in apnea.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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