Il caldo batte i record in città e scioglie gli equilibri della montagna. Mentre le immagini del Cervino ferito da un grande crollo fanno il giro del mondo e riportano sotto gli occhi di tutti la fragilità delle alte quote, anche dalla Valcamonica arriva un dato che inquieta: a 3.000 metri, in Val Rabbia, una stazione che misura la temperatura nel terreno fino a 6,5 metri di profondità ha rilevato valori che in estate raggiungono i 4 gradi e mettono sotto pressione il permafrost, il «collante» delle terre alte.

Eccezionale
A confermare l’eccezionalità del caldo di questi giorni, dopo i 39,4 gradi registrati all’istituto Pastori, arriva anche il dato della sede di Ingegneria: la stazione ha toccato, sempre giovedì, i 38,6 gradi, superando di un decimo il record dell’estate 2003. «Possiamo chiamarlo il record del millennio», dice Roberto Ranzi, professore e prorettore dell’UniBs. La stazione del Dipartimento di Ingegneria civile, Architettura, Territorio, Ambiente e di Matematica è infatti attiva dal 2001 ed è gestita dallo stesso Ranzi insieme al professor Stefano Barontini.

Un primato che assume ancora più peso perché supera quello di un’estate rimasta per oltre vent’anni il termine di paragone delle grandi ondate di calore europee.
Il valore rilevato a Ingegneria è lievemente più basso rispetto a quello del Pastori anche per la diversa collocazione della stazione, sul tetto del Dipartimento, in una zona generalmente un po’ più fresca: «In via Branze siamo più vicini alla Maddalena e alle Prealpi e beneficiamo anche delle brezze che scendono dai rilievi», osserva Ranzi.
In montagna
Se in città il segnale più immediato arriva dai record di temperatura, sulle montagne il problema si sposta sotto la superficie. Ed è probabilmente qui che il caldo mostra uno dei suoi effetti meno visibili e più delicati. In Val Rabbia, in Valcamonica, nell’ottobre 2024 è stata installata una stazione nell’ambito di una ricerca sul monitoraggio e il controllo delle colate detritiche finanziata da Regione Lombardia, alla quale partecipa anche l’Università di Brescia con un gruppo coordinato dai professori Marco Pilotti e Roberto Ranzi. I primi risultati sono stati presentati il 15 luglio a Breno, durante un incontro alla Comunità montana.
Allarme
Ed è proprio da quei sensori che emerge un dato che preoccupa. «A 3.000 metri il team multidisciplinare che ha studiato le colate detritiche negli ultimi anni ha installato una stazione che misura la temperatura fino a 6,5 metri di profondità – spiega Ranzi –. In estate sono state osservate temperature che arrivano a 4 gradi. Il permafrost dovrebbe essere il “collante” delle terre alte: andando in profondità ci si aspetterebbe di trovare terreno congelato. Se quel ghiaccio non c’è più, viene meno un elemento che contribuisce a trattenere e a consolidare le rocce».

Il punto è che il permafrost non è soltanto ghiaccio nascosto sotto la superficie. In alta quota può contribuire alla stabilità di detriti e pareti rocciose, legando materiali che, una volta scongelati, diventano più vulnerabili. Per questo il suo degrado interessa direttamente anche la sicurezza dei versanti, soprattutto nelle estati più calde e prolungate. È un processo lento, ma capace di produrre effetti molto concreti, con il rischio di distacchi e frane. «È un problema nuovo, noto nelle Alpi, che stiamo studiando anche noi», aggiunge Ranzi. E quanto sta avvenendo sulle Alpi rende il tema tutt’altro che teorico: il grande crollo avvenuto mercoledì scorso sulla parete sud del Cervino ne è forse la dimostrazione più emblematica.

Osservato speciale
Anche il ghiacciaio dell’Adamello resta un osservato speciale. Le immagini satellitari di questi giorni mostrano come la neve invernale sia rimasta solo sul versante esposto a nord sotto Cresta Croce. Da ora fino a metà settembre il caldo continuerà a fondere alcuni centimetri di ghiaccio ogni giorno: un altro «annus horribilis» come fu il 2003 e il 2022.
Così il «record del millennio» registrato sul tetto di Ingegneria non resta soltanto una curiosità statistica da affidare agli annali. Tra i 39,4 gradi di Brescia e i valori fino a 4 gradi misurati nel terreno a 3.000 metri corre lo stesso filo: temperature eccezionali che in città fanno salire il termometro e in montagna possono modificare equilibri rimasti congelati per anni.




