Solidarietà, inclusione, responsabilità, comunità: talvolta basta spalmare un bel giretto di parole ed è fatta. La coscienza è in ordine, l’immagine dell’imprenditore se ne giova e, soprattutto, gli obblighi di legge sono ottemperati. Disabilità-lavoro: la tematica è complessa, i risvolti sono molteplici, la sensibilità è personale e delicata, i risultati di politiche carenti e poco realistiche ben poco efficaci.
Esistono comunque oasi in cui la buona pratica, ed evidentemente un’etica innata, arriva molto prima delle istituzioni fino a dar vita a un vero e proprio modello di impiego non dei disabili in quanto tali: «Bensì della risorsa, vera, che essi possono rappresentare. Il nostro punto di partenza è stato il rovesciamento della prospettiva: non vedere i limiti di un individuo e assegnargli un lavoro qualunque “perché si deve fare per legge”, ma individuarne le potenzialità a seconda delle capacità fosse anche solo poter alzare 5 kg di peso o sigillare un pacco».
Alla VGV di Calvisano (con polo anche a Montirone) – azienda del settore automotive, anno di fondazione 2010, un fatturato di 125 milioni di euro, 200 dipendenti, recenti acquisizioni negli Usa – esiste «un intero reparto composto solo da lavoratori disabili che è a tutti gli effetti produttivo. Ovvero ha i propri obiettivi di performance (tpi, ndr) da raggiungere. È a tutti gli effetti parte dell’azienda» racconta Fabrizio Vicari, ceo di VGV (che timona con Andrea Guidi) e vice presidente di Confindustria.
Un modello visionario

«Da noi – prosegue – di inclusione non si parla, non ce n’è bisogno: essa si vive nella quotidianità. E il risultato è quello di un’azienda in cui non esistono distinzioni tra dipendenti normodotati o con disabilità: tutti tra loro si considerano semplicemente colleghi». Diritti e doveri, tutto e tutti sullo stesso piano. Ed è in questo che consiste la chiave di volta. Un vero e proprio salto culturale nel quale la dignità al lavoratore disabile è data proprio dall’arrivare a maturare la consapevolezza di avere una responsabilità in ciò che fa nell’ambito delle mansioni che gli vengono affidate.
La «rivoluzione silenziosa» della VGV è cominciata già 10 anni anni fa. Un progetto visionario che significa anche togliere anche quella patina di ipocrisia che molto spesso intacca i temi più delicati nel momento in cui si parla di una vera logica imprenditoriale applicata alla disabilità: «Non è beneficenza dato che appunto parliamo di un reparto (composto da circa 50 persone, ndr) integrato all’azienda e che dunque attraverso gli obiettivi - ovviamente raggiungibili - che deve conseguire, contribuisce a renderla più competitiva. E credo che proprio in questo risieda la differenza del nostro approccio al lavoro dei disabili rispetto ad altri».
L’attivazione al lavoro attraverso un processo educativo
Una logica abbracciata anche dalla cooperativa di Palazzolo «A mano a mano» attraverso la quale la VGV porta avanti quella che internamente viene considerata niente più che «attività naturale dato che essere imprenditori significa avere una responsabilità sociale», ma che può essere considerata anche come una battaglia culturale sulla scorta di fatti concreti. Il braccio operativo è quello del socio e membro del Cda di «A mano a mano» Andrea Cottinelli: «Tra Calvisano e Montirone ci sono una settantina di lavoratori disabili supportati da una rete di educatori e psicologi». E assistiti in reparto durante i turni di lavoro da un tutor.
«Qui – puntualizza anche Cottinelli – non si tratta solo di dare un lavoro qualsiasi a persone che hanno disabilità fisiche o cognitive, ma di avviarle e inserirle realmente nel mondo del lavoro. Letteralmente prendiamo persone che non hanno mai avuto esperienze lavorative anche per una questione culturale e di come è concepita la disabilità in Italia e le riattiviamo con l’intento di far loro sviluppare competenze in base a ciò che a un’azienda serve e in rapporto alle capacità fisiche e di renderle possibilmente autonome. A quel punto chi si sente in grado di potercela fare da solo si può affacciare come crede al mondo che trova a tutti gli effetti un lavoratore compiuto. Non tutti naturalmente si trasformano in successi, ma dietro c’è un percorso fatto anche di educazione che punta sul far accettare al disabile la sua condizione facendogli capire però che non significa doverla subire. Significa anche educarlo alla possibilità del fallimento, all’uscire anche dall’idea di dover vivere solo di sussidi».
Quando un lavoratore disabile, terminato il proprio percorso, si trasforma semplicemente in un lavoratore senza bisogno di ulteriori definizioni può capitare che questi venga assorbito proprio dalla stessa aziende nella quale ha maturato la possibilità di conquistare la loro indipendenza: «Il personale del reparto in oggetto – ci spiega Vicari – è contrattualizzato attraverso la cooperativa, ma a noi negli anni è poi accaduto di assumere direttamente alle nostre dipendenze 9 lavoratori usciti dal percorso di attivazione. Non per costrizione di legge a farlo, ma proprio per le loro specificità lavorative. Questo nostro progetto nasce già da subito come imprenditoriale e non è stato in alcuna maniera figlio di quanto viene imposto a livello di quote».
Un caso di scuola

La logica dell’investimento in quanto tale che poi si deve ripagare e dare frutti è quella che anima pure la cooperativa: «Anche la nostra esistenza - spiega Cottinelli - dipende dalla riuscita di un certo progetto, con le stesse dinamiche di una azienda dato che non abbiamo un euro di finanziamento pubblico: viviamo delle commesse delle aziende».
Il «modello VGV» può diventare un caso di studio? «La Regione, anche attraverso l’assessora Simona Tironi ha iniziato ad interessarsi. Pochi giorni fa - racconta Vicari - abbiamo inoltre illustrato la nostra visione e i nostri risultati ai manager delle associate Confindustria».
Il ristorante aziendale che confeziona 12-15.000 pasti al mese

L’inclusione in VGV (acronimo di Visione Globale Valore) non si limita all’attività produttiva aziendale in senso stretto, ma è strettamente connessa col welfare al quale si presta parimenti attenzione con una chiara ispirazione «olivettiana». Il progetto con la cooperativa «A mano a mano» si estende infatti, quasicome uno spin off, anche al ristorante «Le mani in pasta».
Un’attività che ha sede di fronte alla sede aziendale che VGV ha rilevato nel 2019 per farne la mensa. Una mensa che ha comunque mantenuto la sua originaria forma di ristorante condotto, anche in questo caso, da lavoratori disabili. Al ristorante (inserito in quello che è denominato VGV Village dove sono in costruzione anche due campi da tennis che saranno a disposizione del personale e dei loro familiari) possono sedere i dipendenti (in questo caso totalmente a carico dell’azienda), ma vi può accedere anche la clientela esterna.

Non solo: perché l’esperienza ha portato a sviluppare un servizio di confezionamento di piatti pronti da distribuire alle aziende (non solo nel circondario: l’attività oggi arriva anche in Franciacorta) che non hanno una mensa interna. Piatti che vengono consegnati e inseriti in distributori che dispensano primi, secondi piatti o altro a scelta sempre freschi. Risultato: per il circuito di imprese che hanno scelto questo servizio «Le mani in pasta» arriva a produrre tra i 12 e i 15.000 mila pasti al mese.




