Strage Cottarelli, uno dei casi più cruenti del crimine bresciano

Il 28 agosto 2006 il caldo ancora accennato prova a volgere verso l’autunno e il sole sorge timido. Ma quella che sembra una normale mattina di fine estate presto si trasforma in un crocevia nella storia a tinte noir di Brescia, con una famiglia trucidata, una comunità sconvolta e un groviglio di misteri tutto da districare. Inizia qui la terribile storia della Strage Cottarelli.

La mattina del 28 agosto di 18 anni fa vengono trovati, in una villetta di via Zuaboni nel quartiere Urago Mella, i corpi senza vita di Marzenna Topor, 41 anni di origini polacche, e Luca Cottarelli, 17, moglie e figlio di Angelo Cottarelli, 56enne che morirà poco dopo l’arrivo dei soccorritori.
I primi due vengono rinvenuti dalle forze dell’ordine colpiti in testa da cinque proiettili calibro 22, sparati con una pistola a bruciapelo. L’uomo invece, legato come i familiari con fascette da elettricista, è ancora vivo: è stato sgozzato con un coltello da cucina e sfiorato da un proiettile. Morirà poco dopo il suo arrivo in ospedale.
Ecco quindi che presto si comincia a parlare di Strage Cottarelli, nome con il quale verrà d’ora in poi chiamata e che troverà una fine solamente 16 anni dopo con la definitiva assoluzione di Salvatore Marino, colui che per lungo tempo è stato ritenuto uno dei killer della famiglia. Il 30 marzo del 2022 sono infatti scaduti i termini per presentare in Cassazione il ricorso contro la sentenza della Corte d’appello di Milano e il siciliano della provincia di Trapani è da allora libero. Nel corso dell'iter processuale vengono invece condannati all’ergastolo il cugino Vito Marino, che morirà nel carcere di Torino nel novembre 2021, e Dino Grusovin, condannato a 20 anni in via definitiva.

Le motivazioni dietro a questi efferati omicidi sono da ritrovare in motivi economici. Tutto inizia con una truffa ai danni della Regione Sicilia e del Ministero delle Attività Produttive, a beneficio di una delle aziende agricole facenti capo ai due cugini siciliani. Un giro in cui il ruolo di Cottarelli sarebbe stato quello di garantire l’emissione di fatture gonfiate del valore di 12 milioni di euro per spese di fatto mai sostenute. Sulla vicenda aveva aperto un’inchiesta la Procura di Trapani, con il flusso di finanziamenti bloccato dopo l’erogazione di otto dei dodici milioni previsti. Quasi un milione di quelli «rimborsati» dallo Stato mancava però all’appello: per i siciliani è stato trattenuto da Cottarelli. E il viaggio a Brescia fu deciso con l’intento di riscuotere la somma.
Ora ogni cosa appare brutalmente lineare ma ci sono voluti 16 anni di processi, vari gradi di giudizio, fughe, latitanze e blitz internazionali per fare luce su uno degli eventi più sanguinosi della storia di Brescia.
La mattina del 28 agosto
Torniamo al 28 agosto in via Zuaboni. A lanciare l’allarme è un socio di Cottarelli, che entra nella villetta preoccupato dalle sue chiamate senza risposta. E qui scopre l’orrore. Le indagini vengono affidate alla Squadra Mobile della Questura di Brescia, sotto il coordinamento dalla Procura di Brescia, che in base alle testimonianze dei vicini e alle indagini tecniche scopre che nella casa sono stati visti entrare tre uomini in abiti da manager, scesi da una Fiat Grande Punto di colore blu che si scoprirà essere stata noleggiata all’aeroporto di Linate.
I trascorsi di Cottarelli

Immediatamente si cerca di fare luce sulla figura di Cottarelli per capire il motivo degli efferati omicidi. Si scopre che l’imprenditore ha diversi precedenti per truffe milionarie ma soprattutto, cercando tra le carte nella villetta e nell’ufficio che ha in via Aldo Moro, spunta per la prima volta la pista che conduce verso la Sicilia.
La svolta

La svolta nelle indagini arriva il 14 settembre 2006, poco più di due settimane dopo la strage. Vengono fermati i cugini Vito e Salvatore Marino, 40 e 46 anni, legati da vincoli di parentela all’omonimo clan mafioso del trapanese. Il padre del primo e zio del secondo, in particolare, Girolamo Marino, noto come «Mommu ‘u nanu», fu considerato il capomandamento di Paceco (Tp) ed è stato ucciso in un agguato nel novembre 1986.

Una terza persona il cui nome inizialmente non viene diffuso si sa essere coinvolta. I due negano le responsabilità e propongono differenti alibi. A condurre a loro tra i vari elementi anche il fatto che la Grande Punto blu vista in via Zuaboni risulta noleggiata a Linate proprio da Vito Marino.
Il terzo uomo
Il 17 novembre del 2006 viene fermato invece Dino Grusovin, 51 anni triestino con una «carriera» criminale fatta di truffe e produzione di fatture false e affini. Diviene il grande accusatore. Davanti ai magistrati si ascrive la responsabilità di un sopralluogo a Urago Mella. Nega inizialmente la sua presenza durante l’esecuzione poi l’ammette in cambio di sgravi di pena e protezione. «C’ero, ma non ho ucciso» racconta agli investigatori ai quali speiga di essere una sorta di consulente finanziario dei Marino.
La prima ricostruzione
Davanti ai giudici del Tribunale di Brescia chiamati a valutare l’istanza di scarcerazione presentata dai legali dei due cugini siciliani si ha quindi la prima, vera ricostruzione dell’accusa.
Questa la cronaca di allora: «Tutto inizia a Milano. È da qui che domenica 27 agosto Grusovin e Vito Marino si incontrano. Da qui, a bordo della Grande Punto (sulla quale la Scientifica troverà più tardi delle tracce di sostanze compatibili con quelle rinvenute sulla pelle di Cottarelli e nei cinque bossoli scoperti nella sua villetta), che i due partono alla volta di Desenzano per incontrare una terza persona. In auto con loro, invece, non c'è Salvatore, che però compie lo stesso tragitto con una Bmw.
Da Desenzano i quattro poi si spostano a Brescia: qui Vito Marino utilizza una sim card fornitagli dall'architetto, e intestata ad un prestanome britannico, per chiamare Cottarelli in ufficio e sul cellulare. Attorno alle 22 il gruppo si divide di nuovo: Vito Marino e Grusovin, secondo la ricostruzione, accompagnano la terza persona a Desenzano, mentre Salvatore torna da solo Milano e li attende per la notte. La mattina seguente, quella della strage, la sveglia suona all'alba. Alle 6,30 Vito Marino e Grusovin partono con la Grande Punto. Alle loro spalle, sulla Bmw, c'è Salvatore Marino. Poco meno di un'ora dopo i tre sono al casello dell'A4 per raccogliere una quarta persona. Il campanello di Angelo Cottarelli squilla di lì a pochi minuti, appena prima delle 8. Qualche istante più tardi, a quanto si è appreso, in casa ci sono Vito Marino, lo stesso Grusovin e il terzo uomo. Non Salvatore, almeno per la prima mezz'ora. Cottarelli fa accomodare i tre attorno al tavolo della cucina.

Ma l'incontro è presto tutt'altro che conviviale. Vito, infatti, chiede il saldo di una «metà» che gli sarebbe spettata, ma l'imprenditore bresciano tergiversa, gli fa vedere l'esiguo bottino custodito in cassaforte e scatena così la reazione del trapanese.
Gli animi a questo punto sono surriscaldati, sulla scena compare Salvatore Marino. «Non ci vuole pagare» lo informa Vito: la situazione si complica ulteriormente. Secondo la ricostruzione, Salvatore spintona Cottarelli scatenando un trambusto che richiama l'attenzione del figlio e della donna dell'imprenditore. Luca e Marzenna scendono dalle loro camere per accorgersi di essere nel posto sbagliato, al momento sbagliato. Poco dopo, «scomodi testimoni», sono in taverna, di fronte alla loro morte. Una pistola puntata alla loro nuca esplode colpi a bruciapelo. Un coltello affonda nella loro gola. La calibro 22 e la lama poi raggiungono anche Angelo Cottarelli che muore per non essere stato ai patti».
Il quarto uomo
I funerali della famiglia si celebrano cento giorno dopo la morte. Un’attesa terribile per Mario Cottarelli, fratello di Angelo, per Agnese e Yvonne Topor, madre e sorella di Marzenna, e per gli altri familiari e gli amici. Resta però a lungo avvolta dal mistero la persona, di origini meridionali (il soprannome secondo la versione di Grusovin era «il Pugliese»), che sarebbe stato in via Zuaboni con i cugini Marino e il triestino la mattina del 28 agosto. La quarta persona. Vantava a sua volta un credito di 70mila euro nei confronti di Cottarelli. Per gli investigatori però non ha avuto ruolo alcuno nella carneficina.
Il processo

Il processo inizia ufficialmente con l’udienza preliminare il 20 luglio 2007. Le accuse a vario titolo ruotano attorno alla contestazione di triplice omicidio aggravato dai motivi abietti e dalla detenzione illegale d’arma. L’iter giudiziario si divide subito: i cugini Marino scelgono il dibattimento, Grusovin punta allo sconto di un terzo della pena e opta per il rito abbreviato.
La Procura chiede l’assoluzione dall’accusa di omicidio per il triestino con formula piena: «per non aver commesso il fatto» e il giudice dell'udienza preliminare Alessandra Ramon assolve Dino Grusovin dall'accusa di concorso nella strage di Urago Mella. Per il gup la prova della sua partecipazione al delitto non c'è. Del triplice omicidio ora dovranno rispondere solo Vito e Salvatore Marino.
Le assoluzioni

La sentenza arriva il 27 settembre 2008. Dopo 25 udienze e quattro giorni di camera di consiglio la Corte d'assise di Brescia ha deciso: ad uccidere Angelo Cottarelli, la sua compagna Marzenna Topor e il loro unico figlio, il diciassettenne Luca, non sono stati i cugini Vito e Salvatore Marino. I due sono assolti con formula piena e immediatamente scarcerati. Il castello accusatorio crolla perché, come si leggerà nelle motivazioni della presidente della Corte d’assise, le dichiarazioni del grande accusatore, Grusovin, sono quelle rese da un bugiardo, inattendibile. Subito però la Procura deposita la richiesta di appello contro la sentenza di primo grado.
La fuga
Il 4 dicembre 2009 nuovo colpo di scena: Dino Grusovin è irreperibile. Assolto in primo grado, anche se con formula dubitativa, e assegnato al programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia, il triestino è sparito dalla circolazione. La Corte d'appello che deve giudicarlo poco giorni dopo, rinvia il processo a data da destinarsi intendendo come improbabile un immediato rintraccio dell'imputato.
Vito e Salvatore Marino invece il 21 maggio 2010 compaiono invece davanti alla Corte d’appello. Il procuratore generale di Brescia Domenica Chiaro chiede la condanna all’ergastolo dei due per il triplice delitto del 28 agosto 2006.
L’ergastolo e le latitanze
Il 7 giugno 2010 è una data cardine. La Corte d’appello di Brescia li condanna all’ergastolo per l'omicidio di Angelo Cottarelli, della moglie Marzenna e del figlio Luca. Vengono escluse la premeditazione e l'aggravante dei futili motivi. Per i giudici si sarebbe trattato di un tentativo di estorsione in cui qualcosa è andato storto. A carico dei due condannati non viene richiesta alcuna misura cautelare: potranno attendere a piede libero il processo in Cassazione. E i due si rendono subito entrambi irrintracciabili.
Gli arresti
Salvatore Marino viene però notato casualmente, e diversi mesi dopo, da un agente della Polizia Penitenziaria di Trapani in vacanza a Tenerife. Viene arrestato il 31 dicembre 2010 e il 17 gennaio è estradato.
Vito Marino viene invece fermato a Marraco, nel Trapanese, dopo un inseguimento. Quando lo sorprendono a bordo dell’auto ha con sé due borsoni di effetti personali e rilevatori gps, telecamere e altro: per i militari si stava trasferendo da un nascondiglio ad un altro.
La Cassazione
Una nuova svolta si ha il 10 novembre 2011 a oltre cinque anni dalla strage, con il terzo grado di giudizio a carico dei cugini Marino. E gli ermellini della Cassazione annullano il pronunciamento della Corte d’assise d’appello di Brescia. Per la Suprema corte mancano i riscontri dell’effettiva presenza dei Marino nella villetta, dove invece viene data per assodata la presenza di Grusovin. Tutto da rifare: il processo d’appello bis dovrà essere celebrato a Milano.
Il 20 aprile 2012 si apre invece il processo d’appello a carico dell’architetto triestino. Che tuttavia è svanito nel nulla: tutto rinviato ad ottobre. E poi di altri sei mesi, sempre per la irreperibilità del diretto interessato.
Appello bis e appello di Grusovin
Nel maggio 2013 viene celebrato a Milano il processo d’appello bis. La sentenza giunge il 25 giugno: nuovo ribaltamento, nuova condanna all’ergastolo per i cugini Marino. Viene anche disposta la carcerazione: Vito Marino, presente in aula, è condotto direttamente in cella. I giudici sposano la visione dell’accusa, escludono la premeditazione, parlano nelle motivazioni di un colpo partito accidentalmente al quale è seguita la decisione di eliminare testimoni scomodi.
Il 19 ottobre 2013 anche Dino Grusovin viene condannato a 20 anni di carcere, con la riduzione di un terzo della pena in virtù della scelta originaria del rito abbreviato. Irreperibile da quattro anni, viene scoperto a Chiasso in Svizzera dove viveva da tempo sotto falso nome. Per lui il 15 aprile 2015 giunge anche la sentenza definitiva in Cassazione che conferma la pena a 20 anni.
Nuovo annullamento e appello ter
Ma non finisce qui per Vito e Salvatore Marino: ancora una volta la Cassazione rimette tutto in discussione il 1° ottobre 2014, con un nuovo rinvio ad altra corte d’assise d’Appello di Milano. E il 22 marzo 2016 il terzo processo inizia. La sentenza giunge il 31 maggio 2016: per i giudici milanesi Vito e Salvatore Marino hanno ucciso le tre persone nella villetta di via Zuaboni e per questo meritano l’ergastolo con isolamento diurno per tre anni.
È la terza sentenza di condanna che viene pronunciata, quando i gradi di giudizio si sono ormai moltiplicati. I due condannati non sono però in aula ad ascoltare il pronunciamento della sentenza. E i poliziotti che devono eseguire il provvedimento di carcerazione emesso dai giudici d’appello non li trovano.
Il 5 ottobre 2017 la Cassazione conferma il fine pena mai, stavolta definitivo, a carico di Vito Marino. Da riscrivere, invece, per l’ennesima volta il destino processuale di Salvatore Marino. Annullata con rinvio la terza sentenza d’appello a suo carico. Sarà di nuovo Milano a dover istruire un nuovo procedimento sul suo conto: il quarto.
Nel frattempo, l’1 ottobre 2018, a un anno dalla sentenza di condanna all’ergastolo passata in giudicato, la Polizia scova Vito Marino in un cascinale nel Trapanese, a Vita, quello che è per la giustizia italiana l’esecutore materiale della strage.
Ancora annullamento e assoluzione
La Cassazione, ancora una volta, manda invece in libertà il più vecchio dei due cugini di Paceco: Salvatore Marino, ormai 59enne, esce di carcere il 25 novembre 2020 perché i giudici romani non credono alla versione accolta da quelli milanesi. Ennesimo stravolgimento, ennesimo rinvio. Ancora una volta alla Corte d’assise d’Appello del capoluogo lombardo. Che il 12 ottobre lo assolve poiché per i giudici servono elementi di prova tali da poterlo condannare e riscontri al racconto - credibile solo a metà - di Dino Grusovin. E gli elementi di prova non si trovano.
Il caso è chiuso

La vicenda giudiziaria si chiude definitivamente il 30 marzo 2022, quando scadono i termini di presentazione del ricorso in Cassazione da parte dell’accusa. Salvatore Marino è assolto, Vito Marino condannato all’ergastolo, Dino Grusovin, l’unico attualmente in carcere dopo il decesso di Vito, a 20 anni. Nel mezzo anni di dolori, con la morte anche di Mario, fratello di Angelo Cottarelli, fughe, smentite e ripensamenti. E tre morti terribili che ancora, a 18 anni di distanza, scuotono Brescia.
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